L'individuo umano

La coscienza del singolo di essere solo un esemplare concreto della specie umana e la consapevolezza del fatto che ogni altro individuo è anch’egli un essere umano dotato di una coscienza analoga sono riscontrabili nel bambino solo a partire da una certa età; d’altra parte, la mancanza di tale coscienza nell’adulto è considerata come un sintomo di totale o parziale infermità di mente.

È comunemente riconosciuto che l’individuo umano, nella sua singolarità corporea e nella costanza dei suoi caratteri ereditari, rimane uguale a se stesso dalla nascita alla morte, e ciò anche se le singole cellule che lo costituiscono si rinnovano tutte nel corso di un certo numero di anni, anche se in lui si sviluppano nuove facoltà e cambiano, in relazione alle disposizioni ereditarie o agli influssi ambientali, i suoi interessi e le sue opinioni.
Qualora però nelle condizioni mentali di un individuo intervenga un mutamento particolarmente profondo, sia pur riconducibile a modificazioni fisiche, sorge, ad esempio nel diritto penale, il problema se l’autore di un delitto, sano di mente all’epoca del fatto, colpito in seguito da infermità mentale e infine guarito, debba scontare, essendo ancora lo ‛stesso’ individuo, la pena inflittagli per il crimine a suo tempo commesso.

Ove sussista questa coscienza della propria e dell’altrui umanità, gli altri individui, il loro comportamento e i loro interessi diventano in vario modo oggetto di valutazioni, in base agli interessi sia innati che acquisiti dell’individuo valutante, intendendo qui il termine ‛interesse’ nel suo si- gnificato più ampio, comprendente non solo l’interesse ‛egoistico’ per il proprio benessere, ma anche gli interessi ‛morali’ o ‛altruistici’ per il mutuo comportamento degli altri (v. il mio Völkerrecht, 1964, pp. 4 ss.). Alla coscienza della propria e dell’altrui umanità è associata la coscienza che l’individuo è solo un uomo tra gli uomini e che deve quindi vivere, anche come individuo, a contatto con gli altri.