La critica socialista della società industriale capitalistica

Le società capitalistiche contemporanee sono oggetto di critica da parte non solo dei socialisti, ma anche dei conservatori e dei comunisti. Ma, per quanto numerosi possano essere i punti di concordanza, le differenze nelle finalità e nei valori comportano anche differenze nelle critiche che alla società capitalistica vengono rivolte. La critica socialista poggia sui valori della libertà individuale e della giustizia sociale (uguaglianza); valori che, pur essendo alla base anche dell’ideologia borghese (a partire dalla Rivoluzione francese), sono però sempre stati disattesi nella prassi degli Stati borghesi capitalistici. La critica che i comunisti contemporanei di stampo sovietico rivolgono al capitalismo prende invece le mosse, in prevalenza, dal valore dell’aumento della produzione: essa insiste quindi maggiormente sul fatto che il capitalismo è incapace di sviluppare la produzione (e la produttività del lavoro) sino al punto da consentire una piena e onnilaterale soddisfazione dei bisogni di tutti i membri della società. Questa ristrettezza della prospettiva critica si può spiegare, storicamente, considerando l’arretratezza storica della Russia e la sua situazione verso la fine della guerra civile.

Mentre la critica comunista rimprovera al punto di vista socialista la sua affinità con la tradizione borghese, gli uomini politici socialisti hanno a che fare, nella prassi delle società industrialmente avanzate, con una borghesia che si è sempre più allontanata, di fatto, dai valori fondamentali del proprio passato umanistico, e anzi, spesso, li rinnega cinicamente. Questo allontanamento dai valori delle proprie origini è ravvisabile anche sul piano scientifico.

Un esempio tipico è la teoria della democrazia. Nella sua forma originaria, la democrazia era l’autodeterminazione del popolo (o piuttosto della borghesia, che si identificava con il popolo come totalità). Essa si caratterizzava come ‛dominio del popolo’, ovvero come ‛identità di governanti e governati’. Nella ‛teoria economica della democrazia’, oggi largamente diffusa, troviamo invece semplicemente un’intesa di élites concorrenziali, le quali, in elezioni periodicamente organizzate, combattono per il diritto all’esercizio del potere. L’esistenza di élites al governo (e all’opposizione), e la possibilità ch’esse si scambino i ruoli in seguito a consultazioni elettorali, è ritenuta un presupposto pienamente bastevole per una democrazia efficiente. L’atto del voto (come unica ‛attività’ del cittadino) è interpretato in analogia con l’‛atto di compera’ proprio del consumatore. La propaganda delle élites concorrenziali per guadagnarsi la fiducia degli elettori è l’analogo della pubblicità dei produttori di merci per procacciarsi i clienti. L’esistenza di oligopoli, che in campo economico è spesso ancora oggetto di critica, in campo politico da lungo tempo non appare più come uno svantaggio. L’esistenza anche solo di due concorrenti è giudicata sufficiente.

A questa concezione ristretta della democrazia viene contrapposta dai critici di sinistra l’esigenza di una ‛democrazia partecipativa’, che consenta al singolo cittadino di partecipare direttamente e indirettamente alla formazione delle decisioni politiche in qualsiasi sede (comunale, regionale, provinciale, statale). La teoria partecipativa muove dal principio che una concorrenza di élites non significa libertà democratica, soprattutto se si considera che di solito vi si associa una crescente spoliticizzazione della coscienza dei cittadini, declassati a ‛consumatori di politica’. La critica socialista, inoltre, mette in chiaro che la democrazia delle élites concorrenziali sembra essere un mezzo per mantenere le masse elettorali dipendenti in una condizione di amorfa passività, e per stabilizzare quindi lo status quo socioeconomico (cioè l’esistenza di strati economicamente privilegiati). In una situazione caratterizzata dalla concorrenza di élites partitiche è assai difficile che si sviluppi la coscienza della necessità di radicali riforme di struttura (o di un mutamento rivoluzionano); e in particolare è difficile quando la preoccupazione dei due (o più) concorrenti è necessariamente quella di soddisfare a breve scadenza i desideri della maggioranza degli elettori, e nessun partito ha, da solo, la possibilità di spuntarla contro il peso immenso della pubblicità che il sistema economico mette incessantemente in opera a proprio vantaggio.

Da questa visione delle cose consegue che i partiti socialisti, nella loro attività d’informazione e di propaganda, non possono limitarsi ai brevi periodi delle battaglie elettorali e debbono invece preoccuparsi di innalzare continuamente la coscienza politica della maggioranza della popolazione mettendola dinanzi alla necessità di riforme radicali.

