Buddha l'Illuminato

Questo epiteto che significa “lo Svegliato, l’Illuminato” designa comunemente il Buddha storico, ma la dommatica degli stessi testi più antichi (Nikāya) sancisce la credenza ch’egli non fu il solo Buddha. Una concezione panindiana insegna che la nostra età cosmica fu preceduta e sarà seguita da innumerevoli altre. Secondo i buddhisti, ognuna di esse ebbe ed avrà i suoi Buddha.

Ogniqualvolta sia necessario far conoscere le “auguste verità” che siano venute meno con la distruzione del mondo o siano cadute, dopo lunghi secoli, in oblio, un Buddha compare tra gli uomini a insegnare la via della salvezza. La nostra età porta il nome di “benedetta”, perché essa ha già avuto quattro Buddha (l’ultimo dei quali fu Gotama e cioè il Buddha storico) e sarà fra tremila anni allietata dalla comparsa del quinto, Metteyya (sanscr. Maitreya), il futuro Buddha. Mentre alcuni indianisti credono alla storicità di Koṇagamana (sanscr. Kanakamuṇi), il terz’ultimo Buddha, di cui Aśoka ampliò lo stūpa (“tumulo con reliquie”) nel 255 a. C., altri mettono in dubbio fin l’esistenza di Gotama. Il primo a sostenere il carattere mitico della vita leggendaria di Gotama fu il Wilson nel 1854. Ma soltanto il Sénart (Essai sur la legende du Buddha, Parigi 1875) tentò di dare una sistematica dimostrazione che il Buddha è un eroe solare e i più importanti episodî della sua vita rispecchiano fenomeni naturali: erompere del sole dal grembo delle nubi, rasserenarsi del cielo dopo la tempesta e via dicendo. Malgrado l’autorità dello scrittore e l’innegabile acume di certe sue interpretazioni, la teoria del mito solare trovò pochi fautori e fu magistralmente confutata dall’Oldenberg nel suo Buddha (5ª ed., p. 92 segg.).

La stragrande maggioranza degli indianisti fu ed è convinta della realtà storica del Buddha, e se qualcuno torna di quando in quando all’ipotesi del mito, non può tuttavia distruggere quelle che noi consideriamo testimonianze storiche. I testi pāli più antichi abbondano di particolari intorno alla vita non del Buddha soltanto, ma anche del suo grande rivale Nātaputta (v. mahāvīra). Ora le notizie di fonte buddhistica concordano con quelle di fonte giainica, salvo lievi differenze, né si può considerare attendibile il canone buddhistico in ciò che concerne Nātaputta, di cui nessuno mette in dubbio la realtà storica, e non in quel che riguarda il Buddha. Tanto più che non manca alla tradizione il suffragio delle scoperte archeologiche. Nel 1895 fu trovata a Rummindeī, nel Tarāi nepalico, la colonna che Aśoka fece quivi inalzare per ricordo del suo pellegrinaggio al luogo di nascita del Buddha, nel 249 a. C. Essa porta un’iscrizione in lingua māgadhī e caratteri brāhmī, che commemora l’esenzione dalle tasse accordata dal re al villaggio Lumbinī “perché quivi il Buddha era nato”. A oltre due secoli di distanza dalla morte dell’Illuminato, la tradizione avea dunque ancora tanta forza probativa, da determinare la concessione di un privilegio così importante. Non basta. Nel 1898 W. Claxton Peppé, scavando entro il koṭ di Piprāhavā, chiamato poi “stūpa dei Sakya”, nel Tarāi medesimo, scopriva con altri vasi un’urna cineraria di steatite, piena di frammenti d’ossa misti con ornamenti d’oro e pietre preziose, che portava graffita attorno al coperchio l’iscrizione: “Quest’urna delle reliquie del beato Buddha, della stirpe dei Sakya, è un pio ricordo dei fratelli e delle sorelle, con le mogli ed i figli”. Quest’interpretazione, che risale al Bühler e fu accettata, con qualche variante, dal Pischel, dialettologo altrettanto insigne, non ebbe unanime consenso fra i dotti. Il Fleet la lesse e interpretò in tutt’altro modo, facendosene forte a sostenere che l’urna accolse le ceneri dei congiunti del Buddha, uccisi, secondo la tradizione, per una faida di Viḍüḍabha, re del Kosala. Comunque, resta egualmente provata la realtà storica dei Sakya e quindi del Buddha.

