Intuizione e rappresentazione della modalità con cui i singoli eventi si susseguono e sono in rapporto l’uno con l’altro (per cui essi avvengono prima, dopo o durante altri eventi), vista o come fattore che trascina l’evoluzione delle cose (lo scorrere del tempo) o come scansione ciclica e periodica, a seconda che si enfatizzino l’irreversibilità delle vicende umane o il ricorrere degli eventi astronomici; tale intuizione è condizionata da fattori ambientali (i cicli biologici, il succedersi del giorno e della notte, il ciclo delle stagioni ecc.) e psicologici (gli stati della coscienza e della percezione, la memoria) e diversificata storicamente da cultura a cultura.

Antichità

Il concetto di tempo nella filosofia antica si riassume nella definizione di un ordine oggettivo misurabile del movimento. Nella filosofia pitagorica e stoica il tempo è concepito come ordine, ritmo del movimento cosmico; nella dottrina platonica invece il tempo è misura solo del movimento del mondo materiale della generazione e della corruzione, in cui hanno senso i concetti di passato e di futuro rispetto all’eternità, eterno presente immobile, che compete alla sostanza eterna. Sintesi dei due punti di vista è la definizione aristotelica del tempo come «numero del movimento secondo il prima e il poi»: da un lato, infatti, Aristotele, attribuendo movimento circolare, quindi perfetto, ai cieli, accetta il principio pitagorico dell’ordine cosmico come punto di riferimento oggettivo per la misura temporale; dall’altro, distinguendo il mondo dal primo motore immobile, che è fuori del tempo e quindi eternamente presente, riproduce lo schema gerarchico di ascendenza platonica.

Nella concezione neoplatonica, da Plotino ad Agostino, permane la distinzione fra tempo ed eternità, ma il concetto di tempo è collegato, anziché al moto del mondo fisico, all’anima e alla sua vita interna. Escluse le definizioni classiche del tempo, come moto degli astri e come misura del movimento, non resta ad Agostino che definire il tempo come ‘misura dell’estensione dell’anima’, nel ricordo, nell’attenzione e nell’aspettazione (passato, presente e futuro). Sulla linea della critica di Agostino all’idea dei cicli si muovono quegli autori moderni che attribuiscono ai Greci una concezione ciclica del tempo storico (teoria dell’‘eterno ritorno’), mentre peculiare del cristianesimo sarebbe una concezione lineare.

Età moderna

La soluzione aristotelica influì profondamente sul pensiero medievale e rinascimentale dove, nonostante le polemiche contro le dottrine fisiche di Aristotele, il concetto di tempo rimase pressoché indiscusso. Nella stessa tradizione empirista inglese l’attenzione si concentra sull’accentuazione del carattere mentale della costruzione dell’idea di tempo. Per J. Locke il tempo non è connesso solo al movimento ma a qualsiasi ordine costante e ripetibile proprio perché è, come per G. Berkeley, misura della successione (o durata) delle idee nell’intelletto. L’idea di tempo si costruisce proprio sulla base del fluire uniforme delle idee nell’intelletto.

Tanto forte rimase il peso della tradizione aristotelica per la definizione del concetto di tempo che I. Newton dovette utilizzare, per la sua distinzione fra e tempo relativo , di cui solo il secondo rispondeva alla definizione classica di ‘misura del movimento’, il concetto di durata. Già R. Descartes aveva distinto il tempo, come modo di comprendere, sotto una comune misura, la durata di tutte le cose, dalla durata, come permanere indefinito della realtà. Newton concepisce il tempo assoluto (o durata) come una dimensione oggettiva e metafisica che, con lo spazio, contiene gli oggetti naturali e di cui il tempo relativo, il tempo ‘numero’ della tradizione aristotelica, è «misura sensibile ed estesa mediante il movimento».

Come sul concetto di spazio assoluto, G.W. Leibniz polemizza con Newton anche sul concetto di tempo assoluto, contestando il carattere oggettivo di ente metafisico che il tempo assume nella interpretazione newtoniana, contrapponendovi una concezione ‘relativa’ del tempo in quanto misura di movimenti periodici uniformi, cui si commisurano i movimenti non uniformi; il tempo quindi torna a essere identificabile solo con riferimento ai movimenti uniformi esistenti in natura, quali le «rivoluzioni della Terra o degli astri».

Contro ambedue le concezioni polemizza I. Kant, per il quale il tempo è, accanto allo spazio, forma pura della sensibilità. Esso è condizione universale e oggettiva di ogni fenomeno in generale perché, a differenza dello spazio, che è forma pura di tutte le intuizioni esterne, essendo il tempo condizione formale dell’intuizione interna, vale per ogni fenomeno che entri a far parte dell’esperienza. Per determinare oggettivamente l’ordine di successione nel tempo è necessario per Kant che la relazione fra i due stati (il ‘prima’ e il ‘poi’), successivi nella percezione, risponda a una regola per la quale l’avvenimento successivo segua sempre e necessariamente il precedente e il tempo risulti quindi irreversibile: questa regola è il concetto del rapporto di causa ed effetto. Il tempo, come ordine di successione, viene così ridotto da Kant all’ordine causale, secondo un principio che avrà grande fortuna nell’epistemologia moderna fino ad A. Einstein e H. Reichenbach.

Età contemporanea

Completamente diversa da quelle finora esposte è la concezione del tempo di H.-L. Bergson. Per Bergson il tempo della scienza è una schematizzazione e spazializzazione del tempo vero che, come tempo vissuto, altro non è che la durata della coscienza. Il tempo vero è un fluire non spazializzabile di stati della coscienza in cui non ha senso la distinzione del prima e del poi e, quindi, il concetto d’irreversibilità. Il tempo della coscienza è composto di momenti indistinguibili che trapassano l’uno nell’altro, si mescolano e costituiscono un tutto unitario, in cui ogni istante è assolutamente nuovo e insieme si conserva, costruendo la ‘valanga’, via via ingrossantesi, della memoria. Questo tempo non spazializzato, che è la dimensione principale della coscienza come fluire ininterrotto e come slancio vitale, è quindi l’oggetto privilegiato di quella intuizione, organo irrazionale o sovrarazionale specifico della filosofia, che Bergson contrappone all’intelletto, organo della scienza, destinato a cogliere l’immobilità della materia, puro meccanismo.

Diverso il discorso di M. Heidegger sul tempo, nodo centrale dell’analitica esistenziale delineata in Sein und Zeit. Invece che fornire una definizione o una caratterizzazione più o meno complessa della nozione, Heidegger considera il tempo, o meglio, la temporalità, nelle sue tre dimensioni del passato, del presente e del futuro, come la caratteristica essenziale e costitutiva di quell’ente che è l’«esserci» (Dasein), cioè dell’uomo in quanto essere ‘gettato’ nel mondo e, come tale, legato al passato non meno che al presente, ma anche proiettato nel futuro attraverso la progettualità e le possibilità che gli sono proprie.

    —  Enciclopedia onlineTreccani

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