Gli apologeti dello status quo economico e politico argomentano spesso, oggigiorno, che evidentemente la maggioranza della popolazione è contenta del sistema sociale esistente (si sostiene che noi ‛votiamo’ quando, per es., compriamo al chiosco dei giornali i prodotti demagogico-reazionari della stampa di massa). Altrimenti si dice all’incirca – come si potrebbe spiegare il flusso continuo (sino all’erezione del muro di Berlino) dei profughi dalla Germania Orientale verso quella Occidentale, e la contemporanea quasi completa mancanza di un movimento in senso inverso? L’interpretazione di questo fatto richiede in verità considerazioni più complesse di quelle fatte comunemente. Bisogna anzitutto ricordare che nella Repubblica Democratica Tedesca c’è un capitalismo di Stato amministrato dalla burocrazia (con una produttività del lavoro inferiore a quella della Germania Federale, e quindi salari reali inferiori); difficilmente perciò, nonostante varie incontestabili conquiste nel campo della sanità e dell’istruzione superiore, essa può presentare attrattive per lavoratori o impiegati tedesco-occidentali. Ciò non vuol dire affatto, però, che, in Occidente, alle condizioni esistenti si accompagni una piena soddisfazione. Indizio di una insoddisfazione diffusa, e spesso non apertamente ammessa, è ad esempio l’aumento delle malattie mentali e la fuga – spesso convulsa – nel consumo (incessantemente stimolato dalla pressione pubblicitaria). Le forme della felicità – in ogni caso una felicità da soddisfare a breve scadenza – che una società capitalistica industrialmente avanzata può offrire ai suoi membri si riducono di nuovo e sempre al consumo, al consumo di merci e di servizi sotto forma di merci (per es., viaggi). Tale consumo, che viene pensato in teoria come aumentabile all’infinito, soddisfa però, almeno in parte, solo per la sua reale o presunta ‛esclusività’; una merce, cioè (prescindendo dal suo materiale valore d’uso), procura una soddisfazione tanto maggiore quanto minore è il numero di coloro che partecipano al suo godimento. E poiché la via al godimento di una merce passa per il pagamento della medesima, ciò significa in pratica che le opportunità di felicità sono direttamente proporzionali al reddito, e quindi che – in quanto la piramide dei redditi termina in una punta sottile – la maggioranza della popolazione deve essere di necessità scontenta e infelice.

È un’infelicità che, in tempi di congiuntura favorevole, trova una certa compensazione nella speranza di un futuro accrescimento delle opportunità di consumo. Ma, non appena le società industrialmente avanzate entrano in uno stadio di crescita più lenta (o addirittura di crescita zero), questo malessere, questa frustrazione sono destinati ad aumentare sino a diventare insopportabili.

Sorge allora il pericolo che le ideologie reazionarie offrano all’‛aggressività’ delle masse frustrate degli ‛oggetti’ sui quali poter rovesciare la propria insoddisfazione. In altre parole, il passaggio a una ripartizione dei redditi (e delle risorse patrimonali) che risulti almeno un poco meno ineguale diventa tanto piu urgente quanto più s’avvicina il momento in cui – anche soltanto a causa della rarefazione dell’energia e delle materie prime, e della necessità di conservare la biosfera – bisognerà rallentare il ritmo della crescita economica. In quel momento, se non prima, lo sfondo ideologico delle società industrialmente avanzate (training for consumership, status sociale determinato dalle opportunità di consumo e anzi dal conspicuous consumption) dovrà trasformarsi. I termini del conflitto saranno allora i seguenti o si potrà ottenere, con argomenti razionali e con l’instaurazione di una certa giustizia sociale (cioè di una maggiore – anche se non completa – uguaglianza), l’accettazione della crescita zero, oppure quest’ultima richiamerà alla ribalta, come compensazione, ideologie reazionarie.

Per quanto riguarda i paesi industriali, la svolta più importante della critica socialista contemporanea è il ripudio, e anzi addirittura il ‛rovesciamento’, del rimprovero mosso da Marx all’economia capitalistica, di non essere cioè in grado di realizzare un aumento della produzione tale da soddisfare effettivamente i bisogni di tutta la popolazione. Rimane pur sempre vero che, anche nelle società più ricche, esiste una povertà di massa; essa non è però la conseguenza di capacità produttive insufficienti, ma soltanto di un’ingiusta distribuzione. Il modo di produzione capitalistico si è dimostrato assai più dinamico e vitale di quanto non presumesse Marx nel 1867. In paesi come gli Stati Uniti e la Germania Federale il problema di gran lunga più urgente per il modo di produzione capitalistico è un altro: come cioè rallentare, ai fini della conservazione dell’ecosfera, la dinamica in esso insita (e di vitale importanza per la sua conservazione).

