Il materialismo dialettico

Il materialismo dialettico

Il marxismo teorico del XX secolo è prevalentemente, sebbene non esclusivamente, ‘materialismo dialettico‘. È materialismo dialettico l’ideologia dei partiti comunisti. Materialismo dialettico, la filosofia ufficiale di Stato, dove quei partiti hanno assunto il potere. La dottrina deriva essenzialmente dagli scritti filosofici di Engels: in particolare dall’Antidühring (1878), dal Ludwig Feuerbach (1888) e dalla Dialettica della natura (1927). Ma, se i principi sono del XIX secolo, l’emergere del materialismo dialettico come dottrina a sé, distinta e sovrapposta al ‘materialismo storico‘, è un fenomeno dei primi lustri del sec. XX: un fenomeno da ascrivere, soprattutto, alle opere filosofiche di Plechanov e di Lenin.

La struttura della dottrina è quanto di più semplice si possa immaginare. Dall’identità di materia e movimento (non c’è materia senza movimento, né movimento senza materia), si passa all’affermazione che il movimento è unità di ‘essere‘ e ‘non essere‘ insieme, cioè contraddizione dialettica (un corpo in movimento ‘è‘ e ‘non è‘, in pari tempo, nello stesso luogo); infine, dalla tesi che la materia è movimento e il movimento una contraddizione, si conclude che la materia è contraddizione dialettica.

Le fonti storiche della dottrina, che vengono indicate, sono in genere due: da un a parte la filosofia di Hegel, dall’altra il materialismo sei e settecentesco, culminato da ultimo nel materialismo di Feuerbach. La dottrina sarebbe una sintesi creatrice di queste due diverse e opposte tradizioni. Marx ed Engels avrebbero estratto dall’involucro del sistema idealistico e conservatore di Hegel la dialettica (cioè il metodo ‘rivoluzionario‘) , che in Hegel era mera dialettica dei concetti, per estenderla al campo dei fenomeni storici e naturali. Senza la dialettica, d’altro canto, il materialismo sarebbe materialismo meccanicistico e metafisico.

Il primo dei principi che abbiamo sopra ricordato – l’identità di materia e movimento – sembra a prima vista confermare l’ascendenza della dottrina nel materialismo scientifico seicentesco. Il principio parrebbe tolto, in particolare, dalla filosofia di Hobbes. In realtà, a un esame più attento, si vede che non è così. La meccanica moderna nasce con la formulazione del ‘principio d’inerzia‘. Il movimento, per essa, è uno ‘stato‘ tanto quanto la quiete. Nella nuova concezione sviluppatasi da Galilei e Cartesio fino a Newton, il moto non è più, come da Aristotele in avanti si era creduto, per circa duemila anni, un processo di mutamento opposto a quello status vero e proprio che è la quiete; bensì è anch’esso uno status, vale a dire qualcosa che, come la quiete, non implica affatto mutamento. Nel caso del materialismo dialettico, viceversa, la concezione del movimento non è quantitativa ma qualitativa. Il movimento è qui, di nuovo (come già per Aristotele), mutamento, cangiamento, divenire. Siamo, com’è evidente, in un ambito di pensiero del tutto diverso.

Ciò è confermato anche dal secondo dei principi sopra ricordati: che il movimento è unità di ‘essere‘ e ‘non essere‘ insieme, cioè contraddizione. La tesi non ha nulla a che vedere col materialismo. Si tratta del celebre argomento di Zenone d’Elea contro il movimento (il movimento è impossibile perché è contraddizione), ripreso da Hegel – sebbene con intenti opposti – nel libro II della Scienza della logica. Hegel, che difende l’oggettività della contraddizione e, quindi, della dialettica (‘Tutte le cose sono in se stesse contraddittorie, e ciò propriamente nel senso che questa proposizione esprima anzi, in confronto delle altre, la verità e l’essenza delle cose‘; v. Hegel, 1812-1816; tr. it., vol. II, p. 490), qui riprende esplicitamente l’argomento di Zenone volgendolo ad altro significato: “Persino l’esterior moto sensibile – scrive – non è che il suo [della contraddizione] esistere immediato. Qualcosa si muove, non in quanto in questo Ora è qui, e in un altro Ora è là, ma solo in quanto in un unico e medesimo Ora è qui e non è qui, in quanto in pari tempo è e non è in questo Qui. Si debbon concedere agli antichi dialettici le contraddizioni ch’essi rilevano nel moto, ma da ciò non segue che pertanto il moto non sia, sibbene anzi che il moto è la contraddizione stessa nella forma dell’esserci” (ibid., p. 491).

