Il darwinismo nella filosofia moderna

Questa circostanza può spiegare perché la teoria darwiniana abbia suscitato nella filosofia moderna atteggiamenti di ripulsa o, nel migliore dei casi, fraintendimenti coscienti. Croce, per es., scrisse nel 1939 su La critica che «l’immagine di fantastiche origini animalesche e meccaniche della umanità […] non solo non vivifica l’intelletto, ma mortifica l’animo» e dà «un senso di sconforto e di depressione e quasi di vergogna a ritrovarci noi discendenti da quegli antenati e sostanzialmente a loro simili». Più sfumata la posizione di Husserl, che nell’Idea della fenomenologia (1907) respinge con decisione la tesi che le forme logiche siano frutto di un processo evolutivo. In questo caso, egli obietta, le leggi logiche esprimerebbero lo specifico modo accidentale di essere della specie umana, che potrebbe anche essere altrimenti, e altrimenti sarà davvero nel corso dell’evoluzione futura. La conoscenza sarebbe così soltanto conoscenza umana, legata alle forme dell’intelletto umano, e incapace di cogliere la natura delle cose stesse. Questi ‘assalti frontali’ al darwinismo, peraltro, non sono così frequenti. La tendenza prevalente sembra essere quella di operare nei confronti del darwinismo una sorta di ‘fagocitosi’, rendendolo compatibile con una visione che – nelle linee generali – risulta una sintesi delle idee di Lamarck e di Schopenhauer, che indicavano nella «volontà» (rispettivamente, degli animali e della natura) la radice dei cambiamenti. È questo il caso di Nietzsche, che, pur giudicando la teoria darwiniana utile per spiegare la sopravvivenza e il successo di specie inferiori, preciserà che – soprattutto quando si parla della specie umana nelle sue espressioni migliori – non bisogna sopravvalutare l’influsso del mondo esterno: «l’essenziale del processo vitale è proprio l’enorme potere creatore di forme dall’interno, che usa, sfrutta le ‘circostanze esterne’». Condizionata da La volontà nella natura (1836) di Schopenhauer è L’evoluzione creatrice (1907) di Bergson. Merito dell’evoluzionismo, secondo Bergson, è aver compreso come la vita si sia sviluppata in forme sempre più complesse da quelle più semplici. Tuttavia, tale sviluppo non è dovuto a mere cause meccaniche di adattamento o a un mero processo di selezione dei più adatti alla sopravvivenza, bensì a una continua invenzione di forme nelle quali la vita tende a manifestarsi, appunto, come «evoluzione creatrice». Esplicitamente condizionato da presupposti teologici è il darwinismo del gesuita Teilhard de Chardin (che tuttavia è stato a lungo osteggiato dalla Chiesa cattolica), secondo il quale l’evoluzione della materia, della vita e dell’uomo è frutto di un disegno intelligente nel quale non si può non riconoscere la presenza divina. Da Schopenhauer e da Bergson dipende anche la ‘teoria evoluzionistica della conoscenza’ di Popper, che, presentata come una forma di «darwinismo attivo», risulta in realtà una sintesi di Lamarck e Bergson, che finisce per correggere l’evoluzionismo darwiniano orientandolo in senso antideterministico.

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