La categoria 'identità' al crocevia delle scienze sociali

Il termine ‘identità’, che deriva dal latino idem, lo stesso, è stato introdotto molto recentemente nelle scienze sociali. Dalle sue prime apparizioni, all’inizio degli anni cinquanta, esso ha però subito un processo rapido e ininterrotto di diffusione che, tuttavia, non è sempre andato di pari passo con l’approfondimento teorico e concettuale. Anche in ambito scientifico se ne è spesso fatto un uso generico o allusivo, come se il termine avesse un significato così evidente e ovvio da non richiedere ulteriori specificazioni. Ciò è vero soprattutto per la fase del suo primo emergere, quando viene impiegato nelle discussioni sull’immigrazione, sui problemi di sradicamento che questa comporta, o sulla problematicità dell’identità per l’individuo in una società in rapido mutamento come quella americana. In molti casi l’uso dei termini ‘identità’ o ‘crisi di identità’, mentre indubbiamente rivela un reale disagio del ricercatore di fronte a fenomeni percepiti come socialmente rilevanti, non apporta alcun contributo sul piano analitico, in quanto si limita a riproporre, in maniera più o meno consapevole, il significato che tali termini assumono nel linguaggio comune, dove l’identità è perlopiù intesa come unità della persona, come entità unica e peculiare, in questo senso intercambiabile con l’idea di individuo. In questa sede il termine sarà preso in considerazione come concetto analitico, per la sua capacità di suggerire nuove prospettive teoriche e di gettar luce su fatti e fenomeni in precedenza trascurati.
Una volta eliminato l’equivoco di un impiego generico del termine ‘identità’, ci si trova comunque di fronte a una pluralità assai articolata di prospettive e di approcci. Il tema dell’identità, infatti, si colloca non solo al crocevia delle scienze sociali, ma, si potrebbe dire con Claude Lévi-Strauss (v., 1977, p. 9), a più crocevia, in quanto interessa praticamente tutte le discipline. Al fine di orientarsi in quello che può apparire a prima vista come un labirinto, è necessario individuare a grandi linee ciò che accomuna gli approcci delle principali scienze sociali, rimandando alle pagine successive (v. capp. 4 e 5) le pur importanti differenze interpretative che sussistono al loro interno.
Il primo aspetto comune concerne il modo di concepire la natura dell’identità, ossia il significato da attribuire alla consapevolezza della propria esistenza continuativa nel tempo. Può risultare utile a questo riguardo riprendere la distinzione di Derek Parfit (v., 1984; tr. it., p. 271) tra concezioni non riduzionistiche o semplici, che intendono l’identità come un’entità o sostanza spirituale non scomponibile, e concezioni riduzionistiche o complesse, che invece attribuiscono la continuità temporale dell’identità a collegamenti tra ‘eventi’ fisici e mentali, in particolare alla memoria. Le scienze sociali adottano quest’ultima concezione, perlomeno in quanto rifiutano un’impostazione dell’identità come unità-totalità indifferenziata.

Il secondo aspetto riguarda il processo attraverso cui si forma tale autoconsapevolezza di integrazione temporale. Le scienze sociali, nel loro complesso, si focalizzano sul carattere relazionale, intersoggettivo, dell’identità e analizzano i fattori sociali e le dinamiche interattive che sono alla base della sua genesi e del suo mantenimento. Questo secondo aspetto distingue l’approccio all’identità di scienze sociali come la sociologia, l’antropologia, la psicologia sociale dall’uso sempre più diffuso della nozione di identità da parte della psicanalisi. Se Sigmund Freud aveva usato il termine identità una sola volta e in maniera del tutto casuale a proposito dell”identità ebraica’ (v. Erikson, 1968; tr. it., p. 22), la letteratura psicanalitica di matrice freudiana, soprattutto dalla fine degli anni cinquanta, ha mostrato un crescente interesse analitico per l’identità, dovuto principalmente alla necessità di affrontare le sempre più numerose patologie caratterizzate dall’indebolimento o dalla perdita del senso di integrità e di coesione del Sé. L’approccio clinico (v. Jacobson, 1964) rimane centrato sull’individuo e intende la formazione dell’identità (concepita come un’entità altamente differenziata, ma permanente e coerente) come un processo intrapsichico. Alcuni psicanalisti, tuttavia, tra cui si segnala Erik Erikson, hanno rifiutato un approccio focalizzato solo sui fattori psichici e hanno insistito sull’interdipendenza tra organizzazione psichica interna e struttura sociale, tra psicologia e storia, spostando il centro di interesse teorico di psicanalisi e psichiatria dall’Es all’Ego, dai meccanismi istintuali di difesa ai meccanismi di adattamento, dallo stadio infantile a quelli successivi, in particolare l’adolescenza e la giovinezza.