Che questa affermazione di Hegel sul movimento coincida, in tutto e per tutto, col principio del materialismo dialettico, su richiamato, è difficile negare. Il testo di Engels, cui si deve la formulazione anche di questo principio, ne è la prova: “Lo stesso movimento – scrive Engels nell’Antidühring – è una contraddizione; già perfino il semplice movimento meccanico locale si può compiere solamente perché un corpo in un solo e medesimo istante è in un luogo e nello stesso tempo in un altro luogo, è in un solo e medesimo luogo e non è in esso. E il continuo porre e nello stesso tempo risolvere questa contraddizione è precisamente il movimento” (v. Engels, 1894; tr. it., p. 133).
Rimarrebbe ora da dire qualcosa sul terzo principio: che la materia è dialettica. Ma, poiché questo principio chiama in causa, in modo ancora più stretto, il rapporto del materialismo dialettico con Hegel, sarà bene, forse, far precedere qualche considerazione.

Abbiamo già accennato, sia pure di scorcio, all’interpretazione della filosofia di Hegel in chiave di contraddizione tra il metodo e il sistema. Il metodo dialettico è l’elemento rivoluzionario, il sistema idealistico quello conservatore. Si tratta di un’interpretazione di antica data. Essa risale all’inizio degli anni quaranta del secolo scorso, quando Engels era ancora nel Doktorenclub berlinese. Venne poi ripresa da Engels stesso, in anni molto più tardi, in occasione della pubblicazione del Ludwig Feuerbach. È una formula interpretativa notevolmente diversa da quella cui Marx accenna nel poscritto alla seconda edizione del Capitale, quando, dopo aver osservato che in Hegel la dialettica ‘è capovolta‘, aggiunge: “bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico“. È chiaro che, con la metafora del nocciolo e del guscio, qui Marx accenna a una distinzione o, addirittura, a un taglio chirurgico da operare ‘dentro‘ la dialettica stessa di Hegel. Il materialismo dialettico, invece, non ha prestato attenzione alla differenza di queste due formule. Esso ha preferito coniugarle e congiungerle insieme. Il ‘nocciolo razionale‘ da salvare è così diventata la dialettica tutt’intera, il ‘guscio mistico‘ da gettar via il sistema.

È evidente che, se la formula della contraddizione in Hegel tra il metodo e il sistema deve significare qualcosa, essa non puo voler dire altro che questo: che, a causa del sistema idealistico, la dialettica in Hegel è costretta a essere soltanto dialettica di puri concetti, dialettica di idee e non anche delle cose. L’originalità del materialismo dialettico – allora – consisterebbe nel fatto di aver applicato la dialettica alla materia, cioè di averla estesa dal campo delle idee a quello dei fenomeni storici e naturali. È un fatto che questo è il modo in cui il materialismo dialettico presenta se stesso. Il tratto specifico, cui esso affida la sua originalità, è appunto la dialettica della materia. Non a caso, una delle opere, che la dottrina considera tra le più importanti, è la Dialettica della natura di Engels. Senonché, a un esame attento, tutto si presenta meno semplice e lineare.

