Significato del termine Socialismo

Con ‛socialismo’ ci si riferisce oggi, in genere, a due fenomeni diversi. In primo luogo, il termine caratterizza un ordinamento sociale in cui i mezzi di produzione essenziali appartengano alla comunità (allo Stato o alle cooperative dei produttori), e in cui valga il principio ‟da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo il suo lavoro”: un ordinamento sociale, cioè, in cui le opportunità di consumo di ognuno siano proporzionate alle prestazioni lavorative effettuate per la comunità. In secondo luogo, s’intende con ‛socialismo’ una tendenza politica mirante a riforme di vasta portata, o anche a un mutamento rivoluzionario della società capitalistica, nonché l’organizzazione a essa corrispondente. Sotto questa seconda accezione è possibile, in verità, raccogliere un numero straordinariamente grande di organizzazioni e di movimenti, i quali tutti – più o meno a buon diritto – pretendono per sé la qualifica di socialista.

La prima di queste due accezioni del termine risale alla critica rivolta da Marx al programma di Gotha dei socialdemocratici tedeschi, nella quale si legge: ‟Quella con cui abbiamo da far qui, è una società comunista, non come si è sviluppata dalla propria base, ma viceversa come emerge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le macchie della vecchia società dal cui seno è uscita. Perciò il produttore singolo riceve – dopo le detrazioni [per il fondo di riproduzione e per gli inabili al lavoro, per scuole, ospedali, ecc.] – esattamente ciò che dà […] Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di cose di valore uguale. Contenuto e forma sono mutati, perché, cambiate le circostanze, nessuno può dare niente all’infuori del suo lavoro, e perché d’altra parte niente può passare in proprietà del singolo all’infuori dei mezzi di consumo individuali. […] L’uguale diritto è qui perciò ancora sempre, secondo il principio, il diritto borghese, benché principio e pratica non contrastino più. […] Nonostante questo progresso, questo ugual diritto reca ancor sempre un limite borghese. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l’uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro. Ma l’uno è fisicamente o moralmente superiore all’altro, e fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro, oppure può lavorare per un tempo più lungo; e il lavoro, per servire come misura, dev’essere determinato secondo la durata e l’intensità, altrimenti cesserebbe di essere misura. Questo diritto uguale è un diritto disuguale per lavoro disuguale. Esso non riconosce nessuna distinzione di classe, perché ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente la ineguale attitudine individuale, e quindi la capacità di rendimento, come privilegi naturali. Esso è perciò, pel suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni diritto […]” (v. Marx, 1891; tr. it., pp. 960-961).

Marx accenna anche alle disuguali condizioni di vita, le quali rendono disuguale, di fatto, l’uguale retribuzione per l’uguale lavoro (la situazione del padre di famiglia è diversa da quella, per es., del celibe, ecc.), e conclude: ‟Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della società comunista, qual è uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società” (ibid.). Più oltre, questa ‟prima fase della società comunista” viene designata comprensivamente come ‟socialismo” e distinta dalla ‟seconda” o ‟più elevata fase”, definita ‟comunismo”, quella in cui la ripartizione dei beni di consumo e dei servizi può essere effettuata secondo il principio ‟a ognuno secondo i suoi bisogni”, cosicché viene superata ogni ingiustizia derivante dall’uguale trattamento di individui di fatto disuguali. Circa questa ‟fase più elevata”, Marx osserva che in essa ‟la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro” e quindi anche il ‟contrasto tra lavoro intellettuale e manuale” sono destinati a scomparire, e che il lavoro cesserà di essere ‟soltanto mezzo di vita” per diventare il ‟primo bisogno della vita”.

Non possiamo proporci qui il compito di discutere la problematica di questa ‟più elevata fase della società comunista”. Ci limitiamo a osservare che, se nelle società capitalistiche industrialmente avanzate si compiono già oggi molteplici tentativi di eliminare (attraverso assegni familiari, sussidi per la casa, gratuità dell’istruzione, refezioni scolastiche, ecc.) quelle disuguaglianze che Marx riteneva inevitabili ancora nel ‛socialismo’, esse permangono tuttavia in larga misura; e soprattutto esiste ancora in tutte le società capitalistiche una parte (più o meno grande) della popolazione che non vive della retribuzione del proprio lavoro, ma dei profitti, interessi o rendite derivanti dalle sue proprietà private (siano esse sotto forma di capitali, possessi fondiari, ecc.).

