Francis Bacon

Francis Bacon nacque a Londra il 22 gennaio 1561 da Sir Nicholas e Lady Ann Cook, due alti rappresentanti, per rango e per cultura, della classe politica Tudor. Dal 1573 studiò al Trinity College di Cambridge e nel 1576 fu ammesso al Gray’s Inn, uno dei cinque Inns of Court di Londra. Dal 1576 al 1579 seguì a Parigi Sir Amias Paulet, ambasciatore in Francia. Costretto a rientrare a Londra in seguito alla morte del padre, continuò gli studi giuridici e si avviò alla carriera politica. Nel 1581 fu eletto alla Camera dei Comuni, nel 1603 fu insignito del titolo di cavaliere da Giacomo I, cui seguirono le nomine di General Solicitor nel 1607, di procuratore generale nel 1613 e di consigliere privato della Corona nel 1616. Nel 1617 divenne guardasigilli, carica che l’anno seguente fu trasformata in quella di lord cancelliere. Accusato nel 1621 di corruzione, fu costretto ad abbandonare la vita politica. Negli ultimi cinque anni prima della morte (avvenuta il 9 aprile 1626) approfittò della involontaria libertà dagli incarichi politici e si dedicò interamente a una vasta produzione di opere filosofiche.

La conoscenza è potere

La filosofia di Bacon fu totalmente originale, nella sua articolazione e nella coerenza degli intenti. Il grande progetto della Instauratio magna era il filo conduttore di una totale rifondazione delle scienze, della filosofia (intesa come filosofia naturale), del diritto, e quindi delle istituzioni in generale. Il suo imponente disegno era basato sulla conoscenza: la conoscenza, afferma Bacon fin dal 1597 in una famosa metafora, è potere (“nam et ipsa scientia potestas est”) e abbraccia l’intero campo dello scibile umano: la storia, la filosofia, la politica, la giurisprudenza e la scienza. Lungi dall’essere un elemento accessorio, il metodo riveste subito un ruolo centrale per il filosofo inglese. Il nuovo metodo, quello dell”interpretazione della Natura’, che si svolge a partire ‘dalle cose stesse’ e ‘nei debiti modi’, dovrà sostituire quello vecchio, prematuro e temerario (res temeraria et praematura), che portava ad ‘anticipazioni della Natura’. Questo nuovo metodo, basato sulla critica di quelli precedenti (la pura empiria, la ‘mano nuda’, o viceversa l’astrazione e il dogmatismo, l’intelletto abbandonato a sé stesso) e sull’interpretatio naturae, con i dovuti aiuti e strumenti, permetterà all’uomo di farsi ‘ministro’ e ‘interprete della Natura’.

Bacon ha in comune con i più autorevoli rappresentanti della tradizione razionalistica l’esigenza dell’expurgatio di tutte le acquisizioni precedenti del sapere, come momento primo e necessario del processo della ricerca. Della Natura, sostiene, si sono occupati gli empirici (il meccanico, il matematico, il medico, l’alchimista, il mago) non i filosofi, e hanno ottenuto scarni risultati perché lo hanno fatto per scopi pratici e non in vista della conoscenza. Il senso è per sua natura aberrans, cioè da solo porta agli errori; le scienze non hanno prodotto opere e le scoperte che sono state fatte sono dovute al caso e all’empiria, ed è per questo che le scienze non sono altro che riordinamenti di cognizioni precedenti, non modi di ricercare e indicazioni di nuove opere. Senso e intelletto sono ugualmente impari davanti alle infinite sottigliezze (subtilitates) della Natura, ma la logica tradizionale è inutile per la ricerca scientifica. Inutile, anzi dannoso, è soprattutto il sillogismo. Nel Novum organum (1620), sottoponendo il caposaldo della logica aristotelica a una critica definitiva, Bacon afferma: “Il sillogismo non si applica ai principî della scienza e si applica inutilmente agli assiomi medi: è uno strumento incapace di penetrare nelle profondità della Natura. Esso costringe il nostro assenso, non la realtà” (Opere filosofiche, I, p. 51).

La critica al sillogismo aristotelico ha il suo fondamento nella critica al consensus gentium: Bacon sviluppa in tutta l’opera l’argomento della critica all’Antichità, fino a giungere al ribaltamento del rapporto tra Antichi e Moderni (giovani e puerili i primi, maturi e più sapienti i secondi), dal momento che il solo grande autore di tutti gli autori è il tempo. Questa riflessione baconiana, assai nota, sarà spesso ripetuta nei secoli successivi, senza alcun riferimento all’autore, a cominciare da Descartes. Tale rapporto ribaltato tra Antichità e Modernità si ritrova anche nella New Atlantis, l’opera pubblicata nel 1626, pochi mesi dopo la morte dell’autore, insieme alla Sylva sylvarum, in cui, parlando dell’America, Bacon giustifica e spiega l’incultura del popolo americano (“popolo semplice e selvaggio”), con il fatto che esso sarebbe ‘nuovo e recente’. Vittima prima della violenta e ironica distruzione dell’ipse dixit è, nella Redargutio philosophiarum, proprio Aristotele: “Anche se Aristotele fosse veramente quel grand’uomo che si crede, io non potrei certo consigliarvi di accogliere come oracoli i pensieri e le opinioni [cogitata et placita] di un sol uomo. Che cos’è mai, o figli, questa volontaria servitù? Siete di tanto inferiori ai seguaci di quel monaco pagano? Quelli cessarono di affermare ipse dixit dopo sette anni, e voi continuate a farlo dopo duemila anni?” (Scritti filosofici, p. 417).

Come avverrà poi per Descartes, Bacon identifica quindi in una radicale expurgatio di tutto il sapere, individuale e collettivo, il momento prioritario, ineludibile e necessario per iniziare la ricerca della verità ab imis fundamentis. Non fu facile proporre una nuova riforma generale degli studi, delle scienze e della filosofia, senza alcun riguardo per la vetustà, per l’antichità e per l’autorità: nei Cogitata et visa, lo scritto redatto verso il 1607 e mai pubblicato in vita, la disperazione di Bacon appare totale sicché le colonne d’Ercole, che nel frontespizio dell’Instauratio magna sigillano la metafora del progresso delle scienze, sono sentite come fisse e quasi fatali, in contrapposizione al versetto biblico di quello stesso frontespizio “Multi pertransibunt et augebitur scientia” (Daniele, XII, 4). Il filosofo, nel porsi il fine di costruire un ‘nuovo’ organo, coglie quanto sia faticosa e solitaria la missione che si è assegnata. L’osservazione costante dei fenomeni della Natura e il fare l”autopsia’ e l”anatomia’ degli stessi ‒ per usare due termini che, risultato del grande progresso della medicina, indicano contemporaneamente gli aspetti centrali del nuovo metodo ‒ divengono un abito mentale che porta alla costruzione di un nuovo statuto epistemologico. Nel costituirsi della scienza moderna in Europa il ruolo svolto dalla medicina e dalle scienze chimiche è fondamentale e impropriamente subordinato alla rivoluzione astronomica e matematica, spesso assunta a unico parametro della Rivoluzione scientifica. La expurgatio del sapere precedente avviene attraverso la confutazione delle dottrine antiche e moderne, quella dei pregiudizi individuali attraverso la dottrina degli idoli. La confutazione delle dottrine e dei metodi si conclude con il famosissimo paragone delle api, delle formiche e dei ragni, che costituisce, nel proporre la ratio media delle api, la metafora della nuova logica baconiana.