Il vero problema non è tanto una dinamica insufficiente (derivante dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, che ha trovato una compensazione maggiore di quanto Marx presumesse e che si dimostra pur sempre sopportabile per le grandi imprese), quanto il mantenimento di tale dinamica ove rimanga al contempo ‛cieca’ la direzione in cui la produzione incessantemente crescente si muove. In modo un po’ sommario, la situazione si può descrivere nel modo seguente.

Il capitale può conservarsi solo in quanto (e finché) cresce; e, poiché continuamente riemerge il pericolo di una saturazione del mercato, gli sforzi dei produttori capitalistici sono necessariamente diretti a gettare sempre più rapidamente sul mercato prodotti smerciabili e a far invecchiare attraverso il rapido mutamento delle mode prodotti che sarebbero in sé ancora utilizzabili. L’accorciamento del tempo lavorativo necessario alla fabbricazione di un prodotto non serve quindi (o in ogni caso non in primo luogo) ad abbassare il prezzo del prodotto né a investire per rendere più piacevoli i luoghi di lavoro o potenziare e migliorare servizi di vitale importanza (assistenza sanitaria, trasporti pubblici, scuole, giardini, luoghi di ricreazione, ecc.), ma ad aumentare le vendite dei prodotti (merci). Alla base di una tale direzione dello sviluppo sta anzitutto il principio che soltanto la vendita di merci può procurare un profitto, e in secondo luogo che, nonostante il notevole prelievo operato dal fisco, un’alta quota dei profitti dev’essere impiegata per l’ampliamento delle capacità produttive (e per la pubblicità necessaria alla vendita delle merci così prodotte). Sempre maggiore, perciò, diventa la discrepanza tra ciò che da lungo tempo è tecnologicamente possibile e ciò che di fatto avviene: l’accorciamento del tempo di lavoro rimane fortemente indietro rispetto all’aumento della produttività; l’automazione (cioè l’eliminazione dei lavori ripetitivi e faticosi) viene promossa in misura minore di quanto sarebbe possibile (è specialmente degno di nota che il meccanismo concorrenziale sembra in questo caso indebolito, e che l’interesse per la sopravvivenza non costringe affatto le grandi corporations a operare innovazioni tecnologiche); gli investimenti nel settore pubblico (che non dà profitti) rimangono indietro rispetto al bisogno reale. In altre parole, la cosa veramente nefasta non è la carente dinamica del modo di produzione capitalistico, ma la direzione ‛cieca’ – cioè obbediente agli impulsi immanenti al sistema – della dinamica in atto.

Già nel 1951 Th. W. Adorno ha anticipato nei Minima moralia questo mutamento di prospettiva e criticato, nei marxisti, la riduzione dell’immagine del futuro a quella di un aumento indefinito della produzione: ‟L’univocità ingenuamente presupposta della tendenza all’aumento della produzione fa già parte di quello spirito borghese che ammette lo sviluppo in una sola direzione, perché, concluso in sé come totalità, e dominato dalla quantificazione, è ostile alla differenza qualitativa. Se si concepisce la società emancipata proprio come emancipazione da questa totalità, ecco che appaiono linee di fuga che hanno poco in comune con l’aumento della produzione […]; la società liberata dalle catene potrebbe comprendere che anche le forze produttive non costituiscono l’ultimo substrato dell’uomo, ma una figura particolare dell’uomo, storicamente adeguata alla produzione di merci. Forse la vera società proverà disgusto dell’espansione e lascerà liberamente inutilizzate certe possibilità, invece di precipitarsi, sotto un folle assillo, alla conquista delle stelle […]. Tra i concetti astratti, nessuno si avvicina all’utopia realizzata più di quello della pace eterna” (v. Adorno, 1951; tr. it., p. 154). Nella sua critica Adorno va anche al di là di quanto sopra accennavo. Non soltanto il ‟folle assillo” all’incessante aumento della produzione dei beni di consumo, ma anche la feticizzazione della produzione e della produttività in quanto tali appaiono ai suoi occhi come un eredità – che deve essere superata – della mentalità borghese. La pace in quanto concetto includente il compimento, l’essere – e non più l’agire e il divenire – sono per lui il simbolo più adeguato dell’utopia realizzata. Negli anni trascorsi dalla sua formulazione, tale principio non ha fatto altro che guadagnare in attualità e importanza.