Al pari della prima, anche la seconda accezione del termine ‛socialismo’ deriva i propri tratti distintivi dalla contrapposizione al comunismo. Da quando il Partito operaio socialdemocratico russo (bolscevico) abbandonò nel 1918 la sua vecchia denominazione per assumere quella di ‛partito comunista’, in tutti i paesi frazioni dei partiti socialisti allora esistenti seguirono il suo esempio e si rifondarono sotto la medesima denominazione. I termini ‛socialismo’, ‛socialista’ e ‛socialdemocratico’ acquistarono in tal modo, per così dire automaticamente, un significato critico – e di delimitazione – nei confronti del comunismo leninista. Questa delimitazione, che nei partiti europei andò facendosi sempre più netta col passare del tempo per raggiungere la massima asprezza durante l’era staliniana e la guerra fredda, era voluta espressamente da entrambe le parti. Al secondo congresso del Komintern (Pietrogrado-Mosca, 19/7-7/8/1920) Lenin formulò le ‛condizioni di ammissione’ per ogni partito che volesse aderire all’Internazionale, condizioni che rendevano impossibile, di fatto, l’ingresso di partiti socialdemocratici e laburisti.

Molte di queste richieste sono di tale natura che oggi (1975) neppure tutti i partiti comunisti potrebbero soddisfarle interamente. Menzioneremo i punti più importanti. Il primo stabilisce che la propaganda del partito ‟deve avere un carattere realmente comunista” e ‟tutti gli organi di stampa che si trovano nelle mani del partito devono essere diretti da comunisti fidati”. Questa richiesta viene poi rafforzata dal punto 12, che esige la ‟completa subordinazione” di tutta la stampa periodica e non periodica del partito al Comitato centrale. Il sesto punto esige la rottura radicale con il ‟socialpatriottismo e socialpacifismo” sia manifesti che occulti; il settimo un allontanamento di tutti i ‛riformisti’ e ‛centristi’; l’ottavo una politica decisamente anticoloniale (soprattutto negli Stati che ancora possiedono colonie); l’undicesimo una ‛verifica’ della ‟composizione dei gruppi parlamentari”; il tredicesimo l’introduzione del principio del ‛centralismo democratico’ e una ‟disciplina ferrea, confinante con la disciplina militare”; il quattordicesimo ‟epurazioni periodiche degli iscritti alle organizzazioni del partito (nuova registrazione)”; il quindicesimo ‟l’appoggio alla lotta dell’Unione Sovietica contro le forze controrivoluzionarie”; il sedicesimo la revisione dei programmi e il loro adattamento alle deliberazioni dell’Internazionale; il diciassettesimo la subordinazione dei partiti nazionali ‟alle deliberazioni dei congressi dell’Internazionale comunista nonché a quelle del suo Comitato esecutivo”; e infine il diciottesimo esige che ‟i partiti mutino la propria denominazione in quella di Partito comunista (del tale paese), Sezione della Terza Internazionale Comunista” (v. Lenin, 1967, pp. 195-200).

Per i capi della maggioranza dei partiti socialisti tali richieste erano semplicemente inaccettabili. In particolare, non era possibile pensare a un’esclusione dei ‛riformisti’ e dei ‛centristi’, i quali costituivano la grande maggioranza dei gruppi dirigenti della SPD e degli altri partiti socialisti nell’Europa occidentale.

In seguito a questa spaccatura, il movimento socialista fuori della Russia si sviluppò sotto il segno della distinzione, e spesso del contrasto, nei confronti del partito russo (ribattezzato ‛Partito comunista’) e dei suoi partiti fratelli nell’Europa occidentale e centrale. La completa vittoria del riformismo all’interno dei partiti rimasti fuori del Komintern (specialmente nella SPD e nella SF10) dipese tra l’altro dal fatto che i marxisti rivoluzionari avevano in grandissima parte abbandonato i partiti socialisti per aderire ai partiti comunisti di nuova fondazione.