Certo nella vita tradizionale di Gotama il meraviglioso prevale, sì che riesce difficile sceverare la storia dalla leggenda. Ma non per questo dobbiamo trascorrere a negare che la leggenda sia intessuta sopra una trama storica, tanto più salda quanto meno la narrazione si allontana dalle fonti pāli più antiche (v. Bibl.). A queste noi ci atterremo nel delineare la vita del Buddha, prescindendo dalle biografie leggendarie propriamente dette, come il Mahāvastu e il Lalitavistara.

V’è ancora chi si compiace immaginare il Buddha non solo come l’apostolo di un nuovo verbo religioso, ma anche come un riformatore sociale, che affrancò il suo popolo dal giogo di una teocrazia, sotto la quale languiva da secoli l’India settentrionale. Questa concezione è altrettanto erronea quanto quella di chi vede nel Buddha una specie di libero pensatore, che neghi fede al culto, ai sacerdoti e agli dei, per un atto di ribellione alle credenze tradizionali. Più si studiano le dottrine dell’Illuminato, più se ne riconosce la scarsa originalità, sì che il loro successo fu certo dovuto non solo a peculiari condizioni del paese dei Sakya, dove la casta sacerdotale non giunse mai a imporre il suo predominio, ma anche alle straordinarie qualità personali del Buddha. Il brahmano Soṇadaṇḍa lo dipinge aitante della persona e di bell’aspetto, reso più attraente da un colorito magnifico. E aggiunge che la sua voce era armoniosa e sonora; chiara, fluida ed eletta la sua loquela.

Le biografie leggendarie ci rappresentano il Buddha come l’unico figlio di un potente re, trasportando nel sec. VI a. C. condizioni politiche che l’India conobbe soltanto in età posteriore al crollo della dominazione macedone. Ma il supposto grande monarca fu invece il reggitore (rājā “rex”) di una piccola repubblica aristocratica, che aveva, in cifra tonda, circa un milione di abitanti insediati tra il corso medio della Rapti (Aciravatī della letteratura buddhistica) e la Rohiṇi, oggi Rohin, a pié del Himālaya nepalico. I Nikāya ricordano i nomi di otto città, oltre alla capitale Kapilavatthu, ma alcune eran forse soltanto grosse borgate, come Koli, ove nacque la madre del Buddha. La vasta pianura, solcata da innumerevoli corsi d’acqua minori, che traggono dalle nevi eterne del Himālaya perpetuo alimento, si adatta alla cultura del riso, che era infatti, col bestiame, la maggior ricchezza del paese. Ma non la sola. Insieme con l’agricoltura fiorivano i commerci, che per via terrestre e fluviale si spingevano a occidente fino a Kosambī (Kosann) e ad oriente fino a Suvaṇṇabhūmi (Pegu nel golfo di Martaban). Mussoline di Sivi e di Benares, ricami, tappeti, profumi, avorio, armi, gioielli eran le merci più ricercate e costose. La proprietà fondiaria era in mano della nobiltà militare, che l’aveva ereditata dagli Arî conquistatori della valle del Gange. Questi signorotti, orgogliosi della loro pelle bianca, che li distingueva dalle razze aborigene, di colorito scuro, erano di solito molto superbi

L’alterigia dei Sakya (sanscr. Śākya o “Potenti”), la stirpe alla quale appartenne il Buddha, è esplicitamente affermata dal Cullavagga, VII, 1, 4. Lavorare per mercede si considerava la peggiore delle sventure che potessero toccare ad uomo libero, e però al lavoro dei campi e alla custodia del bestiame eran di solito addetti i śūdra, schiavi o servi non arî, appartenenti all’ultimo colore (vaṇṇa) o classe sociale. Nessun maltrattamento veniva inflitto agli schiavi, poco numerosi in confronto dei liberi e quasi sempre prigionieri di guerra o miserabili che, assillati dalla fame, rinunciavano alla libertà in compenso del cibo. Gli artigiani, riuniti in corporazioni di mestiere, erano ben retribuiti, a giudicare dall’alto prezzo di certi manufatti. Erano tuttavia a buon mercato le cose necessarie alla vita. L’abbondanza della selvaggina nelle immense foreste, il gran numero di corsi fluviali, le ampie distese prative, sulle quali gli abitanti del villaggio esercitavano il diritto di pascolo, spiegano il basso prezzo delle carni e del pesce. Né la regione soffriva di siccità, causa consueta delle carestie che afflissero l’India, grazie al progredito sistema d’irrigazione, che faceva somigliar la campagna “alla tunica rattoppata di un monaco buddhista”. Si può calcolare che l’ottanta per cento della popolazione vivesse in istato di relativa agiatezza, sì che gli abitatori dei villaggi, “felici e contenti gli uni degli altri, stavano a uscio aperto palleggiando fra le mani i loro bambini”. Ma già nel 400 d. C., a testimonianza di Fa Hian, l’uomo, nemico all’uomo, aveva restituito alla selvaggia natura le fertili pianure faticosamente contese alla Grande Foresta.