Al problema di come sia possibile, nelle società industriali moderne, tutelare (o meglio salvare e reinstaurare) la libertà individuale, i critici socialisti danno una risposta radicalmente diversa da quella dei conservatori e dei liberali. Per costoro, la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’autoresponsabilità economica dell’individuo (anche se da lungo tempo non più pienamente realizzabili) rimangono però sempre un punto di riferimento. Su tale base, a un ulteriore potenziamento dello Stato sociale assistenziale essi contrappongono la promozione della piccola proprietà. I socialisti partono invece dal riconoscimento che la diffusione della proprietà, e la sua acquisizione, non reca più con sé la possibilità di una reale indipendenza. Il possessore di azioni non può, di regola, neppure utilizzarle per i casi di emergenza: in caso di depressione congiunturale, infatti, il suo risparmio si svaluterà, col risultato che egli può essere addirittura danneggiato da questa forma d’investimento (scarsamente adatta al suo caso), in quanto deve vendere proprio quando l’abile speculatore rastrella azioni a buon mercato. Ma, anche lasciando da parte tutto questo, la somma risparmiata non è mai sufficiente a emancipare dalla necessità del lavoro salariato, al quale – mantenendo intatta la struttura delle imprese è associato un alto grado di illibertà. Su tale base, i socialisti aspirano a un ampliamento (o a una reinstaurazione) della libertà individuale per la grande maggioranza (salariata) della popolazione, e ciò anzitutto in due modi: 1) attraverso una sufficiente sicurezza in materia di disoccupazione, invalidità e vecchiaia (pensione sociale di tipo svedese); 2) attraverso diritti di cogestione esercitati da operai e impiegati nella propria azienda (sul luogo di lavoro, nell’azienda, come anche in sede sovraziendale).
Le assicurazioni sociali diminuiscono la dipendenza dall’azienda (insieme con il diritto a cambiare posto di lavoro, diritto che, in piccole città o in comuni rurali, può naturalmente diventare relativamente irrilevante); il diritto alla cogestione diminuisce la dipendenza nell’azienda e – in condizioni ottimali – fa del dipendente salariato un soggetto che concorre attivamente all’organizzazione dei propri rapporti di lavoro (e della produzione in generale).

Gli avversari del socialismo obiettano a queste due vie: 1) che il potenziamento dello Stato sociale e assistenziale rende il singolo sempre più dipendente dalla burocrazia statale, e che la pretesa a essere assistito paralizza la coscienza della responsabilità personale; 2) che la cogestione da un lato conduce a scalzare la libertà imprenditoriale, indispensabile per l’efficienza dell’economia, e dall’altro mette di fatto il singolo lavoratore sotto la tutela dei sindacalisti, i quali parlano in suo nome: si dovrebbe perciò, almeno, escludere la presenza di sindacalisti estranei all’azienda.

La prima obiezione contiene un elemento di verità, ma lascia in ombra l’altra faccia della medaglia. Con la garanzia di una pretesa giuridica alla protezione – una protezione che non può più essere vista come una ‛grazia’ o un’‛elemosina’ – è la dignità del dipendente salariato che viene garantita in caso di disoccupazione, invalidità ecc. Scompare (o almeno diminuisce) la paura della disoccupazione e della malattia, e si attenua la dipendenza dagli accidenti della congiuntura e/o della propria salute. Si attua così per lui e per la sua famiglia – e in un modo molto reale – la libertà dal bisogno. La dipendenza dalla burocrazia statale, d’altra parte, può al contempo essere alleviata e resa sopportabile se il suo lavoro si svolge in piena luce ed è sottoposto al controllo, per es., dei sindacati.

Nel peggiore dei casi, comunque, il beneficiano dei servizi sociali scambia la dipendenza dalle imprese o dalle elemosine private ed ecclesiastiche con la dipendenza da una burocrazia statale (assai più efficiente e destinata per legge all’assistenza), che è soggetta a un continuo controllo.

Per quanto riguarda la cogestione, l’affermazione ch’essa comporta una limitazione della libertà imprenditoriale è giustificata solo in quanto il consiglio di amministrazione è effettivamente tenuto a render conto del proprio operato al consiglio di sorveglianza (Aufsichtsrat, composto per il 50% da rappresentanti dei lavoratori). Ma in quanto le sue decisioni siano sollecitate da necessità economiche evidenti, anche i rappresentanti dei lavoratori non faranno opposizione e anzi tanto meno si opporranno se saranno forniti di adeguate conoscenze in materia di economia aziendale (conoscenze che, di nuovo, potranno essere mediate dai rappresentanti sindacali). Con ciò si viene anche a dire che un’efficace cogestione a livello aziendale (al di là della cogestione sul luogo di lavoro) non è realizzabile senza l’aiuto dei rappresentanti degli interessi dei lavoratori: i sindacati.

