L’abitudine a parlare dell’Io – alludendo con ciò a una sorta di nucleo privato, intimo e inviolabile a cui riferire ogni nostra esperienza e da cui parte ogni nostra azione – ci dà l’impressione di esprimere una realtà immediata, persino intuitiva. Già rapportando questo stesso termine a un neonato anziché a un adulto, appare tuttavia evidente come il problema sia, di fatto, ben più complesso. Partendo dalla considerazione che ogni sistema vivente è una realtà articolata, un organismo che si struttura a partire dal proprio programma genetico e che nel suo stesso evolversi costruisce conoscenza (Guerra 1997), è possibile constatare come nella specie umana emerga quale caratteristica peculiare l’introspezione.

Poiché quest’ultima si esprime prevalentemente mediante atti linguistici, la persona umana ‘coglie’ sé stessa come soggettività attiva esprimendola con il termine ‘io’ (per es., “Io faccio”, “Io penso”, “Io desidero” ecc.). Nell’usare il pronome ‘io’, non sempre, tuttavia, intendiamo riferirci al nostro organismo nel suo insieme, ma scomponiamo l”Io’, inteso come soggetto globale, considerandone solo alcune parti (per es. dicendo “i miei occhi”); così indichiamo un ‘oggetto’ che, in quanto tale, è in qualche misura esterno a noi, pur essendo, al tempo stesso, parte integrante del nostro Io. Analogamente, quando diciamo “il mio pensiero”, designiamo ancora un ‘oggetto’ che solo in certo grado appartiene al nostro Io, benché, in questo caso, esso sia più interiore rispetto alla globalità dell’Io.

Queste considerazioni mettono in luce come il problema si collochi su due livelli: da un lato, è chiaro che esiste l’organismo individuale, come soggetto globale di qualsiasi azione; dall’altro, dobbiamo anche constatare che manca al suo interno un soggetto psichico unitario – cioè appunto un Io – nel senso più stretto. Questo tema, che riguarda il nucleo della coscienza, è stato fino a oggi sviluppato secondo due articolazioni principali. La prima di queste fa riferimento alla filosofia della mente, collegandosi con le neuroscienze e concentrandosi sia sul tema della coscienza sia, nella sua declinazione psicologica, su quello di cognizione.

Il secondo orientamento, invece, colloca il problema dell’Io nell’ambito della psicologia dinamica e, più in particolare, della vasta tematica di matrice freudiana. Nel corso della ricerca psicoanalitica e delle sue teorizzazioni, già a partire da S. Freud, il significato del termine Io oscilla tra un riferimento più ampio alla totalità della persona (ciò che oggi viene preferibilmente chiamato Sé) e quello rivolto a un gruppo organizzato di idee (contenuti mentali), di cui soltanto alcune riescono ad avere accesso alla coscienza: queste ultime costituiscono l’Io, mentre le altre vengono relegate nell’inconscio.

Tuttavia l’originaria pulsione dell’Io, legata al modello topografico e all’enfasi sulla rimozione, convinse ben presto Freud che l’Io includeva elementi sia coscienti sia inconsci. In quest’ottica, Freud propose il modello strutturale della psiche di cui l’Io rappresenta una delle tre principali divisioni funzionali. Pertanto, già con Freud viene introdotto il concetto di Io come gruppo di funzioni che maturano, possono essere soggette a disturbi e anche curate, in una prospettiva nella quale da un lato l’Io viene considerato distinto dalle pulsioni istintuali e dall’altro diviene – nel suo aspetto cosciente – l’organo esecutore della psiche (quello cioè a cui compete prendere decisioni e integrare i dati percettivi) e, nel suo aspetto inconscio, contiene i meccanismi di difesa, necessari a contrastare le forti pulsioni istintive dell’Es (sessualità e aggressività).

Si viene così formando il primo abbozzo di psicologia dell’Io che concettualizza il mondo intrapsichico come campo conflittuale fra tre istanze: Io, Super-Io ed Es. Un ulteriore contributo alla costruzione di una psicologia dell’Io si deve ad A. Freud (1936), la quale, approfondendo la dinamica dei rapporti tra le diverse istanze della psiche, colse l’importanza dei meccanismi di difesa individuali sia per la teoria psicoanalitica – soprattutto per l’aspetto che riguarda lo sviluppo della personalità – sia rispetto alla terapia psicoanalitica, in quanto fattori di resistenze inconsce al trattamento.

