Scolaro artista

Figlio maggiore di Vincenzo, musicista e teorico della musica e di Giulia Ammannati, trascorse la sua infanzia tra Pisa e Firenze (dal 1574). Il 5 settembre 1580 (1581 secondo il calendario pisano) fu immatricolato fra gli “scolari artisti” all’ateneo pisano. Abbandonata nel 1585 l’università, senza conseguire alcun titolo, Galilei sotto la guida di Ostilio Ricci, membro dell’Accademia fiorentina del Disegno, intraprese la lettura di Euclide e Archimede. Ben presto progredì a tal punto negli studî da essere in grado a sua volta di tenere lezioni private ad alcuni allievi a Firenze e a Siena.
Risalgono a questo periodo i suoi primi scritti: i frammenti Theoremata circa centrum gravitatis solidorum, sulla determinazione dei baricentri; il breve trattato La Bilancetta (1586), progetto di una bilancia idrostatica per la determinazione della densità dei corpi che testimonia i suoi primi interessi nelle scienze applicate; e le due lezioni di esegesi dantesca Circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno (1588), tenute all’Accademia del Disegno.
Del 1587 è l’incontro, a Roma, con Cristoforo Clavio e con l’ambiente del Collegio Romano, la cui influenza su Galilei è documentata dai suoi taccuini, pubblicati in parte nel 19° secolo con il titolo di Iuvenilia e, relativamente ad alcuni testi di logica (Tractatio de praecognitionibus et praecognitis, Tractatio de demonstratione), solo nel 1988. Lo stesso anno, l’astronomo Giovanni Antonio Magini gli fu preferito sulla cattedra di matematica dell’università di Bologna. Due anni dopo, nel 1589, gli venne assegnata la cattedra di matematica a Pisa.
L’immagine corrente di un Galilei pratico e deciso sperimentatore si deve in gran parte al suo primo biografo, V. Viviani. Quest’ultimo affermò che Galilei era salito sulla torre pendente di Pisa tra il 1589 e il 1592, e “con l’intervento delli altri lettori e filosofi e di tutta la scolaresca”, aveva confutato Aristotele dimostrando che i corpi cadono alla stessa velocità indipendentemente dal loro peso. Nel trattato De Motu, scritto intorno al 1591, Galilei pur facendo frequente riferimento alle torri, non afferma tuttavia che tutti i corpi cadono alla stessa velocità ma, piuttosto, che la loro velocità è proporzionale alla differenza tra le loro densità e la densità del mezzo attraverso il quale cadono. In altre parole, era giunto allora alla erronea conclusione secondo la quale corpi di dimensione diversa ma dello stesso materiale cadono alla stessa velocità, mentre corpi della stessa dimensione ma di diverso materiale non cadono alla stessa velocità.