La critica al collettivismo dello Stato assistenziale e all’onnipotenza dello Stato dei sindacati è un espediente difensivo mediante il quale si vuole stornare l’attenzione dai veri pericoli e dai veri privilegi. Essa muove dall’immagine idealizzata di una società liberale costituita da imprenditori che partecipano al mercato in condizioni di relativa uguaglianza e autonomia: immagine che non ha mai corrisposto alla realtà storica e che tanto meno corrisponde all’odierno capitalismo delle corporations.

Sinora abbiamo parlato della critica che i socialisti rivolgono a una democrazia spogliata del suo contenuto concreto (e alla teoria della democrazia che tale realtà rispecchia), al dinamismo cieco dell’economia capitalistica industrialmente avanzata e alla funzione difensiva degli argomenti – di vecchio stampo liberale – usati contro lo Stato assistenziale. Ma il socialismo riformistico, oltre a ciò, ha anche contribuito alla scoperta di forme occulte di disuguaglianza, di cui sinora non si era fatta parola e che – in forma mutata – sono nuovamente riemerse nelle società e negli Stati a socialismo burocratico.
Se si muove dal presupposto che in una società si può parlare di uguaglianza solo in termini di uguali opportunità – per tutti, senza riguardo per l’origine, il sesso, ecc. – di sviluppare le proprie capacità innate e, attraverso tale sviluppo, di condurre una vita soddisfacente, allora tutte le società sono oggi assai lontane da quest’obiettivo.

Difficilmente si potrebbe contestare la manifesta disuguaglianza delle condizioni di vita degli uomini. Nei paesi che ignorano la povertà di massa, tale disuguaglianza viene accettata da una parte considerevole della popolazione, o almeno vista come non insopportabile. La sua legittimazione, per lo più inconscia e sottintesa, si fonda sulla diversità delle prestazioni. Ora, un tale assunto – almeno per quanto riguarda la distribuzione della proprietà – non regge a una verifica. Continua cioè a sussistere il fatto che una piccola minoranza della popolazione percepisce notevoli rendite fondiarie e una parte considerevole dei profitti di capitale. Nella piramide dei redditi ‛al disotto’ della fascia più alta (che rappresenta meno dell’1% della popolazione) si sottintende invece come valida un’approssimativa equazione tra prestazione e reddito. Abilità rare – argomenterà l’economista – avranno un prezzo corrispondentemente alto, e un direttore generale o una cantante d’opera di fama mondiale non riceveranno lo stesso ‛salario’ di un fattorino d’autobus. Anche questo argomento difficilmente regge a un esame più accurato, o almeno abbisogna di specificazioni.

I redditi altissimi di beniamini del pubblico – come calciatori, pugili, cantanti, ecc. – svolgono in misura considerevole una funzione di alibi. Il pubblico concede loro alti redditi (che del resto sono inferiori a quelli dei membri, per es., del consiglio di amministrazione di un grande magazzino, ecc.) perché da loro ha ricevuto svago, distrazione, piacere. In questo modo, però, viene al contempo legittimato, come compenso per la prestazione di particolari servizi, anche il reddito, per es., di un direttore generale, i cui emolumenti consistono spesso soltanto in misura minore di compensi monetari diretti, e in misura maggiore di prestazioni e di servizi gratuiti forniti dall’azienda (come la casa, l’aeroplano, l’autista, il giardiniere, ecc.). Tutto ciò rappresenta il compenso per la prestazione di servizi e, al contempo, una sorta di ‛subornazione’ mirante a garantire un’identità di interessi con i proprietari (o il proprietario). Nella misura in cui (in seguito alla loro dispersione e disinformazione) diventa più difficile il controllo da parte dei rappresentanti della proprietà, cresce il potere dell’oligarchia di coloro che occupano i posti chiave nelle grandi banche e nelle società per azioni e che si cooptano a vicenda.