Nel suo lavoro A. Freud non solo approfondì e ampliò lo studio del ruolo svolto dalla rimozione, ma lo estese ad altri meccanismi di difesa, riuscendo a individuarne e descriverne ben nove. Con il suo contributo, l’interesse della psicoanalisi si spostò dalla originaria concentrazione sulle pulsioni all’attenzione per il ruolo e la dinamica delle difese (Cremerius 1989). In tal modo, A. Freud preparò il passaggio della psicopatologia psicoanalitica dall’osservazione e valorizzazione della formazione nevrotica dei sintomi alla comprensione orientata, piuttosto, sulla patologia del carattere. Questa estensione dell’ambito concettuale e clinico dei meccanismi di difesa e la loro focalizzazione sulle dinamiche dell’Io, permise infatti di comprendere che determinati sintomi, pur essendo formazioni di compromesso, possono esprimere un processo mentale da considerarsi normale in una data fase dello sviluppo (per es. nell’adolescenza) o in determinate situazioni (Brenner 1982).

La valenza nevrotica delle difese rappresenta quindi la variabile patologica di un processo orientato di per sé a offrire soluzioni adattive e creative nei confronti del conflitto intrapsichico. Va sottolineato che l’odierna psichiatria dinamica individua molte forme di disturbi della personalità proprio sulla base delle specifiche modalità difensive che vi si accompagnano, giungendo anche a produrre una sorta di classificazione gerarchica basata sul ricorso ai meccanismi di difesa, da quelli più immaturi o patologici fino a quelli più maturi o sani (Vaillant-Bond-Vaillant 1986).
Contemporaneamente alle ricerche di A. Freud, il ruolo dell’Io nei processi psichici suscitò un interesse così rilevante da originare un orientamento specifico – appunto la psicoanalisi dell’Io – rivelatosi assai fecondo. Si deve a H. Hartmann (1939; 1964) l’osservazione che l’importanza dell’Io per la psiche non può essere limitata alle sue funzioni difensive: esiste una sfera dell’Io libera dai conflitti e quindi capace di svilupparsi indipendentemente dalle forze dell’Es. In altri termini, Hartmann ritiene che vi siano funzioni autonome dell’Io, presenti già alla nascita, quali i processi di pensiero, apprendimento, percezione, controllo motorio e linguaggio, che possono crescere senza essere ostacolate da alcun conflitto.

Partendo da questo concetto, Hartmann sviluppò il punto di vista adattivo, cioè la teoria per la quale una pulsione fondamentale dell’Io è legata alla sua capacità di adattamento alla realtà. Questo processo consente che persino certe difese, attraverso la neutralizzazione delle energie sessuali e aggressive, possano perdere il loro legame con le forze istintuali dell’Es e, divenendo poi autonome o adattive, possano essere canalizzate verso scopi produttivi. Le ricerche di Hartmann sono state seguite da numerosi autori. D. Rapaport (1966) può essere considerato l’esponente più significativo di un gruppo di psicoanalisti che hanno approfondito il rapporto tra la teoria della personalità e i processi sia cognitivi sia affettivi, orientandoli allo studio dell’Io e delle sue funzioni, al punto che concetti come forza/debolezza dell’Io sono entrati nella valutazione psicodinamica comune.

Spingendosi ancora oltre, L. Bellak e i suoi collaboratori (Bellak-Hurvich-Gedinam 1973) hanno ordinato le funzioni dell’Io – le più importanti delle quali includono l’esame di realtà, il controllo degli impulsi, i processi di pensiero, la padronanza delle competenze – in scale di valutazione che hanno trovato largo impiego sia nella ricerca sia nella clinica. Un contributo del tutto particolare alla psicologia dell’Io è venuto da E.H. Erikson (1959), il quale, valorizzando l’attenzione posta da Hartmann al rapporto Io/mondo esterno, ha inserito il concetto di conflitto nel più ampio contesto dell’ambiente sociale e culturale in cui l’individuo nasce e si sviluppa.

