Una delle tesi principali della teoria della giustizia di Rawls è che una società giusta non persegue, né cerca di imporre, una specifica concezione del bene, ma fornisce, piuttosto, una struttura neutrale di diritti e libertà fondamentali che permette agli individui di perseguire liberamente i propri fini e progetti di vita e di rispettare la libertà di scelta di tutti gli altri.

Una società giusta deve, pertanto, essere basata su principî che non presuppongano una particolare concezione del bene. Questi principî vengono giustificati in base alla loro conformità al concetto di giusto, concetto che è prioritario e indipendente dal concetto di bene. Il giusto ha pertanto priorità sul bene, e questo in due sensi: in quanto i diritti individuali non possono essere sacrificati a vantaggio del benessere o del bene comune; e in quanto i principî di giustizia che specificano questi diritti non possono essere basati su una particolare concezione del bene, ma devono essere giustificati indipendentemente, in base alla loro conformità al concetto di giusto (v. Rawls, 1971 e 1993; v. Dworkin, 1977 e 1985, cap. 8).
Questa priorità del giusto sul bene è stata criticata da Sandel, Taylor e MacIntyre. Sandel ha dimostrato che la priorità del giusto sul bene è fondata sulla priorità del sé rispetto ai suoi fini, valori e attaccamenti sociali, e ha sostenuto che questa concezione della persona non è accettabile in quanto non possiamo formare la nostra identità indipendentemente dai fini e valori della nostra comunità di appartenenza. Riconoscere il ruolo costitutivo della comunità comporta, pertanto, il rifiuto della priorità del giusto sul bene e la messa in questione della neutralità dei principî di giustizia nei confronti delle differenti concezioni del bene (v. Sandel, 1982, pp. 172-183). Nell’introduzione al volume Liberalism and its critics Sandel ha fornito una sintesi assai efficace di questa sua tesi nei seguenti termini: ?La priorità del sé rispetto ai suoi fini significa che io non sono mai definito dai miei scopi e attaccamenti, ma sono sempre capace di prendere le distanze per ispezionarli, valutarli e, eventualmente, modificarli.

L’essere un soggetto libero e indipendente, capace di scelta, consiste proprio in questo. E questa è la visione del soggetto che trova la sua espressione nell’ideale dello Stato quale struttura neutrale. Dal punto di vista di un’etica basata sui diritti, è precisamente in quanto noi siamo soggetti essenzialmente separati e indipendenti che abbiamo bisogno di una struttura neutrale di diritti che non pregiudichi la scelta tra scopi e fini confliggenti. Se il sé è prioritario rispetto ai suoi fini, allora il giusto deve essere prioritario rispetto al bene. I critici comunitari del liberalismo basato sui diritti sostengono che non possiamo concepire noi stessi come esseri indipendenti in questo modo, ovvero come soggetti totalmente separati dai nostri scopi e legami. Essi affermano che certi nostri ruoli sono parzialmente costitutivi del nostro essere quelle persone che siamo – cittadini di un paese, o membri di un movimento, o sostenitori di una causa. Ma se noi siamo parzialmente definiti dalle comunità nelle quali viviamo, allora dobbiamo anche essere coinvolti negli scopi e fini di quelle comunità […]. La mia biografia, per quanto essa sia aperta, è sempre inserita nella storia di quelle comunità dalle quali derivo la mia identità – siano esse la famiglia o la città, la tribù o la nazione, un partito o una causa” (v. Sandel, 1984, pp. 5-6). Pertanto, sottolinea Sandel, ?i critici comunitari del liberalismo moderno, ispirandosi agli argomenti di Hegel contro Kant, mettono in dubbio l’asserita priorità del giusto sul bene, così come la concezione dell’individuo che sceglie liberamente a essa sottesa. Rifacendosi ad Aristotele, essi sostengono che non possiamo giustificare gli assetti politici senza far riferimento a scopi e fini comuni e non possiamo concepire la nostra identità senza far riferimento al nostro ruolo di cittadini e di partecipanti a una vita comune” (ibid., p. 5).
Taylor ha sostenuto che ogni concezione della giustizia e ogni concetto del giusto dipendono da una concezione del bene e da una visione del valore della comunità. La priorità accordata da Rawls al giusto non può essere mantenuta, poiché essa dipende a sua volta da una specifica concezione del bene (l’autonomia morale dell’individuo, concezione che Rawls mutua da Kant) e da una particolare visione del valore della comunità (quello di assicurare le condizioni per il pieno sviluppo delle capacità morali degli individui) (v. Taylor, Philosophy and…, 1985, pp. 289-317). Rawls non può, pertanto, sostenere che la sua teoria della giustizia sia neutrale rispetto a concezioni alternative del bene e della comunità (siano queste di tipo libertario, o anarchico, o socialista, o neocomunitario), e non può dimostrare in questo senso la priorità del giusto sul bene.

Per Taylor i principî di giustizia distributiva e la loro giustificazione derivano sempre da una concezione del bene, e questo per un duplice motivo, in quanto presuppongono sia una concezione del bene per l’uomo che una concezione della comunità e del suo ruolo nel realizzare il bene dell’uomo (ibid., pp. 291-292). Come egli stesso scrive: ?I differenti principî di giustizia distributiva sono collegati a concezioni del bene umano e, in particolare, a differenti concezioni del grado di dipendenza degli uomini dalla società per realizzare il bene. Pertanto, i profondi disaccordi sulla giustizia possono essere chiariti solo se vengono formulate e confrontate le sottese concezioni dell’uomo e della società” (ibid., p. 291).
MacIntyre, infine, ha difeso la tesi che non ci può essere una giustificazione neutrale dei principî di giustizia, poiché ogni concezione della giustizia è situata in una specifica tradizione e deriva necessariamente dalla sua particolare concezione del bene.

Secondo MacIntyre l’ideale illuministico di trovare un punto di vista neutrale, distaccato e possibilmente universale, dal quale poter giudicare le differenti concezioni del bene e derivare dei principî di giustizia universalmente validi, si è rivelato illusorio, poiché non esiste un punto di vista che esuli da – o possa sottrarsi a – una tradizione e un contesto morale specifici. In questo senso il bene è sempre prioritario rispetto al giusto, e la questione principale per MacIntyre è se la concezione del bene che caratterizza la tradizione liberale sia razionalmente superiore a quella espressa da altre tradizioni (per esempio, quella aristotelica o neotomista da lui stesso difesa). MacIntyre è convinto che la tradizione liberale non sia in grado di dimostrare la sua superiorità nei confronti di altre tradizioni, e che essa vada rigettata a favore di tradizioni premoderne e preliberali (v. MacIntyre, 1981, 1987, 1988 e 1990).