Numerosi tratti peculiari del movimento socialista risalgono a questa rottura – causata dalla preminenza del leninismo all’interno della neonata Terza Internazionale – con l’ala rivoluzionaria del movimento operaio. E precisamente: 1) a differenza dei partiti comunisti, da allora in poi i partiti socialisti sottolineano il ‛carattere democratico’ non solo del futuro ordinamento sociale (ciò che avevano già fatto espressamente Marx ed Engels), ma anche della ‛transizione’ dalla società capitalistica alla società socialista; 2) a differenza di quelli comunisti, i partiti socialisti (almeno nella maggioranza dei casi) ritenevano – e ritengono – possibile una ‛transizione graduale’ dal capitalismo al socialismo (riformismo). Per un certo periodo accadde persino che taluni partiti socialisti rinunciassero interamente all’obiettivo di una ‛società socialista’ (nel senso marxiano) e si limitassero a correzioni – mediante riforme sociali – del capitalismo, il quale dal canto suo, sulla scia della ‛rivoluzione keynesiana’, andava facendosi sempre più dipendente dagli interventi dello Stato in materia finanziaria ed economica. A rigor di termini, partiti come quello laburista inglese non sono neppure ‛riformisti’, in quanto – anche se un programma di statizzazione generale è stato mantenuto a parole per decenni – essi non sono affatto interessati a una completa trasformazione della società in senso socialista; 3) a differenza di quelli comunisti, i partiti socialisti sono in pratica sempre pronti a formare coalizioni, mentre i comunisti sono disposti a entrare in coalizioni di sinistra soltanto sotto la minaccia di un ‛pericolo fascista’, e spesso soltanto a condizioni inaccettabili dai loro partners. (Il governo di fronte popolare in Francia sotto Léon Blum rappresenta una rara eccezione, anche se al giorno d’oggi, in verità, tanto il Partito comunista italiano che quello francese sono disposti a formare coalizioni con partiti non comunisti). I partiti socialisti hanno perciò sostenuto governi la cui politica a stento mostrava ancora un qualche rapporto con le rivendicazioni e gli ideali del socialismo (si pensi al national government di MacDonald, alle varie coalizioni SPD-Centro nella Repubblica di Weimar e alle coalizioni della SFIO in Francia dopo la seconda guerra mondiale); 4) in continuazione della ‛svolta nazionalistica’ dell’estate 1914, la maggioranza dei partiti socialisti – soprattutto nel periodo tra le due guerre mondiali – si sono sempre più saldamente attestati su posizioni nazionalistiche. A ciò ha contribuito anche il pervertimento dell’internazionalismo proletario dovuto alla subordinazione della Terza Internazionale agli interessi dell’Unione Sovietica. Soltanto la seconda guerra mondiale e la coalizione antifascista hanno nuovamente indebolito queste tendenze nazionalistiche. Ma ricordiamo che ancora dopo il 1945 la SFIO, e persino la ricostituita SPD, erano orientate in senso nazionalistico.

D’altro canto, dei termini ‛socialismo’ e ‛socialista’ abusarono anche partiti che avevano completamente rotto con la tradizione socialista delle riforme e della rivoluzione sociale. Il partito fascista tedesco si qualificava come Partito tedesco ‛nazionalsocialista dei lavoratori’ (Nationalsozialistische deutsche Arbeiterpartei) e cercava in tal modo di sfruttare a proprio vantaggio il valore propagandistico di tale etichetta. A parte un paio di punti programmatici riguardanti le riforme sociali e in seguito completamente dimenticati (come la municipalizzazione dei grandi magazzini e la statalizzazione dei trusts), l’ostentata natura ‛socialista’ e ‛filooperaia’ del nazismo si limitò a parole d’ordine come ‟onore al lavoro”, ‟bellezza del lavoro”, ‟unità dei lavoratori del braccio e della mente”, e alla propaganda di un’armonia sociale sotto il segno della ‛comunità popolare’ e della ‛comunità aziendale’. Nel ‛Fronte dei lavoratori’ – che aveva sostituito i disciolti sindacati – erano raccolti insieme imprenditori e operai. Il piccolo-borghese declassato Adolf Hitler amava presentarsi come ‛ex operaio’. Anche il valore simbolico della rivoluzionaria bandiera rossa fu ripreso dai fascisti tedeschi (così come i fascisti italiani avevano ripreso il nero dalle bandiere degli anarchici).

