Il problema della soddisfazione dei bisogni e della ricerca dei mezzi più idonei a tal fine ha rappresentato lo scopo ‘naturale’ dell’economia politica fin dal suo costituirsi come disciplina scientifica autonoma nella seconda metà del Settecento. Parecchie, e talvolta profondamente diverse, sono state le risposte che le varie scuole di pensiero economico hanno dato alla domanda: quali sono i bisogni da soddisfare e quali le modalità per soddisfarli? All’origine di tale pluralità sta l’ambiguità della nozione stessa di bisogno, un’ambiguità che a sua volta discende da un’altra più profonda: quella dell’uomo che è essere sociale e naturale a un tempo. Già gli autori del XVIII secolo distinguevano due categorie di bisogni, quelli naturali e quelli artificiali, una distinzione che, con denominazioni appena diverse (bisogni necessari e superflui, biologici e culturali, e così via), si ritrova in tutti gli studiosi che si sono occupati e si occupano della tematica dei bisogni. Scriveva Condillac (v., 1776; ed. 1948, p. 244): “I bisogni naturali sono una conseguenza della nostra conformazione: noi siamo conformati in modo da aver bisogno di nutrimento o da non poter vivere senza alimenti“. Quanto ai “bisogni artificiali“, essi sono “una conseguenza delle nostre abitudini. Una certa cosa, di cui potremmo fare a meno perché la nostra conformazione non fa sì che ne abbiamo bisogno, ci diventa necessaria in seguito all’uso e talvolta tanto necessaria come se fossimo conformati in modo da averne bisogno“. Quanto a dire che da un lato i bisogni derivano dalla costituzione dell’uomo, dal suo corpo; dall’altro, dalla storia e dalla cultura proprie di ciascun gruppo sociale.

È un fatto che tutte le risposte ai bisogni, e prima ancora la loro formulazione, passano attraverso una dimensione simbolica. L’uomo non mangia solo per necessità biologica, ma il suo consumo di cibo subisce un’elaborazione culturale e immaginaria: attraverso questa griglia va colto il senso degli atti legati, direttamente o indirettamente, alla soddisfazione dei bisogni. I bisogni dunque, e soprattutto il modo di soddisfarli, appaiono sempre in qualche modo socialmente determinati. E ciò non solo perché i bisogni ‘artificiali’ non preesistono ai beni atti a soddisfarli – ma anzi si sviluppano in seguito all’esposizione agli stessi – ma anche perché, dal momento che i beni sono usati in attività socialmente definite, il processo di interazione tra bisogni e beni è mediato dal significato che i beni stessi assumono nel contesto socioistituzionale di riferimento del soggetto (v. Consumi). Come vedremo, la diversità dei modi in cui la categoria ‘bisogno’ è stata teorizzata nella storia del pensiero economico trova la sua radice ultima in questo divario tra una concezione essenzialistica – secondo cui i bisogni generano, fin dall’emergere della specie, i nostri comportamenti individuali e collettivi – e una concezione convenzionalista, secondo cui i bisogni sono storicamente e socialmente determinati. Secondo il primo punto di vista i bisogni si identificano con ciò che è richiesto dalla natura umana, senza di cui il soggetto risulterebbe danneggiato. Il danno è poi variamente definito in termini di “conseguenze patologiche” (v. Bay, 1968, p. 242), oppure di impedimento allo “sviluppo naturale della persona” (v. McCloskey, 1976, pp. 5-7), e ancora di vincoli alla razionalità (v. Nielsen, 1976). Nell’ottica convenzionalista, invece, i bisogni sono ciò che la società ritiene che gli individui non possano non avere. Per Townsend (v., 1979, p. 413) “le persone vanno considerate bisognose se mancano dei tipi di cibo, vestiario, alloggio, delle condizioni sociali e di lavoro che sono comuni nelle società cui appartengono“.


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