Concezione della comunità

Il principale sostenitore di una concezione forte della comunità è MacIntyre. Secondo questo autore, la morale e le virtù possono essere coltivate e sviluppate solo all’interno di forme locali di comunità che condividono una concezione comune del bene. Per MacIntyre uno dei difetti principali delle teorie liberali è la mancanza di una concezione della comunità quale luogo di formazione del carattere e di costituzione di pratiche morali. Sia la teoria morale kantiana sia quella utilitaristica sono inadeguate, la prima perché ha una concezione astratta e formale della comunità, la seconda perché concepisce la comunità in termini puramente strumentali. La sua proposta di rifondazione di comunità basate su principî etici condivisi viene esplicitata in termini assai drammatici. Egli infatti paragona la situazione contemporanea al periodo di declino e caduta dell’Impero romano, e sostiene che ?una svolta cruciale” in quel periodo storico avvenne quando uomini e donne di buona volontà decisero di non sostenere più l’imperium romano e cessarono di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con il mantenimento di quell’imperium. Ciò che si prefissero di ottenere al suo posto – spesso senza essere pienamente coscienti del loro operato – era la costruzione di nuove forme di comunità, all’interno delle quali la vita morale potesse essere coltivata, e in questo modo la morale e la civiltà potessero sopravvivere al periodo delle barbarie e dei secoli bui. ?Se la mia descrizione della nostra condizione morale è corretta, dovremmo concludere che da un po’ di tempo ormai abbiamo anche noi raggiunto questa svolta. Ciò che importa a questo punto è la costruzione di forme locali di comunità nelle quali la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere coltivate durante i nuovi secoli bui che già ci sovrastano” (v. MacIntyre, 1981, pp. 244-245).
La proposta di Sandel è, rispetto a quella di MacIntyre, assai più modesta. Nella sua critica alla teoria della giustizia di Rawls egli ha tracciato una distinzione tra una concezione strumentale, una sentimentale, e una costitutiva della comunità, e ha difeso la tesi secondo cui solo quest’ultima può fornire la base per una politica incentrata sull’amicizia, sulla conoscenza di sé e sullo sviluppo del carattere morale. Soffermiamoci un attimo su queste tre concezioni della comunità. La prima, rintracciabile in molte versioni dell’utilitarismo e nelle teorie politiche di stampo libertario, concepisce la comunità in termini puramente strumentali e la cooperazione tra individui come una necessità imposta dal perseguimento di scopi esclusivamente privati. La seconda – quella che Sandel attribuisce a Rawls – riconosce che i membri di una comunità condividono certi scopi e giudicano la cooperazione come un bene in sé; essa viene definita sentimentale perché si riferisce soltanto ai sentimenti di solidarietà o benevolenza tra individui la cui identità è già data antecedentemente a ogni legame. La terza concezione, quella difesa da Sandel, si differenzia dalla precedente in quanto non si riferisce solo ai sentimenti di solidarietà e benevolenza, ma si estende anche all’autocomprensione di carattere cognitivo che i membri di una comunità possono raggiungere insieme. In questa concezione costitutiva, scrive Sandel, ?affermare che i membri di una società sono legati da un senso di comunità non è affermare semplicemente che un gran numero di essi professa dei sentimenti comunitari e persegue degli scopi in comune, ma piuttosto che essi concepiscono la loro identità […] come in parte definita dalla comunità di cui sono membri. Per essi la comunità non descrive solo quello che hanno in comune come cittadini, ma anche quello che sono, non una relazione che essi scelgono […] ma un legame che essi scoprono, non semplicemente un attributo ma un elemento costitutivo della loro identità” (v. Sandel, 1982, p. 150). Ciò che distingue questo tipo di comunità è che gli individui raggiungono un grado di conoscenza di sé e degli altri maggiore di quello possibile all’interno di una comunità basata esclusivamente sui sentimenti. La concezione della comunità proposta da Sandel non è infatti caratterizzata da ?un semplice spirito di benevolenza, o dalla prevalenza di valori comunitari, o perfino da certi scopi finali condivisi, ma da un vocabolario di discorso comune e da uno sfondo di pratiche e comprensioni tacite all’interno delle quali l’opacità [cognitiva] dei partecipanti è ridotta anche se mai totalmente dissolta” (ibid., pp. 172-173). Questa maggiore apertura cognitiva nei confronti del proprio sé e di quello degli altri membri di una comunità consentirebbe sia uno sviluppo più ricco della personalità, soprattutto dal punto di vista morale, sia una politica incentrata sull’amicizia e sul perseguimento del bene comune.
