Concezione della persona

La critica della concezione della persona è stata formulata in modo particolare da Taylor, Sandel e MacIntyre. Taylor ha sostenuto che buona parte della teoria politica liberale è basata su una concezione atomistica della persona e su una visione volontaristica del soggetto agente. Nel suo saggio intitolato Atomism – pubblicato nel 1979 e ora incluso nel secondo volume dei suoi Philosophical papers – egli afferma che il termine ?atomismo’ si riferisce a quelle dottrine del contratto sociale che emersero nel XVII secolo e alle successive dottrine di stampo utilitaristico, nelle quali venne postulata una visione della società quale prodotto di un accordo per la soddisfazione di fini strettamente individuali. Il termine atomismo si riferisce, inoltre, a quelle dottrine contemporanee di tipo liberale (rinvenibili, ad esempio, negli scritti di Robert Nozick e Friedrich von Hayek) che difendono la priorità dell’individuo e dei suoi diritti nei confronti della comunità, e che si basano su una concezione puramente strumentale della società (v. Taylor, Philosophy and…, 1985, p. 187). Rispetto a queste dottrine, Taylor ha proposto una concezione intersoggettiva o ?relazionale’ della persona, nella quale vengono sottolineati gli aspetti storici, sociali, culturali e linguistici nella costituzione dell’identità personale. Per Taylor l’individuo non può ?preoccuparsi esclusivamente delle sue scelte […] a scapito della matrice sociale nella quale queste scelte possono essere realizzate o meno, essere molteplici o ristrette. È importante per l’individuo che certe attività e istituzioni fioriscano nella società. È altresì importante per lui il tipo di clima morale della società nel suo complesso […] perché la libertà e l’individualità possono fiorire soltanto in una società dove ci sia un riconoscimento diffuso del loro valore” (ibid., p. 207). Pertanto, ?le istituzioni politiche nelle quali viviamo hanno un ruolo cruciale nella realizzazione della nostra identità quali esseri liberi” (ibid., p. 208). L’individuo libero, soggetto di diritti, può acquisire questa sua identità solo grazie all’esistenza di una società liberale; è un’assurdità, dichiara Taylor, ?situare questo soggetto in uno stato di natura dove non potrebbe mai acquisire questa identità e quindi mai creare mediante un contratto una società che la rispetti” (ibid., p. 209). La nostra identità di esseri autonomi e che si autodeterminano richiede piuttosto l’esistenza di un contesto istituzionale che ?riconosca il diritto alla decisione autonoma e che permetta all’individuo di avere un ruolo nella formazione delle decisioni pubbliche” (ibid., p. 209).
Taylor ha poi formulato – in opposizione alla concezione volontaristica del soggetto agente – una concezione cognitiva, nella quale viene privilegiata non tanto la libertà di scelta, quanto l’autoriflessione, l’interpretazione e la valutazione razionale dei fini e dei valori. Nel suo saggio What is human agency? egli ha tracciato una distinzione tra una concezione del soggetto quale semplice soppesatore (simple weigher) di preferenze e desideri, e una concezione del soggetto quale forte valutatore (strong evaluator) delle proprie scelte riguardo a certe sue preferenze e desideri. La distinzione tra semplice soppesatore e forte valutatore riflette la differenza tra la concezione volontaristica e quella cognitiva del soggetto agente. Nella concezione cognitiva il soggetto, quale forte valutatore, usa un linguaggio qualitativo basato su distinzioni di valore che gli permette di giudicare le proprie preferenze e i propri desideri, come pure di decidere se siano degni di essere perseguiti o meno. Il soggetto che valuta le proprie preferenze in maniera ponderata e riflessiva esamina in profondità le sue scelte e le sue motivazioni. ?Un valutatore forte – scrive Taylor -, ovvero un soggetto che valuta profondamente i desideri, va più a fondo, perché caratterizza le sue motivazioni a un livello più profondo. Caratterizzare un desiderio o inclinazione come più degno, o più nobile, o più integrato di altri, vuol dire descriverlo in rapporto al tipo o qualità di vita che esso esprime e sostiene […]. Mentre per il semplice soppesatore ciò che conta è la desiderabilità di differenti gratificazioni, quelle definite dai suoi desideri de facto, per il forte valutatore la riflessione esamina anche i differenti modi possibili di essere dell’agente […]. Mentre una riflessione su quello che preferiamo di più, che è tutto quello che un semplice soppesatore può fare nel considerare le motivazioni, ci fa rimanere, per così dire, alla periferia, una riflessione sul nostro tipo di essere ci porta al centro della nostra esistenza quali agenti. La valutazione forte non è semplicemente un modo di esprimere le preferenze, ma anche un modo di giudicare la qualità della vita, il tipo di persona che siamo o vogliamo essere. In questo senso essa è più profonda” (v. Taylor, Human agency…, 1985, pp. 25-26).