Ciò che è difficile concedere, in particolare, è che nella filosofia di Hegel manchi una dialettica delle cose. È vero il contrario: tutta la sua filosofia è, in un certo senso, una dialettica della materia. Abbiamo già incontrato, incidentalmente, l’affermazione, contenuta nel libro II della Scienza della logica, che ‘tutte le cose sono in se stesse contraddittorie‘. È un’affermazione di principio che ricorre nei suoi scritti infinite volte. Hegel parla esplicitamente di ‘dialettica del finito‘. Ricorda, a ogni piè sospinto, che tutte le cose hanno la dialettica in sé. “Quando delle cose diciamo che son finite – scrive – con ciò s’intende […] che la lor natura, il loro essere, è costituito dal non essere” (v. Hegel, 1812-1816; tr. it., vol. I, p. 128). Non solo: all’affermazione di principio tien dietro sempre l’esemplificazione. I casi più noti di dialettica della natura e della materia son forniti da Hegel per primo. Gli esempi dei ‘salti‘ dialettici della quantità in qualità e viceversa si trovano, per indicare uno dei tanti riferimenti possibili, nel paragrafo del libro I della Scienza della logica intitolato Linea nodale di rapporti di misura.

Quasi superfluo, d’altra parte, ricordare la ricchezza strabocchevole di casi di dialettica della natura nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio e, soprattutto, nelle Aggiunte (Zusdtze) che ne integrano i paragrafi. Un esempio può valere per tutti: l’Aggiunta 1 al paragrafo 81 dell’Enciclopedia: “Tutto ciò che ci circonda – scrive Hegel – può essere considerato come un esempio della dialettica. Noi sappiamo che ogni finito, anziché essere un che di saldo e di definitivo, è mutevole e caduco, e ciò non è altro che la dialettica del finito, mediante la quale il finito, come ciò che è in sé l’altro di se stesso, è sospinto al di là di ciò che è immediatamente e ribalta nel suo opposto […]. Noi affermiamo che tutte le cose (cioè ogni finito in quanto tale) vanno alla lor fine, e consideriamo perciò la dialettica come quella potenza irresistibile universale dinanzi alla quale nulla può mantenersi, per saldo e sicuro che possa anche sembrare. Con questa determinazione, naturalmente, la profondità dell’essenza divina, il concetto di Dio non è ancora esaurito; essa costituisce però, certamente, un momento essenziale in ogni coscienza religiosa. – La dialettica, inoltre, dà prova di sé in tutti i campi e le sfere particolari del mondo naturale e spirituale. Così per esempio nel movimento dei corpi celesti. Un pianeta sta ora in questo luogo, ma esso è in sé di essere anche in un altro luogo, e porta questo suo esser altro all’esistenza col fatto di muoversi. Parimenti dialettici si dimostrano gli elementi fisici, la manifestazione della cui dialettica è il processo meteorologico. E appunto questa dialettica è il principio che sta alla base di tutti i restanti processi naturali e in forza del quale la natura è insieme sospinta al di là di se stessa” (v. Hegel, 1927-1930, vol. I).

È un fatto che tutte le proposizioni principali del materialismo dialettico si trovano già formulate nell’opera di Hegel. Non a caso, quando Plechanov, nei suoi Contributi alla storia del materialismo, deve indicare che cosa sia, per Marx ed Engels, la ‘dialettica‘, non trova nulla di meglio che citare e trascrivere largamente (salvo, beninteso, il riferimento a Dio e alla religione) dalla Aggiunta al paragrafo 81 dell’Enciclopedia, che abbiamo sopra riportato. È dubbio, quindi, che si possa parlare di un’originalità teorica del materialismo dialettico. Il vero atto di fondazione della dottrina dovrebb’essere, in ogni caso, anticipato, ben prima della nascita di Marx e di Engels, all’opera stessa di Hegel.