Walzer, da parte sua, ha argomentato che la comunità ha un ruolo costitutivo non solo rispetto allo sviluppo del carattere morale, ma anche rispetto alle nostre differenti concezioni della giustizia. Secondo Walzer, la giusta distribuzione dei beni dipende dal significato sociale che questi beni hanno per i membri di una comunità e questo significato, a sua volta, dipende dalle credenze e pratiche sociali condivise dai membri della comunità. La tesi portante del suo lavoro Spheres of justice, in difesa di una teoria pluralistica della giustizia, è che ?beni sociali differenti devono essere distribuiti per ragioni differenti, secondo procedure differenti, da agenti differenti; e tutte queste differenze derivano dai significati differenti degli stessi beni sociali – il prodotto inevitabile della particolarità storica e culturale” (v. Walzer, 1983, p. 6). Per Walzer, infatti, ?i beni sociali hanno significati sociali e perveniamo alla giustizia distributiva tramite una interpretazione di questi significati” (ibid., p. 19). L’unico contesto appropriato per pervenire a dei principî di giustizia distributiva è la comunità. Essa è ?la miglior approssimazione a un mondo di significati comuni […]. Quando argomentiamo noi dobbiamo fare appello a questi significati […] poiché nelle questioni morali argomentare vuol dire semplicemente fare appello a significati comuni” (ibid., pp. 28-29). L’appartenenza alla comunità diventa pertanto il bene più importante, poiché tramite essa si viene a determinare il significato sociale dei beni da distribuire e le connesse differenti concezioni della giustizia.
Un altro importante teorico della comunità è Unger. Egli ne ha proposto due versioni, la prima nel 1975, in Knowledge and politics, la seconda nella sua recente trilogia intitolata Politics: a work in constructive social theory (v. Unger, 1975 e 1987). La prima versione, caratterizzata dall’idea dei ?gruppi organici’, si propone di superare le contraddizioni del pensiero liberale, come le opposizioni tra ragione e passione, fatti e valori, individuale e collettivo. La teoria dei gruppi organici propone, a tal fine, una riconciliazione del particolare e dell’universale all’interno di una comunità ugualitaria e aperta. Unger sottolinea, però, che questa teoria dei gruppi organici presuppone una metafisica adeguata, ovvero una concezione della natura umana come universale che esiste attraverso le sue incarnazioni particolari; questa riconciliazione di particolare e universale può realizzarsi solo parzialmente in una comunità, trovando il suo vero compimento in una situazione metastorica di tipo trascendente, ovvero ultraterrena (v. Unger, 1975, pp. 290-295).
La seconda versione della comunità proposta da Unger è caratterizzata, invece, dalla nozione di ?contesto formativo’, con la quale egli intende l’insieme delle ?assunzioni immaginative” (imaginative assumptions) riguardanti sia le forme di associazione umana possibili e desiderabili, sia gli assetti istituzionali e le pratiche sociali non istituzionalizzate (v. Unger, 1987, vol. I, p. 89). L’espressione ?contesto formativo’ può essere assimilata alla nozione marxiana di struttura sociale, ma l’enfasi di Unger, a differenza di quanto avviene in Marx, cade sempre sulla plasticità (plasticity) o possibilità di modifica di tale contesto. Questa concezione della comunità incentrata sull’idea di contesto formativo viene offerta come soluzione alla tensione tra autonomia e dipendenza cui è sottoposto l’individuo nella società moderna e al contrasto tra riforme e rivoluzione che caratterizza i progetti di trasformazione istituzionale della società. Secondo Unger queste tensioni e questi contrasti possono essere superati mediante la costruzione di comunità democratiche che permettano la revisione costante dei propri contesti formativi (v. Unger, 1987, vol. II, pp. 246-277). Il vantaggio di questa concezione della comunità rispetto a quella incentrata sull’idea dei ?gruppi organici’ è indubbiamente il suo carattere secolarizzato, ovvero l’assenza di una dimensione trascendente o ultraterrena.