Vita di Galileo Galilei

I Galilei (detti così dal nome o soprannome d’un antenato, il cui cognome era Bonaiuti) appartenevano alla nobiltà fiorentina e la loro genealogia è nota dal secolo XIV. Esecutore e compositore di musica, teorico tra i maggiori del Cinquecento, Vincenzio trasmise doti e passione ai figli Galileo, virtuoso di più strumenti, e Michelangelo, musicista professionista. Dalla sua attività non trasse però redditi adeguati, sebbene l’integrasse col commercio di tessuti: le fonti parlano di ristrettezze o anche di povertà. Nel 1562, trasferitosi a Pisa, vi aveva sposato l’Ammannati. A Galileo seguirono Virginia (1573), Michelangelo (1575) e Livia (1578). Altri figli, Benedetto e Anna, morirono presto; vi fu forse un’altra sorella, Lena (Elena).

I suoi studi


Fino al 1574 la famiglia rimase a Pisa, affidata durante le assenze di Vincenzio al cognato Muzio Tedaldi, e il Galilei v’iniziò gli studi. Entro la fine del 1574 i Galilei si trasferirono a Firenze, dove egli studiò lingue e letterature classiche forse con un J. Borghini, alle cui carenze avrebbe supplito con l’impegno personale (restano versioni da autori greci). V. Viviani, il cui Racconto istorico della vita di Galilei è fonte principale sulla sua infanzia e gioventù, parla del gusto di riprodurre macchine e congegni, annuncio della manualità tecnica del Galilei maturo, e ne esalta le doti per il disegno (forse dipinse anche per diletto). Nel 1578 il Tedaldi parlò dell’intento del padre di far frequentare al giovane l’Università di Pisa e si disse lieto che “haviate riavuto Galileo”. La frase è stata collegata a studi con i padri vallombrosani: secondo Viviani il Galilei studiò logica con un membro dell’Ordine; una fonte lo dice ex novizio in S. Trinita, casa vallombrosana di Firenze; una afferma che aveva studiato a Vallombrosa, da dove il padre l’avrebbe tolto col pretesto di cure agli occhi. Questi studi sarebbero quindi avvenuti tra 1577 e 1578, ma l’ammissione al noviziato non poteva precedere il compimento del quindicesimo anno, e il periodo a Vallombrosa non trova conferme. Forse, per ragioni economiche, Vincenzio collocò il figlio come studente in S. Trinita lasciando credere che sarebbe entrato nell’Ordine, e frequentando la scuola conventuale da interno, in abito monastico, il Galilei poté essere ritenuto un novizio. Nel settembre 1581 s’immatricolò nel corso di arti della Sapienza pisana per conseguire la laurea in medicina, ritenuta dal padre mezzo d’innalzamento economico. Le modalità dei suoi studi sono mal note. Secondo Viviani non seguì i corsi di matematica, ma quelli filosofici di Galilei Borri, F. Buonamico, F. Verino, Galilei Libri (criticherà poi i primi due, e Libri contesterà le sue osservazioni telescopiche), e inizialmente quelli medici (con scarso impegno, nonostante la presenza di un A. Cesalpino). La tradizione lo dice già critico verso l’aristotelismo accademico, attribuendo la sua maturazione a vie non istituzionali: studio personale di testi aristotelici e platonici; loro confronto spregiudicato con dati osservativo-sperimentali; attitudine a porre in termini meccanici fenomeni dell’esperienza comune. Ancora secondo Viviani le oscillazioni d’un lampadario del duomo di Pisa gli suggerirono l’isocronismo dei pendoli; non v’è ragione di negarlo, anche se le prove sperimentali vennero dopo e se Viviani eccedette affermando che costruì allora un congegno (pulsilogio) per misurare tempi col conto delle oscillazioni. Per alcuni storici il periodo universitario spiega solo la conoscenza di dottrine che poi criticò, mentre altri lo considerano fonte di parte del suo bagaglio concettuale. Alla matematica il Galilei si avvicinò nel 1583 per influsso di O. Ricci, lettore della disciplina nell’accademia del disegno di Firenze e nella paggeria medicea. Secondo certe fonti Vincenzio, cultore di matematica, non l’aveva insegnata al figlio per non distoglierlo dalla medicina, e il Galilei dapprima gli nascose la svolta nei propri studi; il padre l’avrebbe poi lasciato libero nelle scelte, purché si rendesse presto indipendente. Il disinteresse per la medicina è un dato notevole; il Galilei lesse Galeno e poco altro, e le sue idee in biomeccanica non dipesero dalla tradizione medico-naturalistica. Nonostante l’assenza di prospettive e lo stato precario della famiglia, nel 1585 tornò a Firenze senza laurearsi.