Senonché, se non sono originali le proposizioni che il materialismo dialettico deriva da Hegel, è originale il modo in cui esso le interpreta. La filosofia di Hegel contiene una dialettica della materia o del finito non nel senso che ciò sia in contraddizione col principio idealistico che la ispira, bensì in pieno accordo e conformità con esso. I modi della dialettica della materia sono, per Hegel (si veda il suo scritto del 1801 sul Rapporto dello scetticismo con la filosofia), i tropi stessi dello scetticismo antico. Il rapporto essenziale che lega pirronismo e filosofia (idealismo), secondo Hegel, è che, con i suoi argomenti, lo scetticismo antico si rivolge contro la credenza del senso comune nell’esistenza delle cose, nella materialità del mondo; che esso è scepsi contro la materia. Dialettizzando le cose, mostrando che ciò che sembra ‘così e così‘ determinato ‘è‘ e ‘non è‘ così, quello scetticismo, dice Hegel, fa vacillare la certezza del senso comune nell’esistenza degli oggetti, sgombra il campo dal materialismo e prepara così l’accesso alla vera filosofia. Il suo limite è solo che, dopo aver operato quella distruzione, il pirronismo – dice Hegel – conclude negativamente, mentre la vera filosofia, cioè l’idealismo, va oltre: restaura il finito, prima dissolto dialetticamente, presentandolo come un’oggettivazione dell’Idea, cioè come incarnazione della Ragione dialettica (il Logos divino nel mondo).

In conclusione, la dialettica della materia adempie nella filosofia di Hegel una duplice funzione. Da un lato, dimostra che il mondo empirico-materiale non è una realtà autonoma o a sé stante, ma che piuttosto, a fondamento di esso, stanno le stesse determinazioni logico-razionali che sono proprie del pensiero dialettico, dell’Idea. Dall’altro, conferisce significato oggettivo a queste determinazioni logico-ideali (secondo il principio per cui la natura è l’alienazione dell’Idea), mostrandole incarnate e realizzate in tutte le figure del mondo storico e naturale. Il materialismo dialettico, invece, valuta questa presenza della dialettica della materia in modo diametralmente opposto. La interpreta come una forma superiore di materialismo; dopodiché deve concludere che essa convive, nella filosofia di Hegel, in aperto contrasto e contraddizione con il principio del suo idealismo, tante volte proclamato.

Questa linea interpretativa, che abbiamo ora accennato, è alla base dei celebri Quaderni filosofici, cioè dei commenti e delle note che Lenin prese a Berna, nel 1914-1915, nel corso della lettura della Scienza della logica, dell’Enciclopedia e di altre importanti opere di Hegel. A commento delle pagine, per es., in cui Hegel illustra l’affermazione che “tutte le cose sono in se stesse contraddittorie“, Lenin annota: “Movimento e ‘automovimento‘ […], ‘trasformazione‘, ‘movimento è vitalità‘, ‘principio di ogni automovimento‘, ‘impulso” (Trieb) al ‘movimento‘ e all’attività‘ – opposto al ‘morto essere‘: chi crederebbe che questo è il nocciolo dell’hegelismo‘, dell’astratto e astruso […] hegelianismo? Questo nocciolo, lo si dovette scoprire, afferrare, ‘salvare superandolo‘, liberarlo dalla scorza, ripulirlo, cosa che Marx ed Engels hanno anche effettuato” (v. Lenin, 1936; tr. it., p. 129). Come già Engels, quindi, anche Lenin vede in questa pagina della Scienza della logica il ‘nocciolo‘ da salvare della filosofia di Hegel, l’irrompere di un materialismo genuino in contraddizione con il ‘guscio‘ del sistema e con la ‘mistica dell’Idea‘. La convinzione che lo domina è quella stessa che egli ha innalzato a criterio di tutta la sua lettura di Hegel: “mi sforzo in generale di leggere Hegel materialisticamente; Hegel è il materialismo messo testa all’ingiù (secondo Engels) – vale a dire elimino in gran parte il buon Dio, l’assoluto, l’Idea pura, ecc.” (ibid., p. 92).