In città, specialmente se capitale, la vita era raffinata e frivola. La professione più lucrosa era la mercatura, alla quale si dedicavano anche brahmani e nobili, decaduti o desiderosi di quella maggior considerazione che proviene dal possesso d’ingenti ricchezze. I capi delle corporazioni mercantili avevano accesso a corte, quando non erano addirittura tesorieri o ministri. Non pare che la gente traesse alla città con l’avidità di oggigiorno; nell’immensa pianura tra l’Himālaya e il Vindhya troviamo appena ricordate una ventina di città di considerevole grandezza, dove il ricco gentiluomo divideva il suo tempo fra i trattenimenti e i piaceri, egualmente pronto a entusiasmarsi per la cortigiana (gaṇikā) più in voga e per il predicatore di moda. In questo mondo singolare, combattuto fra la sazietà dei piaceri e la ripugnanza alle mortificazioni, che gli asceti del tempo (samana, muni) proclamavano necessarie alla suprema salvezza, Gotama getta, come il seminatore della parabola, il buon seme della sua parola, e la messe è tale che ancor se ne saziano, nell’India e fuori, milioni d’anime.

Quando Gotama nacque, nel 567 a. C. secondo una delle più probabili cronologie, la repubblica aristocratica, di cui era in quel tempo reggitore suo padre Suddhodana, non riconosceva ancora la sovraniià del Kosala. Come la maggior parte dei nobili, i Sakya eran grossi proprietarî e Suddhodana “dal bianco riso” è forse un soprannome conferito al rājā per la bellezza del riso prodotto dalle sue terre. Due sorelle, figlie di un magnate di Koli, furono contemporaneamente mogli di Suddhodana, cosa non disdicevole ai costumi del tempo. La maggiore, Māyā, “mirabile virtù”, era ormai nel quarantacinquesimo anno e priva di figli quando concepì il futuro. Buddha.

Similari
La vita di Buddha
16% Buddha
Fondatore del buddismo; di lui ci sono noti con grande approssimazione parecchi dati cronologici e biografici, sebbene la tradizione vi abbia innestato molti elementi fantastici ed edificanti, creando intorno alla figura d…
Il Buddha e la sua dottrina
7% Buddha
Il buddhismo deve il proprio nome all’appellativo dato al suo fondatore: il Buddha, ‘colui che si è risvegliato alla conoscenza’. Di lui non conosciamo neppure il nome, perché Śākyamuni, ‘l’asceta della famiglia Śākya’, è …
Vita di Aristòtele
4% Aristòtele
Figlio di Nicomaco, medico di Aminta III di Macedonia, Aristòtele trascorse i primi anni della sua giovinezza a Pella. Morto il padre, ebbe come tutore un parente di nome Prosseno, di cui poi adottò il figlio. A diciotto a…
Il Buddismo
3% Buddismo
Religione fondata da Siddhārtha Gautama, detto il Buddha («risvegliato») nell’India nord­orientale alcuni secoli prima della nostra era e poi largamente propagatasi in Asia meridionale, centrale, orientale e del Sud-Est. I…
La vita e le opere di Hegel
3% Hegel, Georg Wilhelm Friedrich
Dopo aver compiuto gli studi ginnasiali nella sua città, entrò nel 1788 nello Stift di Tubinga, una sorta di seminario protestante, dove ebbe come condiscepoli Schelling e Hölderlin, con i quali strinse una viva amicizia e…

Indice