Immaginati un uomo che fin dalla nascita sia sempre vissuto in uno spazio in cui la luce entra soltanto filtrata da vetri rossi. Forse costui non sarà in grado di pensare che esista una luce diversa dalla sua (quella rossa). Considererà il rosso una qualità essenziale della luce. Anzi, in un certo senso neppure si accorgerà del colore rosso della luce che lo circonda». Comincia con questa variazione del mito platonico della caverna uno dei due inediti di Wittgenstein ritrovati e pubblicati da Ilsa Somavilla con il titolo Licht und Schatten (Haymon Verlag, pagg. 79, euro 17). La caccia all’ inedito è un destino quasi fatale che incombe sull’ opera dei grandi personaggi della filosofia e della letteratura. Una caccia tanto più morbosa, quanto maggiore è il loro carisma. Wittgenstein è stato tra i più bersagliati. Nonostante il suo lascito sia stato esplorato in lungo e in largo da decenni, ogni tanto vengono alla luce carte segrete e nuovi inediti. Come i due brevi testi che abbiamo ora sotto gli occhi. Stesi negli anni immediatamente successivi al Tractatus (1921), hanno per tema ciò che il Wittgenstein «tractariano» relegava fra le cose di cui non si può parlare, e su cui dunque – come afferma la settima e ultima tesi del Tractatus – bisogna tacere: la condizione umana e il suo bisogno di Assoluto, ovvero la ricerca di religione, di mistica ed etica che contraddistingue l’ esistenza umana. Nel primo – siamo nel gennaio 1922 – Wittgenstein racconta di un sogno in cui la sorella prediletta, Hermine, lo elogia per la sua intelligenza eccelsa. Il compiacimento che egli prova per questa lusinga gli procura un senso di colpa, al punto che si sveglia tormentato dal rimorso per questa vanità. Si crede moralmente colpevole, ed è schiacciato dalla percezione della propria nullità creaturale che gli richiama l’ onnipotenza e la perfezione di Dio. Prova allora «timore e tremore» e si fa il segno della croce. Alzatosi a fatica per guardarsi allo specchio, è spaventato dal suo stesso volto. Spegne a questo punto la luce, ma toccando inavvertitamente il filo della corrente è colpito da una scossa elettrica. Il dolore fisico è quasi un sollievo, una momentanea distrazione dai turbamenti interiori. La rievocazione dell’ incubo si interrompe a questo punto, e Wittgenstein commenta: «Stanotte ho capito la mia totale nullità. Dio ha voluto mostrarmela. Ho continuato a pensare a Kierkegaard, convinto che il mio stato fosse quello di “timore e tremore”». Quanto basta per rendersi conto del rapporto tormentato, ossessivo e quasi maniacale del pensatore austriaco con la religione. L’ irrazionalismo etico-religioso che lo angustia sfonda di continuo, e in modo massiccio, l’ orizzonte del neopositivismo logico del Tractatus. L’ altro testo è il frammento di una lettera stesa nell’ ottobre 1925 e indirizzata probabilmente alla sorella Hermine. Anche qui il problema è l’ uomo peccatore e il suo tormentato rapporto con l’ Assoluto. Prima ancora che sul piano morale e religioso, la condizione di peccato si annuncia come affezione costitutiva dell’ esistenza. La finitudine umana è contaminata da una intrinseca tendenza a perdersi e a cadere, e ciò appare a Wittgenstein come una colpa originaria, una macchia irredimibile. Tanto più intransigente diventa allora la sua aspirazione al rigore e alla purezza dell’ Ideale. Al confronto, i «valori umani» gli appaiono imperdonabilmente relativi e caduchi. Del resto, dove mai può andare il mondo se non verso la medesima transitorietà da cui proviene? Wittgenstein si serve del paragone della caverna a luci rosse per spiegare come l’ uomo reagisca alla propria condizione di limitatezza. E contempla tre casi. C’ è chi la riconosce come tale, ma, ritenendola insuperabile, vi si rassegna e la sopporta o con umore o con malinconia. C’ è chi neppure si accorge di urtare contro di essa, e continua a vivere come se nulla fosse. C’ è chi infine vuole infrangere i propri limiti: perciò rompe i vetri rossi e tenta di uscire all’ aperto per vedere la luce pura, senza filtri né offuscamenti. La metafora vale per la vita individuale come per quella di un’ intera civiltà. Anche le civiltà, come gli individui, hanno i loro limiti e seguono le inesorabili leggi della generazione e della corruzione: nascono, crescono, invecchiano e muoiono. Wittgenstein ricava tale convincimento dalla lettura del Tramonto dell’ Occidente di Spengler, allora appena pubblicato con grande clamore di pubblico. Al pari del controverso Galilei della storia, egli ritiene che la civiltà occidentale abbia ormai esaurito il suo incanto e sia giunta al termine. All’ uomo occidentale, consapevole dell’ ineluttabilità del tramonto, ma lucido e imperturbabile, non rimane che il riconoscimento del limite, la rassegnazione nichilistica di tipo melancolico o gaio. C’ è però un’ ultima via d’ uscita dalla caverna, la più ardita: quella di chi osa oltrepassare i confini e tenta di elevarsi verso l’ Assoluto, per contemplarne – come Wittgenstein dichiara con una reminiscenza goethiana – la «secca luce bianca». è già presente in questo testo del 1925 la tipica tensione wittgensteiniana tra relativismo culturale e ricerca dell’ Assoluto: la quale è per alcuni ricerca della religione, per altri di un sistema scientifico, e per altri ancora di una mitologia. Il paragone della caverna a luci rosse – che simboleggia la condizionatezza della vita umana e la ricerca di strategie per uscirne – prefigura il programma filosofico che emergerà in tutta chiarezza nelle Ricerche filosofiche con la teoria del relativismo dei giochi linguistici. Non a caso l’ allegoria sarà ripresa in varianti diverse. Alla caverna a luci rosse subentrerà nel Wittgenstein maturo l’ immagine della campana di vetro, e la conditio humana sarà paragonata a quella di una mosca intrappolata al suo interno. I due inediti, tenuto conto della data, costringono a rettificare la tradizionale convinzione secondo cui dopo il Tractatus Wittgenstein avrebbe momentaneamente accantonato gli interessi filosofici per dedicarsi all’ insegnamento elementare, ritornando alla filosofia solo dal 1929 in poi. Essi rivelano invece come la filosofia continui a occuparlo sotto forma di un intrigante connubio tra ricerca dell’ Assoluto e Kulturpessimismus di marca spengleriana. «Delle civiltà non rimarrà che un cumulo di macerie e di ceneri», scrive, «ma sopra le ceneri aleggerà lo spirito». Uno spirito a cui la filosofia sa elevare, purché la si pratichi – l’ annotazione è sempre sua – «come una composizione musicale», alla maniera di un’arte e con devozione quasi religiosa.”

Di Volpi Frenco su Repubblica-31 marzo-2005

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