L’insistenza da parte delle scienze sociali sulla variabilità storica e sociale dell’identità solleva due questioni. La prima riguarda la specificità della categoria ‘identità’ rispetto ad altre categorie affini sul piano semantico, in particolare i concetti di ‘carattere sociale’ e di ‘personalità di base’ che, elaborati negli anni trenta in un contesto interdisciplinare da psicanalisti come Erich Fromm e Abram Kardiner, e antropologi come Ralph Linton, Ruth Benedict e Margaret Mead, ebbero una notevole influenza, negli anni successivi, su sociologi come David Riesman e, in parte, H. Gerth e C. Wright Mills, e furono inoltre all’origine della successiva e controversa formulazione della nozione di ‘carattere nazionale’. Anche se con leggere differenze di accento nei diversi autori, che possono essere tralasciate in questa sede, tali concetti mettono in rilievo l’esistenza di tratti psicologici tipici dei membri di differenti società, dovuti all’influenza che queste esercitano nel plasmare e condizionare la personalità dei singoli individui che ne fanno parte.
Sul piano teorico sia le nozioni di carattere sociale e di personalità di base sia quella di identità affrontano lo stesso problema classico del rapporto tra individuo e società, tra personalità individuale e struttura sociale. Diversa è tuttavia la soluzione che a questo problema cercano di offrire. I primi due concetti propongono una concezione disgiuntiva dei due termini e una soluzione deterministica del problema del loro rapporto (la società modella secondo le proprie esigenze le strutture psichiche e disposizionali dei suoi membri). Con l’introduzione del termine identità le scienze sociali intendono stabilire un nuovo nesso concettuale tra i due elementi del problema, capace di mettere a fuoco l’interdipendenza tra la dimensione soggettiva dell’azione sociale e quella oggettiva (struttura sociale e culturale), cercando di superare la visione tradizionalmente antinomica del rapporto individuo-società. Il concetto di identità, in altri termini, è perlopiù usato per descrivere il legame esistente tra problematica macro, che riguarda il livello di complessità del sistema sociale, e problematica micro, che riguarda il livello di complessità dell’attore sociale e del processo decisionale.

Concepire l’identità come una costruzione sociale e un prodotto storico pone anche un secondo problema di tipo epistemologico, che emerge con forza da studi antropologici recenti (v. Lévi-Strauss, 1977; v. Heelas e Lock, 1981; v. La Fontaine, 1991⁵). Alcuni di essi, che hanno un precedente illustre nello studio compiuto da Marcel Mauss alla fine degli anni trenta sull’evoluzione storica della categoria di persona (v. Mauss, 1938), mettono in risalto la grande eterogeneità che contraddistingue le rappresentazioni dell’identità presso società non occidentali. In alcune società africane, ad esempio, la nozione di persona sembra avere un carattere composito, frammentato in una molteplicità di elementi, difficilmente riconducibili a una sintesi.

Il problema epistemologico riguarda la possibilità di considerare la nozione di identità come una categoria fondamentale, capace di mettere a fuoco processi transculturali, presenti in ogni comunità e società umana, o di considerarla viceversa un costrutto storicamente variabile, irriducibile a elementi comuni. Nonostante i pareri, a questo proposito, siano tutt’altro che omogenei, credo non sia contraddittorio riconoscere il carattere storico-culturale della nozione di identità e nello stesso tempo affermare la sua vocazione universale. Ciò è possibile se si sostiene che il concetto di identità mette a fuoco un nucleo invariante, costitutivo dell’esistenza sociale in quanto tale, che tuttavia viene declinato in maniera diversa dalle diverse società e culture. Ad esempio, per quanto alcune culture concepiscano l’identità personale come costituita da una molteplicità di elementi eterogenei, non arrivano a dissolverla, ma si avvalgono di interpretazioni diverse del principio di integrazione temporale. Tutte le società, inoltre, stabiliscono diversi livelli di identificazione-contrapposizione tra ‘noi’ e ‘gli altri’, anche se non necessariamente negli stessi termini o in termini affini.