Termine usato per indicare ciò che vi è di permanente nella realtà, al di sotto di ogni mutamento; in tal senso contrapposto ad accidente. Nella storia del pensiero filosofico la riflessione sulla sostanza come ciò che è al di là del divenire è presente fin dalle origini; ma è con Platone e Aristotele che il termine assume particolare valore. Per il primo, sostanza è l’idea, unica realtà vera ed eterna, contrapposta al mondo dell’apparenza sensibile. In Aristotele il termine assume significati diversi: in particolare esso indica sia la concreta realtà individuale (sinolo di materia e forma), designata anche come sostanza prima per distinguerla dai generi e dalle specie o sostanza seconda, sia l’essenza o specie formale, fondamento metafisico della realtà e suo principio di intelligibilità. Il pensiero medievale riprende il concetto platonico-aristotelico di sostanza apportandovi ulteriori determinazioni. Nell’età moderna si assiste a una progressiva trasformazione del concetto classico di sostanza: R. Descartes affianca alla sostanza divina, definita secondo la tradizione scolastica come ciò che non richiede altro da sé per sussistere, le due sostanza, da quella derivate, del pensiero e dell’estensione; B. Spinoza, sviluppando il concetto cartesiano di sostanza, ne afferma l’assoluta unicità, dando al pensiero e all’estensione il valore di attributi di essa, atti a manifestarne, da una particolare angolazione, l’infinita essenza. Nel tentativo di risolvere il problema del dualismo cartesiano, G.W. Leibniz elabora il concetto di un’infinita molteplicità di sostanza individuali o monadi, esseri completi e autosufficienti nella cui realtà in nuce è contenuto tutto ciò che può loro accadere e dalla cui nozione sono logicamente ricavabili tutti i predicati loro attribuibili. Ma il vero e proprio processo dissolutivo del concetto di sostanza inizia con J. Locke, che se non nega l’esistenza di un sostrato permanente e immutabile delle proprietà dei corpi, esclude tuttavia che possa essere oggetto di conoscenza da parte dell’uomo, dato il fondamento empirico di quest’ultima. Per G. Berkeley non è neppure necessario ammettere l’esistenza di questo, seppure inconoscibile, sostrato, poiché è Dio stesso a porre tale idea nel nostro spirito, che la potrà dunque percepire alla stregua di tutte le altre idee. Sviluppando ulteriormente i presupposti dell’empirismo di Locke, D. Hume giunge a spiegare la genesi dell’idea di sostanza con l’attività associativa dell’immaginazione, riconducendo la persistenza e la permanenza della sostanza alla forza dell’abitudine e al regolare e assiduo presentarsi nell’esperienza di impressioni simili. Con il criticismo kantiano la sostanza diventa una delle categorie trascendentali dell’intelletto che concorre all’unificazione del molteplice sensibile in un’esperienza possibile, e viene ad assumere così il valore di una funzione soggettiva del conoscere.

Il concetto di sostanza

Nozione che viene determinandosi nella filosofia antica a partire da Aristotele, il quale la designa con il termine οὐσία, che indica la forma intesa in relazione all’individuo concretamente esistente. Tale concetto è sviluppato in polemica con la dottrina platonica in cui, secondo lo Stagirita, l’οὐσία o idea (εἶδος) è intesa come separata. Per Aristotele la sostanza è la prima categoria dell’essere, cui si riconducono o di cui si predicano ⋯

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