Sandel ha avanzato una serie di argomenti assai simili contro la concezione della persona che sta alla base della teoria di John Rawls. Egli ha mostrato le aporie cui va incontro una teoria della giustizia che astrae il soggetto da ogni contesto storico o sociale e che lo separa dai fini e valori della comunità di appartenenza, evidenziando al contempo il ruolo costitutivo della comunità nella formazione dell’identità personale e l’importanza delle facoltà cognitive di autoriflessione e di giudizio per una teoria dell’azione morale. A suo avviso, l’errore principale di Rawls è quello di concepire il soggetto come un essere individuato antecedentemente a ogni fine, valore o legame costitutivo. Questa concezione, egli afferma, ?non riesce a rendere conto in maniera plausibile di alcuni aspetti essenziali della nostra esperienza morale. Essa infatti concepisce il soggetto come essere indipendente, nel senso che la nostra identità non è mai collegata ai nostri fini e attaccamenti […]. Ma noi non possiamo considerarci indipendenti in questo modo senza pagare dei prezzi assai alti nei confronti di quei legami e convinzioni la cui forza morale consiste, in parte, nel fatto che sono inseparabili dal comprendere noi stessi come quelle particolari persone che siamo – come membri di questa famiglia o comunità o nazione o popolo, come portatori di questa storia, come figli e figlie di quella rivoluzione, come cittadini di questa repubblica […]. Immaginare una persona incapace di legami costitutivi di questo tipo non è concepire un agente idealmente libero e razionale, ma immaginare una persona completamente priva di carattere e di profondità morale” (v. Sandel, 1982, p. 179).
Sandel ha inoltre osservato che questa concezione della persona non riconosce il ruolo della riflessione e del giudizio nei confronti dei fini e dei valori costitutivi della propria identità. La concezione volontaristica di Rawls presuppone un sé già definito, che sceglie i suoi fini in base a preferenze contingenti. L’assunzione di un fine non implica la riflessione sulla propria natura o identità, e pertanto non fornisce delle ragioni per le proprie scelte morali. Solo nell’ottica di una concezione cognitiva, in cui la riflessione e il giudizio conducono a una definizione del sé e dei suoi fini, è possibile fornire una giustificazione delle nostre azioni e delle nostre scelte morali (ibid., pp. 152-165, 172 e 179-181).
MacIntyre (v., 1981 e 1988) ha formulato, in due suoi recenti lavori, una critica assai netta alla concezione della persona tipica del liberalismo deontologico o neokantiano. A suo avviso, tale concezione non fornirebbe criteri soddisfacenti per orientare la condotta morale e non offrirebbe un contesto nel quale situare e valutare le azioni degli individui. Egli ha pertanto difeso una concezione teleologica della natura umana e una teoria contestuale del soggetto agente. Secondo la concezione teleologica, la condotta morale è caratterizzata non dall’adesione cosciente e rigorosa a dei principî o a delle regole, ma dall’esercizio e sviluppo costante delle virtù in vista del raggiungimento del bene. Tale bene può essere ottenuto solo all’interno di una comunità e si identifica nell’unità narrativa di una vita vissuta alla ricerca del bene. Secondo la teoria contestuale, nessun soggetto agente può identificare, interpretare e valutare le sue azioni se non all’interno di una tradizione morale e di una specifica comunità. Per MacIntyre l’errore principale del progetto kantiano e illuministico di fondare la morale e la politica su basi strettamente razionali è stato quello di rigettare sia la concezione teleologica della natura umana che la teoria contestuale del soggetto agente, poiché rigettando la prima ha privato l’individuo dei criteri coi quali valutare le sue scelte morali, e rigettando la seconda lo ha privato del contesto etico di una specifica comunità o tradizione all’interno della quale le azioni possono acquisire una certa coerenza e significato.