Tuttavia i debiti del materialismo dialettico verso Hegel non si arrestano qui. Un punto cruciale del pensiero hegeliano che passa di peso nella nuova filosofia è quello della contrapposizione tra logica cosiddetta formale e logica dialettica. Se ogni particolare, ogni finito è unità di ‘essere‘ e ‘non essere‘ insieme, unità degli opposti e, quindi, ‘totalità‘, è evidente che solo la logica dialettica si rivelerà capace di afferrare la realtà in questa sua struttura autocontraddittoria. La logica cosiddetta formale, la logica che si ispira al principio di non-contraddizione, non potrà non manifestare, in questo caso, la sua insufficienza. Essa è la logica che procede secondo l’esclusione degli opposti contraddittori. Per essa, A esclude non-A, l’essere‘ il ‘non essere‘ e viceversa. Riferita a quel tipo di realtà, che abbiamo descritto, la logica della non-contraddizione deve risultare necessariamente unilaterale e astratta. Unilaterale, perché coglie solo un aspetto del reale, anziché quell’aspetto ‘e‘ il suo contraddittorio, cioè la totalità; astratta, perché isola quest’aspetto, cioè un estremo, separandolo dall’unità degli opposti di cui esso fa parte.

In questa critica della logica formale Hegel è coerente con tutta la sua filosofia. Il torto di quella logica, ai suoi occhi, è che essa è legata ancora al materialismo ingenuo e al senso comune. Tenendo fermo il particolare (il ‘morto essere‘) ed escludendo da esso l’opposto, quella logica si rifiuta di risolvere il particolare nell’unità degli opposti, cioè nella totalità. Oppone resistenza a che il particolare sia esibito come il contrario di sé: cioè esso, che è la ‘parte‘, come la ‘totalità‘. In questo senso, il difetto della logica della non-contraddizione è, per Hegel, che essa dà credito ancora alle determinazioni empiriche, impedendo alla certezza sensibile di vacillare, cioè di confondersi e annullarsi nella relazione dialettica. Non a caso, Hegel chiama quella logica ‘dogmatica‘. La chiama così, perché, coerentemente, il dogmatismo è, per lui, il materialismo e il senso comune.

Questa stessa situazione si ripresenta anche nel materialismo dialettico. Ma con una variante. Il materialismo dialettico, che, giustamente, considera che il dogmatismo sia la metafisica, traduce il discorso di Hegel in questa forma: la logica della non-contraddizione è la metafisica e, viceversa, la logica dialettica, la logica idealistica, è la logica veramente materialistica, la logica del concreto. Ne risulta così questo paradosso (almeno per una filosofia che intenda propugnare il materialismo): il senso comune, la pratica quotidiana, dove vige il principio di non-contraddizione, è dichiarato il regno della metafisica; e, viceversa, la vera metafisica, cioè il rovescio del senso comune e della pratica che lo ispira, è dichiarata conoscenza concreta. La maniera di pensare propria della logica formale, dice Engels, “ci appare a prima vista estremamente plausibile per il fatto che essa è proprio quella del cosiddetto senso comune. Solo che il senso comune, per quanto sia un compagno tanto rispettabile finché sta nello spazio compreso fra le quattro pareti domestiche, va incontro ad avventure assolutamente sorprendenti appena si arrischia nel vasto mondo dell’indagine scientifica; e la maniera metafisica di vedere le cose, giustificata e perfino necessaria in campi la cui estensione è più o meno vasta a seconda della natura dell’oggetto, tuttavia, ogni volta, prima o poi, va a urtare contro un limite, al di là del quale diventa unilaterale, limitata, astratta e si avvolge in contraddizioni insolubili, perché, attenendosi alle cose singole, dimentica il loro nesso, attenendosi al loro essere, dimentica il loro sorgere e tramontare, attenendosi al loro stato di quiete, dimentica il loro movimento, perché stando davanti a grandi alberi, non vede la foresta” (v. Engels, 1894; tr. it., p. 28).

La conseguenza più importante di questa adozione, da parte del materialismo dialettico, del giudizio di Hegel sul rapporto tra logica formale e logica dialettica, si riflette nella valutazione della scienza. Per Hegel, la scienza è – come il senso comune e l’ordinario intelletto umano‘ – ancora prigioniera del materialismo, cioè della distinzione tra pensiero ed essere. Essa si ispira al principio di non-contraddizione perché è ancora vincolata alla ‘cerchia della percezione‘, cioè alla sfera dell’esperienza empirico-sensibile. Galilei e Keplero, dice Hegel, si acquistarono meriti immortali innalzando i ‘quanti empirici‘ della natura a momenti di un rapporto razionale, cioè di una ‘legge‘. Ma ciò non basta. Mentre, infatti, essi “provarono le leggi da loro trovate col mostrar che a esse corrisponde la cerchia delle singolarità della percezione‘, si deve esigere ‘una dimostrazione ancora più alta di queste leggi” (v. Hegel, 1812-1816; tr. it., vol. I, p. 384), cioè una dimostrazione che le liberi dal loro condizionamento nell’esperienza e le risolva in relazioni di puri concetti. Ciò che può fare la filosofia, non la scienza.