Un analogo abuso del termine ‛socialismo’ è rintracciabile in una quantità di partiti che detengono il monopolio del potere statale nei paesi ex coloniali. Anche qui la parola è destinata a comunicare l’illusione della giustizia sociale e dell’armonia tra le classi, ma solo per consolidare in tal modo la compattezza e la forza combattiva della nazione.

Valori fondamentali del socialismo democratico

Per grande che continui a essere, per il socialismo del sec. XX, l’importanza del marxismo, mi sembra ragionevole cominciare un panorama dei problemi e dei compiti odierni del socialismo non con una ricapitolazione (o ricostruzione) della teoria marxiana dell’evoluzione della società capitalistica, ma con una rassegna dei valori fondamentali del socialismo democratico, così come essi si sono delineati anzitutto negli anni successivi alla seconda guerra mondiale.

Al vertice di tali valori fondamentali del socialismo democratico stanno, con pari dignità, la ‛libertà’ e la ‛giustizia sociale’. I socialisti non rifuggono dall’ammettere che le proprie finalità politiche si riallacciano a valori morali (e anche a convinzioni religiose). Il programma di Godesberg della SPD ha espressamente riconosciuto una pluralità di ‛fondazioni’ egualmente valide della lotta per il socialismo. Del resto, non soltanto gli utopisti premarxisti, ma anche lo stesso Marx – e così Engels – rivelavano in ultima analisi una motivazione etica quando si schieravano a favore dell’avvento di un nuovo ordinamento sociale. Se questa circostanza è stata trascurata – anche all’interno della socialdemocrazia tedesca avanti la prima guerra mondiale – ciò è dovuto soltanto alla preponderanza che nel marxismo ha l’interesse per l’economia e per la teoria della storia. M. Horkheimer ha osservato una volta, con ragione, come la dimostrazione che un determinato sviluppo è destinato a verificarsi con ‟la necessità di una legge naturale” non sia ancora, per il singolo, un motivo per accelerarne il corso con il proprio intervento. Solo in quanto era convinto – sulla base delle contraddizioni della società capitalistica – dell’inevitabile avvento di un’‟associazione dei liberi produttori”, nella quale ‟il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti”, in Marx venivano a coincidere la visione scientifica del corso necessario dell’evoluzione e l’adesione eticamente motivata a esso. La dimensione etica era per Marx ovvia, giacché era egli stesso un tipico erede della borghesia liberale e delle sue migliori tradizioni.

Il socialismo democratico si rifiuta di attribuire un predominio esclusivo a uno solo dei due valori fondamentali: la libertà e la giustizia sociale. Dipende soprattutto dalle concrete condizioni di un paese quale dei due valori debba essere sostenuto con maggiore energia (senza però che sia mai possibile perdere l’altro interamente di vista).

Con ‛libertà’ il socialismo intende anzitutto il libero dispiegamento di ciascuno dei diversi talenti individuali, e in secondo luogo un’organizzazione della società che consenta a ciascuno dei suoi membri adulti di collaborare attivamente al disbrigo degli affari comuni. Questa seconda specie di libertà – la libertà democratica – può essere considerata come una forma della prima; essa ha però, oltre a ciò, anche un’importante ‛funzione strumentale’. Da un lato favorisce il dispiegamento e l’attivazione delle capacità individuali nel processo collettivo di discussione e decisione politica, dall’altro serve a controllare i governanti (i quali, nell’attuale ordinamento basato sulla divisione del lavoro, sfruttano le loro importanti funzioni), e a proteggere i singoli contro il loro potere.