La capacità di rappresentare con successo gli interessi del capitale è considerata, in questi circoli, come il decisivo criterio di qualificazione; ciò che è in giuoco, in realtà, è quindi il possesso di certe capacità, cui corrisponde quella che si potrebbe chiamare un’élite di prestazioni. Si potrebbe forse dire che il capitalismo delle corporations destina al successo qualità e disposizioni d’una natura affatto peculiare, le quali hanno ormai relativamente poco a che fare con le qualità imprenditoriali dell’industriale o del grande commerciante classico, ma piuttosto con quelle dell’organizzatore e del propagandista. In una società strutturata in modo diverso altre sarebbero presumibilmente le qualità capaci di condurre chi le possiede a posizioni dirigenziali.

Ma anche lasciando da parte la problematica della speciale ricompensa accordata a qualità che servono unicamente alla conservazione dell’ordine sociale esistente, rimangono tuttavia ancora numerose competenze e capacità, delle quali anche in una società postcapitalistica ci sarà un acuto bisogno e che (almeno per un certo tempo) continueranno a possedere un relativo ‛valore di rarità’; si pensi, per es., a medici, ingegneri, tecnici, artisti, scrittori, professori: tutti costoro – nella nostra società scolarizzata – debbono la propria posizione a una lunga e (socialmente) costosa formazione. Se lasciamo da parte la circostanza che (secondo la stessa definizione marxiana) anche in una società socialista domina – come per l’innanzi – la disuguaglianza sotto la forma di ‛salario disuguale per lavoro disuguale’, allora l’unica rivendicazione realizzabile di giustizia sociale viene a essere che almeno ogni bambino riceva proprio quella formazione che, corrispondendo alle sue disposizioni innate, gli consenta il pieno sviluppo di se stesso. La giustizia sociale, così, coinciderebbe con la prima realizzazione generale del ‛principio della prestazione’. Ognuno sarebbe debitore della sua posizione nella società esclusivamente a se stesso (e alle sue qualità, portate al pieno sviluppo con l’aiuto della società).

Naturalmente, oggi nessuno richiederà che questo principio della prestazione sia applicato in tutto il suo rigore, giacché le leggi esistenti provvedono, già nel quadro delle società capitalistiche avanzate, a diminuire la disuguaglianza delle condizioni di vita che si accompagna alla disuguaglianza delle prestazioni: la progressività delle imposte provvede ad alleggerire i percettori di redditi bassi o bassissimi, mentre assegni familiari di vario genere (Francia e Germania) e analoghe sovvenzioni a carico dell’erario compensano la disuguaglianza effettiva del carico finanziario delle famiglie senza riguardo alle prestazioni lavorative dei loro membri (o meglio, in misura inversamente proporzionale ai redditi percepiti). La compensazione rimane però di gran lunga insufficiente, mentre d’altra parte il bisogno di tali meccanismi diventerà tanto più incalzante proprio se ai riformatori sociali riuscirà di realizzare sul serio l’uguaglianza di opportunità. In una società nella quale ciascuno dovrà dire a se stesso di dovere la propria posizione (e quindi il suo reddito) esclusivamente alle proprie prestazioni, l’accettazione di una posizione ‛inferiore’ diventerà psicologicamente ancor più insopportabile.

Per il momento, i membri della società possono, in maggioranza, ancora appellarsi alla circostanza di non avere avuto l’opportunità di sviluppare le proprie forse latenti – disposizioni in quanto la casa paterna, l’istruzione insufficiente e la precoce necessità di guadagnare hanno loro impedito una più adeguata formazione. In una società nella quale siffatti ostacoli siano invece stati smantellati e/o ne sia stato corretto l’influsso, questa motivazione perderà la capacità di alleviare, psicologicamente, il peso delle situazioni singole. Per questa ragione, la perfetta attuazione della società della prestazione (‟da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo il suo lavoro”, come suona la vecchia formula socialista) riuscirà sopportabile per la popolazione soltanto se sarà accompagnata dall’eliminazione delle maggiori differenze di reddito (cioè da un ‛livellamento’ delle fasce salariali e retributive in genere), e da una concomitante intensificazione dell’autogestione e della cogestione da parte di tutti i lavoratori. Soltanto nella misura in cui siano realizzate tali misure correttive, l’attuazione – implicita nel socialismo – del principio della prestazione può risultare sopportabile per i singoli. Per le società industrialmente avanzate dei nostri giorni, la transizione a un socialismo ‛non corretto’ non è più possibile. Lo stadio socialista deve, sin dall’inizio, già recare con sé caratteristiche del comunismo, deve cioè avvicinarsi – anche se agli inizi possa essere ancora necessario mantenere, in limitata misura, differenze di reddito basate su differenze di prestazione – al principio ‟da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.