Questo giudizio, secondo cui la scienza è ‘dogmatica‘ perché subordinata alla necessità di controllare le sue leggi sperimentalmente, cioè mettendole alla prova della ‘cerchia della percezione‘, trapassa da Hegel nel materialismo dialettico, con la variante, cioè con lo scambio di significati, che abbiamo sopra accennato. Per Hegel, il dogmatismo della scienza e il suo uso della logica della non-contraddizione derivano dal fatto che la scienza è ancora intrisa di materialismo. Per il materialismo dialettico viceversa (il quale ritiene, giustamente, che il dogmatismo sia la metafisica, ma ha il torto di far valere questo principio entro uno schema di discorso desunto da Hegel e, quindi, orientato in tutt’altro senso), le conclusioni si coordinano, paradossalmente, in quest’altro modo: che, in quanto la scienza fa uso del principio di non-contraddizione, essa non è veramente scienza ma metafisica e che, per divenire scienza effettiva, essa deve convertirsi in conoscenza dialettica della natura. In altre parole, il materialismo dialettico scambia la ‘dialettica della materia‘ dell’idealismo assoluto per materialismo e il principio materialistico-scientifico di non-contraddizione per il principio della metafisica. Prende per scienza la metafisica, cioè la filosofia romantica della natura; e per metafisica la scienza effettiva, cioè la scienza sperimentale moderna.

Quest’insieme di circostanze permette di spiegare una singolarità altrimenti incomprensibile, cioè come il materialismo dialettico, malgrado la sua indubbia professione di fede a favore della conoscenza scientifica, si sia sempre trovato, di fatto, in un atteggiamento critico-negativo verso la scienza effettiva. Esso riconosce, ovviamente, che la scienza moderna ha realizzato negli ultimi quattrocento anni progressi giganteschi, ma addita in questa scienza un grave limite di metodo consistente nel fatto che essa ha isolato i fenomeni, li ha classificati, li ha sezionati, perdendo però il loro nesso d’assieme. Questo metodo, che ha fatto nascere l’abitudine di concepire le cose e i fenomeni della natura nel loro isolamento reciproco, avrebbe prodotto (già a detta di Engels) una maniera di vedere le cose che, passando dalla scienza della natura nella filosofia, ha determinato poi la limitatezza specifica degli ultimi secoli, cioè il ‘modo di pensare metafisico‘. A confronto di questa scienza, il materialismo dialettico esalta la grandezza della filosofia ionica antica. In essa, naturalmente, proprio perché non si era ancora arrivati allo smembramento, all’analisi della natura, il nesso d’assieme dei fenomeni naturali è più intuito che dimostrato nei dettagli. Ciò non toglie che, malgrado questa insufficienza, si debba guardare a quella filosofia come a un modello da restaurare.

Si delinea, così, una sorta di visione ciclica a tre stadi, di origine hegeliana ma dall’andamento assai popolare. Nel primo stadio, segnato dalla filosofia ionica, la visione del Tutto oscura quella delle parti. Nel secondo, rappresentato dalla scienza moderna, la visione dei particolari fa perdere quella della totalità, cioè del nesso d’assieme. Nel terzo, infine, che dovrà essere riempito dalla scienza nuova prodotta e favorita dal materialismo dialettico, si ristabilisce la totalità ma, questa volta (a differenza della filosofia ionica), come una totalità ricca di molte determinazioni.