La giustizia sociale è volta all’instaurazione graduale di una completa ‛uguaglianza di opportunità’ (diretta a consentire il dispiegamento delle molteplici capacità individuali). È possibile fare alcuni passi su questa strada anche nel quadro di una società basata sulla proprietà privata; o, in ogni caso, è possibile quando tale società abbia raggiunto un alto grado di industrializzazione. Così, per esempio, la gratuità dell’istruzione – anche per i giovani che vogliono proseguire gli studi medi e universitari -, come pure la concessione di borse di studio agli studenti capaci, sono obiettivi realizzabili anche senza il superamento dell’ordinamento basato sulla proprietà privata. In verità, è facile immaginare che i giovani dei ceti abbienti, privati in tal modo di una (piccola) parte dei propri privilegi, cercheranno delle scappatoie per sfuggire all’‛effetto livellante’ di una uguaglianza di opportunità nel campo dell’istruzione.

Ma, anche se si raggiungesse l’obiettivo di un’uguaglianza di opportunità formalmente completa in materia di accesso alla scuola media e all’università, rimarrebbero tuttavia, per i giovani delle famiglie operaie, evidenti situazioni di svantaggio: l’ambiente linguistico familiare ostacola lo sviluppo delle doti naturali legate al linguaggio, tanto che i figli di operai ottengono nei test attitudinali (non matematici) risultati inferiori a quelli che corrisponderebbero alle loro doti ‛innate’. La volontà di procurarsi, attraverso l’apprendimento, i presupposti per l’accesso a occupazioni professionali più interessanti è, nelle famiglie operaie, assai meno diffusa che in quelle borghesi e piccolo-borghesi. L’ambiente sociale esercita istintivamente, nell’interesse del mantenimento della solidarietà di classe, un’azione frenante nei confronti degli individui che vogliono emergere. Solo se ci fosse la garanzia che al successo professionale non si associasse necessariamente il passaggio in un’altra classe – ovvero, se la propria occupazione implicasse comunque un effettivo collegamento con la classe d’origine -, questa influenza inibente potrebbe essere interamente eliminata. In alcuni strati discriminati (come i Negri nordamericani o gli Algerini in Francia, i Turchi o altri lavoratori stranieri nella Germania Federale) si aggiunge inoltre una – reale o presunta – mancanza di prospettive di raggiungere una posizione professionale legata a un’istruzione superiore. L’offuscamento dell’orizzonte futuro scoraggia gli sforzi e blocca lo sviluppo intellettuale (e affettivo).

Se si porta la discussione su di un piano concreto, l’obiettivo della giustizia sociale – nel senso di una realizzata uguaglianza delle opportunità – appare straordinariamente difficile e come una meta ancora assai lontana. Su questa strada, l’ordinamento basato sulla proprietà privata non costituisce affatto l’unico ostacolo (anche se è forse il più potente). Che la sua eliminazione non comporti quindi, di per sé, l’instaurazione della giustizia sociale e dell’uguaglianza delle opportunità, è cosa che risulta chiaramente da indagini compiute in paesi a socialismo burocratico sui desideri e sulle opportunità, in materia di scelta professionale, dei giovani di famiglie operaie, i quali – in una percentuale che si aggira spesso sull’80-90% – finiscono per fare gli operai come i loro padri (da ricerche sociologiche condotte in Ungheria). In questo caso, è ben possibile che svolga un ruolo importante, nei confronti di quelli che vogliono emergere, il motivo della solidarietà di classe e dell’influenza ambientale (motivo caldeggiato dagli strati burocratici privilegiati).

Verosimilmente, una completa uguaglianza delle opportunità sarebbe raggiungibile soltanto se scomparissero interamente le forti differenze – nello stile di vita e nel reddito – tra gli elementi altamente qualificati (tecnici, burocrati, funzionari, artisti) da un lato e i semplici lavoratori manuali dall’altro. Per il momento, di una siffatta evoluzione non c’è ancora traccia nei paesi a socialismo burocratico (a differenza di quanto avviene nella Cina Popolare). Nei paesi industrialmente avanzati e orientati verso le riforme sociali (come la Svezia) esiste invece una tendenza verso l’instaurazione di livelli salariali compensativi. Ciò vuol dire che i salari tendono a essere tanto più alti quanto minore è la soddisfazione ricavabile da una data occupazione. A favore della rigorosa attuazione di questo principio gioca anche un incentivo economico addizionale, quello cioè di sostituire in misura sempre maggiore le mansioni superpagate con processi automatici. È, questa, una tendenza che in molti paesi industrialmente avanzati viene frenata da un afflusso di manodopera priva di istruzione (e più economica), la quale non richiede ancora livelli salariali compensativi.