Nel frattempo, però, noi siamo ancora piuttosto lontani anche dalla realizzazione dell’uguaglianza delle opportunità di partenza. La tendenza generale all’accettazione di valori democratico-egualitari ha comunque avuto l’effetto che soltanto pochi (e piccoli) partiti ripudiano apertamente questa rivendicazione. Tutt’al più si afferma che non può essere realizzata interamente. Ciò che nella pratica si verifica, naturalmente, è un inasprimento della lotta per l’introduzione e l’applicazione di misure capaci di tradurre tale esigenza nella realtà.

Su questa strada, il primo passo era la gratuità dell’istruzione, che in teoria doveva aprire a tutti gli strati della popolazione l’accesso anche alle scuole superiori (ginnasi, licei, istituti tecnici). Divenne presto evidente, però, come tale misura non bastasse ad aprire effettivamente ai giovani delle famiglie operaie l’accesso alle università. La prospettiva di entrare nella vita lavorativa, e quindi formare una famiglia, con cinque o più anni di ritardo trattiene molti giovani della classe lavoratrice dall’intraprendere la lunga strada degli studi superiori e universitari. A ciò si aggiunga che l’ambiente d’origine: genitori, amici e conoscenti, vede istintivamente, nell’‛ascesa individuale’, un tradimento della solidarietà con la classe d’origine e quindi, anche se il giudizio rimane inespresso, ne fa oggetto di condanna morale. Timori siffatti possono essere eliminati con successo (e in modo non illusorio) solo se la scuola si trasforma da istituzione della società divisa in classi in scuola per tutto il popolo: in altre parole, se la vecchia scuola superiore cede il posto a una scuola globale, come, per es., accade da lungo tempo in Svezia. Ciò vuol dire che la totalità dei giovani frequenta per nove (o dieci anni) la stessa scuola, nella quale – senza riguardo per l’origine sociale – vengono stimolate nel modo migliore tutte le doti individuali. In tal modo si sottrae ai genitori dei ragazzi di dieci anni la decisione: scuola superiore o prosecuzione della scuola elementare? Quando poi avranno quindici anni – si suppone – i ragazzi saranno in grado, con l’aiuto dei consigli del proprio insegnante, di decidere da soli.

Ma queste misure non sono sufficienti a superare le forme di disuguaglianza che impediscono a molti ragazzi di sviluppare le proprie disposizioni. Le misurazioni del quoziente d’intelligenza (in base a test sia verbali che non verbali) hanno mostrato che, nei bambini di famiglie operaie, il Q.I. verbale rimane notevolmente indietro rispetto a quello non verbale, mentre negli altri bambini i due valori vanno all’incirca di pari passo. Ciò ha fatto riconoscere che, nelle case proletarie, la socializzazione pregiudica lo sviluppo e la differenziazione delle capacità linguistiche, il che danneggerà in seguito i bambini. Si rende perciò necessario, onde controbilanciare questo svantaggio di partenza, un insegnamento linguistico compensativo per i bambini delle classi inferiori. Sennonché numerosi pedagogisti progressisti hanno rifiutato l’adozione di provvedimenti del genere in quanto essi discriminerebbero i bambini provenienti da un ambiente linguistico proletario e conferirebbero una validità generale alla norma linguistica ‛borghese’. Bisognerebbe piuttosto riorientare la scuola, nel senso di indurla ad ammettere con pari diritti, accanto alla lingua letteraria, la lingua colloquiale usata dagli strati proletari (con le sue abbreviazioni e semplificazioni, e con tutta la sua rozzezza e carenza di differenziazione). Per comprensibile che sia il movente d’una simile rivendicazione, nella pratica essa si risolverebbe in una stabilizzazione della disuguaglianza, giacché sarà assai più facile per i bambini di estrazione borghese e piccolo-borghese l’‛apprendimento addizionale’ del codice ridotto (Basil Bernstein) che non l’inverso (e d’altra parte ogni sforzo diretto a compensare questo deficit viene energicamente riprovato).