A questa premessa è seguita l’elaborazione di una teoria evolutiva epigenetica, nella quale ogni stadio è caratterizzato da una specifica crisi di natura psicosociale, il cui superamento costituisce il compito evolutivo proprio della fase stessa: per es., durante la fase fallico-edipica il conflitto psicosociale si colloca fra iniziativa e senso di colpa e il suo superamento costituisce appunto il compito evolutivo della fase stessa. Proprio questo approccio ha consentito a Erikson (1968; 1982) di tracciare, grazie all’accentuazione del concetto di identità, un’originale teoria dello sviluppo dell’Io che copre l’intero arco del ciclo della vita, dall’infanzia al processo stesso del morire.

Dalla matrice psicoanalitica sono derivate inoltre le sollecitazioni più significative alla comprensione del corpo in quanto identità vissuta, cioè dell’Io corporeo. Già Freud aveva sottolineato come “l’Io è anzitutto un’entità corporea, […] cioè l’Io è in definitiva un derivato da sensazioni corporee, soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo” (Freud 1923, trad. it., p. 488). La sua qualità di fonte primaria delle gratificazioni e delle frustrazioni, e quindi del piacere e del dolore, rende il corpo sia registro immediato di decodificazione della realtà esterna e interna, sia organizzatore di una rappresentazione mentale, soprattutto inconscia, dove avviene l’integrazione fra gli aspetti emotivi, affettivi e simbolici che confluiscono nel processo di costruzione di una identità ‘psicosomatica’ unitaria.
Questa visione del corpo ha consentito di distinguere il concetto di ‘schema corporeo’ – di competenza prevalentemente neurologica – da quello di ‘immagine del corpo’, che è invece di grande interesse psicodinamico ed è ampiamente utilizzato nella psicosomatica. Il modello suddetto ha consentito infatti di recuperare la nozione di ‘sentimento dell’Io’ quale modulo descrittivo che, pur distinguendo ed evidenziando l’azione delle differenti eccitazioni sensoriali e motorie, ne rinforza il riferimento all’identità unitaria sostanziale del soggetto, legandolo principalmente all’azione degli investimenti affettivi sul corpo.

Non va dimenticato infatti che l’affettività è un fattore fondamentale del processo di fissazione delle tracce mnestiche, rispetto sia alla qualità sia alla ‘profondità’. In questo senso, l’affettività costituisce il fattore psicodinamico che unifica le diverse esperienze psicofisiche e, al tempo stesso, fonda, proprio mediante l’immagine del corpo, il sentimento di unitarietà psicofisica, base necessaria di un’identità personale autonoma. L’espressione ‘Io-corporeo’ sta a indicare che la capacità di rappresentarsi il proprio corpo è parte delle funzioni e dello sviluppo dell’Io. In senso figurato (ma non per questo meno concreto), sappiamo che questo Io-corporeo, nel processo di autocoscienza della propria identità, e dunque di differenziazione dall’esterno, costruisce come dei ‘confini dell’Io’, rappresentati da sensazioni che in qualche modo ‘delimitano’ lo spazio corporeo (percepito come uno spazio coordinato e, a diversi livelli, interno) rispetto allo spazio esterno.

Il processo di elaborazione delle esperienze quotidiane determina il formarsi di confini in vario grado flessibili o rigidi, più o meno capaci cioè di adattarsi alle diverse situazioni, per far fronte al complesso processo di differenziazione e di nuove integrazioni imposte dalle vicende del vivere, in particolare dalle esperienze del dolore e della malattia. Questa dinamica (Pinkus 1989) si collega alla teoria psicoanalitica dello sviluppo, a partire dal rapporto madre/bambino, in cui all’interno di un’unità originariamente simbiotica la figura materna svolge il ruolo di ‘organizzatore’ delle esigenze e delle funzioni corporee del figlio, proprio partendo dai suoi confini e attraverso la differenziazione progressiva di tali funzioni, nella prospettiva di successive graduali separazioni orientate alla costruzione del sentimento e della coscienza del proprio corpo, fino allo strutturarsi di un Io-autonomo del figlio.

    —  di Lucio Pinkus

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