Nella rassegna dei valori fondamentali del socialismo democratico il terzo posto è occupato dalla ‛pace’. Con ciò s’intende, in primo luogo, l’istituzione di un regime di pace tra gli Stati (ancora relativamente) sovrani; quasi sempre vi si associa, però, l’inclinazione ad attribuire grande valore alla ‛pace sociale’. Si constata ancora, è vero, l’esistenza di contrasti tra le classi, ma si assume che: 1) possano essere risolti nella forma di una composizione dei conflitti istituzionalmente regolata (contratti collettivi, scioperi, procedure di arbitrato, ecc.); e che 2) nell’interesse di un progresso pacifico si debba impedire il più possibile lo ‛scoppio di lotte aperte’.

Le due specie di pace, però, non debbono essere necessariamente associate l’una all’altra. Al contrario, conflitti di classe sul piano interno possono anche diventare il presupposto di una pace duratura, quando abbiano lo scopo di strappare il potere a uno strato imperialistico e guerrafondaio della propria società e di condurre lo Stato sotto un controllo realmente democratico.

L’orientamento dei partiti socialisti e laburisti europei verso una politica di pace, anzi una politica pacifista, ha sortito dopo il 1945 grossi successi, ai quali non sono mancati riconoscimenti internazionali. Nel 1975 J. K. Galbraith ha definito i successi delle coalizioni e dei governi socialisti in politica estera come il vero titolo di merito del socialismo nella nostra epoca: ‟Nell’ultimo trentennio la sinistra democratica nei paesi industriali si è dimostrata capace di liquidare l’impegno oltremare (nelle sue forme coloniali e non coloniali). La sinistra francese ha accelerato la ritirata militare dall’Indocina e dal Nordafrica; in altri paesi le sinistre hanno in parte condotto a termine ciò che avevano cominciato. I socialdemocratici tedeschi hanno posto nella sua giusta prospettiva il problema dei territori orientali. La sinistra americana si è messa alla testa di un movimento che ha condotto alla fine dell’intervento in Vietnam” (‟Le nouvel observateur, spécial économie”, luglio 1975, p. 70). A questo titolo di merito corrisponde però, secondo Galbraith, un relativo fallimento riguardo al compito di una trasformazione della società capitalistica. Paradossalmente, i successi di uomini politici come W. Brandt, B. Kreisky ecc., si sono avuti proprio nei settori tradizionalmente considerati come tipici dei conservatori. Galbraith fa risalire tale fallimento soprattutto alla mancanza di specialisti abbastanza competenti da guidare un’economia moderna – in conformità a un piano – in modo tale che risultino garantite al contempo la stabilità della moneta e la piena occupazione. Ci si deve chiedere però se – anche nel caso di un migliore sfruttamento degli strumenti esistenti – una guida siffatta sia possibile continuando a mantenere la libertà decisionale in materia di investimenti, sia per le imprese autonome sia per il settore controllato da trusts internazionali.

A questo proposito, i socialisti e i socialdemocratici (per es. svedesi) si differenziano dai comunisti (marxisti-leninisti dogmatici) soprattutto per un maggiore ‛pragmatismo’. Le socializzazioni vengono bensì prese in considerazione in quanto possibile strumento, ma non se ne fa uno scopo assoluto. Se, per esempio, una crescita dell’economia in direzione della piena occupazione, della creazione di centri produttivi non nocivi per l’ambiente e della produzione di beni di consumo durevoli, non è possibile in altro modo, si procede allora a una socializzazione, cioè si sopprime la libertà decisionale dei proprietari o dei loro rappresentanti – in materia di investimenti. E però immaginabile che una tale operazione possa aver luogo anche nella forma di una cogestione (Mitbestimmung), e quindi non sempre necessariamente in quella di una regolare espropriazione.