Siamo dunque dinanzi al dilemma: o la lingua colloquiale delle famiglie proletarie viene discriminata attraverso l’insegnamento linguistico compensativo, e il bambino viene allora potenzialmente estraniato dal suo ambiente d’origine; 0vvero si tralascia l’insegnamento compensativo, ma allora al bambino rimangono precluse certe possibilità di differenziare e articolare i suoi sentimenti, di sviluppare la propria individualità o di raggiungere un’adeguata comprensione della letteratura. Anche se Adorno aveva qualche ragione a beffarsi di un certo primitivismo osservabile nell’‛appropriazione dei beni culturali’ da parte dei socialdemocratici (avanti la prima guerra mondiale), è pur vero che non si può negare l’importanza, ai fini di un pieno dispiegamento della propria sensibilità spirituale, di un aiuto che favorisca l’acquisizione di capacità linguistiche adeguatamente differenziate. In definitiva, la padronanza della lingua letteraria, con le sue molteplici possibilità espressive, significa anche ‛potere’, capacità di convincere, capacità di operare al di là della cerchia, geograficamente – e, nella maggior parte dei casi, linguisticamente – condizionata del proprio ambiente di classe. Ciò che sinora è riuscito, mercé sforzi appositi e contro notevoli resistenze esterne, solo a singoli membri delle classi inferiori, deve essere reso possibile alle cerchie più vaste.

L’ottimizzazione del sistema scolastico in quanto premessa dello sviluppo delle – diverse – capacità individuali costituisce poi la premessa di analoghi effetti positivi anche all’interno del processo produttivo basato sulla divisione del lavoro. Idealmente il suo risultato sarebbe questo, che ognuno finirebbe con l’occupare il posto nel quale può meglio realizzare se stesso e, quindi, meglio riuscire utile alla società. Sennonchè, nessuno vorrà dare per scontato che esistano sempre ed esattamente tante disposizioni naturali quante sono le funzioni che possono essere assegnate. Non è possibile supporre una siffatta armonia prestabilita. Bisogna piuttosto ammettere che esiste un numero di talenti naturali considerevolmente maggiore di quanti ne vengano adoperati – nel quadro di una società basata sulla divisione del lavoro – per l’espletamento di funzioni di alto livello. Ora, nel caso che questi talenti siano tutti sviluppati, sorge il problema seguente: chi, fra tutte le persone (egualmente) fornite di una data capacità, assumerà le relative funzioni (professioni)?

A questo riguardo la società socialista, com’è realizzabile oggi nell’ambito dei paesi industrialmente avanzati, si spinge nuovamente oltre i propri confini tradizionalmente concepiti: la sovrapproduzione di elementi qualificati non conduce a un’ulteriore frustrazione soltanto se viene completata dal superamento dell’asservimento dei singoli, vita natural durante, alla divisione del lavoro. La maggior parte dei vecchi marxisti ha sottolineato questo punto soprattutto per quanto riguarda la sfera politica: una sovrapproduzione, per es., di amministratori competenti spezzerebbe il monopolio della burocrazia, e una rotazione dei funzionari potrebbe avere l’effetto di impedire che i detentori di cariche si isolino dai concreti interessi della popolazione, consolidando e perpetuando il proprio potere. Ma qualcosa di simile si potrebbe sostenere riguardo a tutti gli altri campi. Con l’eccezione di poche funzioni, che a coloro stessi che le esercitano e alla società sembrano ‛non trasferibili’ (arte? scienza?), tutte le altre attività dovrebbero essere intercambiabili. Che poi ci si debba rappresentare tale avvicendamento al modo dell’utopia di Fourier (cioè, come un avvicendamento continuo nell’ambito stesso della giornata lavorativa), ovvero, più realisticamente, che uno muti la sua attività principale una o due volte nella vita, non ha grande importanza. L’essenziale è che gli elementi altamente qualificati non rimangano sterilmente inattivi, e non sorgano quindi nuove frustrazioni.

Accanto alla rotazione delle attività (superamento dell’asservimento alla divisione del lavoro, il che però non esclude la sopravvivenza di funzioni diverse) la possibilità di una compartecipazione al processo decisionale nello Stato e nella società (nell’azienda, ecc.) permetterebbe poi la pratica applicazione di una parte delle capacità che si saranno così sviluppate. Bisognerebbe, infine, anche provvedere che il cosiddetto tempo libero possa essere adoperato come tempo dedicato all’esercizio delle facoltà acquisite: esso dovrebbe quindi, rispetto a oggi, mutare radicalmente la propria natura. Il tempo libero cesserebbe allora di essere semplicemente il tempo della riproduzione della capacità lavorativa e di essere dissipato nel consumo passivo di merci e servizi, per diventare il tempo della libera spontaneità e realizzazione di sé, che ha in se stesso il proprio fine.

Anche il problema di procurare ai membri della società capacità e possibilità che consentano loro un uso produttivo (per se medesimi) del tempo libero è stato preso in considerazione da alcuni governi socialisti (specialmente in Danimarca e Svezia). La sua importanza è destinata a crescere ulteriormente con l’accorciamento del tempo di lavoro.