Ciò che può consentire questa trasformazione della scienza è, soprattutto, una rivoluzione nel metodo. La scienza deve abbandonare il modo metafisico di pensare e familiarizzarsi con il pensiero dialettico.
L’uso della logica dialettica le permetterà di raccogliere la moltitudine, sterminata ma disorganica, delle sue conoscenze sotto le tre grandi leggi della dialettica: l’unità degli opposti, la negazione della negazione, la conversione della quantità in qualità e viceversa. Queste leggi, infatti, non essendo empiriche al modo delle leggi scientifiche propriamente dette né essendo quindi legate a un particolare ambito di validità, permettono di abbracciare il vasto quadro d’assieme della natura, unificando i vari campi tra loro e mostrando che fenomeni diversissimi l’uno dall’altro – come, per es., i fenomeni fisici, o biologici, o psicologici, o storici – sono governati dagli stessi principî. E questo appunto – spiega Engels – è il merito di una legge come, per es., la negazione della negazione: che essa è “una legge di sviluppo estremamente generale della natura, della storia e del pensiero e che appunto perciò ha un raggio d’azione e un’importanza estremamente grandi; legge che, come abbiamo visto, risalta nel mondo animale e vegetale, nella geologia, nella matematica, nella storia, nella filosofia” ecc. (v. Engels, 1894; tr. it., p. 154).

Quale sia la fecondità euristica di questi filosofemi del materialismo dialettico sulla scienza, è difficile dire (o, forse, fin troppo facile). Ciò che si può osservare è che, dopo un secolo dalla composizione della Dialettica della natura, il programma della dialettizzazione delle scienze non sembra aver registrato il pur minimo progresso. I manuali del materialismo dialettico ripetono monotonamente, seppure in cento lingue diverse, gli esempi ben noti di presunti casi di dialettica della natura, contenuti nell’omonima opera di Engels, che li aveva a sua volta desunti dalla filosofia della natura di Hegel. Ma, come è stato tante volte osservato e, recentemente, anche dal biologo francese J. Monod, “questi esempi illustrano soprattutto l’entità dei guai epistemologici provocati dall’uso ‘scientifico‘ delle interpretazioni dialettiche“. Fare della contraddizione dialettica la ‘legge fondamentale‘ di ogni movimento, di ogni evoluzione, è come tentare di sistematizzare un’interpretazione soggettiva della Natura, che permetta di scoprire in essa un progetto ascendente, costruttivo, creatore; di renderla decifrabile e moralmente significativa. È ancora la ‘proiezione animistica‘ (v. Monod, 1970; tr. it., p. 48).

E tuttavia sarebbe un errore limitarsi a considerare l’interpretazione della scienza prospettata dal materialismo dialettico come un innocente superfiuità filosofica. Giacché, fin dalle origini e poi, sempre di nuovo, nel corso della sua storia ripetitiva, quella interpretazione si è rivelata capace di opporre una dura resistenza al progresso del sapere scientifico. Lo stesso Engels fu indotto a rifiutare, in nome della dialettica, due tra le più grandi scoperte del suo tempo: il secondo principio della termodinamica e (malgrado la sua ammirazione per Darwin) l’interpretazione puramente selettiva dell’evoluzione. Più tardi, in nome sempre degli stessi principi, il materialismo dialettico russo ha opposto critiche, tanto aprioristiche quanto severe, alla teoria della ‘relatività generale‘ di Einstein. Impossibile, in questa sede, enumerare i capitoli di questa storia tra le più oscure. In essa compaiono gli incitamenti di Ždanov ai filosofi russi di muovere all’attacco delle ‘diavolerie kantiane della scuola di Copenaghen‘, cioè di debellare, con le armi del materialismo dialettico, il ‘principio di complementarità‘ di N. Bohr. Così come vi compaiono le accuse medievali di Lysenko (presto seguite dallo sterminio fisico degli avversari) contro i genetisti classici, rei di sostenere una teoria assolutamente incompatibile con il materialismo dialettico e, perciò, necessariamente falsa. Qui vorremmo solo completare questo capitolo della nostra esposizione prendendo, brevemente, in esame l’epistemologia o, per meglio dire, la teoria della conoscenza del materialismo dialettico.