La natura del fascismo

Per comprendere la natura del fascismo e il motivo della sua affermazione è necessario cercare di stabilire i vari aspetti della crisi italiana del dopoguerra e soprattutto in che misura essi influirono nel determinare quella situazione grazie alla quale in meno di quattro anni il fascismo pervenne al potere.

Sul piano economico il dopoguerra fu caratterizzato da una grave crisi determinata soprattutto dalla dura prova che l’economia italiana aveva dovuto affrontare durante la guerra, dalle trasformazioni (non di rado patologiche) che essa aveva subito in quegli stessi anni e dalle difficoltà – in parte comuni anche agli altri paesi – alle quali doveva ora far fronte: ridotta produzione agricola, che aveva ripercussioni immediate e assai pesanti sulla bilancia commerciale e che, quando la tendenza si capovolse, si trasformò in una crisi di sovraproduzione che portò ad una crisi dei prezzi agricoli e, per riflesso, anche di quelli industriali; forti immobilizzi in industrie (e sempre maggior fusione tra interessi industriali e bancari) i cui impianti erano spesso invecchiati e la cui riconversione esigeva grandi capitali; capacità produttiva superiore alla domanda interna e difficilmente orientabile verso l’estero; perdurare di un sistema di vincoli e regolamentazioni statali che rendeva la gestione economica macchinosa e poco produttiva; basso rendimento della mano d’opera; vastissima disoccupazione. Da qui un periodo di gravi difficoltà economiche che ebbe rovinose conseguenze specialmente per alcuni grandi complessi industriali e per alcune grandi banche e a cui, soprattutto, corrispose un periodo di eccezionale mobilitazione primaria che si tradusse in un enorme rafforzamento dell’organizzazione di classe contadina e proletaria e in un altrettanto enorme sviluppo della lotta di classe, che si manifestò – specie nel 1919-1920 – con un gran numero di agitazioni (anche violente), scioperi, occupazioni di terre e di fabbriche, ecc. e si concretizzò in un forte aumento dei salari reali (specie operai) che dall’indice 100 del 1913 salirono nel 1921 a 127 (limite non più raggiunto sino al 1949). E ciò mentre gli stipendi crescevano molto più lentamente e i redditi fissi subivano una flessione assai grave.

Sul piano sociale questa eccezionale mobilitazione pri- maria fu caratterizzata da una fortissima politicizzazione e domanda di partecipazione e di direzione politica a tutti i livelli della vita del paese da parte dei settori della popolazione fino allora quasi marginali o del tutto esclusi, delle quali beneficiarono (grazie anche alla introduzione al posto del sistema elettorale uninominale di quello proporzionale, che riduceva il peso dei notabili tradizionali e favoriva i partiti di massa) soprattutto i partiti fuori del sistema politico tradizionale, che si presentavano rispetto ad esso o completamente eversivi (socialisti e comunisti) o duramente critici e rinnovatori (popolari) ed erano espressione di valori e tradizioni che nulla avevano in comune con quelli di estrazione risorgimentale ai quali si rifaceva la classe dirigente. Un fatto altrettanto importante e che spesso viene invece dimenticato o frainteso (quando lo si riduce a mera manifestazione di settori ‘discendenti’ in crisi di proletarizzazione e di ‘spostati’) fu poi costituito dal contemporaneo verificarsi di un analogo fenomeno di mobilitazione secondaria. Anche alla sua radice era una forte domanda di partecipazione e di direzione politica, solo che a manifestarla non erano le masse popolari sino allora marginali o del tutto escluse, ma settori non trascurabili già integrati della media e soprattutto della piccola borghesia (specialmente di recente formazione e in fase emergente) che si sentivano minacciati (e al tempo stesso respinti) dalla crescita dei ceti ad essi inferiori e, ancor più, che erano insoddisfatti sia per lo scarsissimo peso politico che veniva loro lasciato dalla classe politica tradizionale e dai suoi meccanismi di allargamento quasi esclusivamente per cooptazione, sia per l’incapacità che questa aveva dimostrato durante la guerra e ancor più dimostrava ora a tutelare il loro status materiale e morale di fronte all’ascesa delle masse popolari, sia per la sempre più evidente tendenza della classe politica e delle forze tradizionali che essa rappresentava a scaricare su di loro buona parte del prezzo che erano costrette a pagare alle masse popolari. In questa situazione, la caratteristica più immediata della crisi sociale del dopoguerra fu un moltiplicarsi e un accentuarsi delle sfasature tra lo Stato e le sue istituzioni da un lato e la sensibilità popolare e l’opinione pubblica da un altro lato e un estendersi di esse anche ai rapporti tra lo Stato e le sue istituzioni, specialmente quelle più periferiche e di recente creazione.

Sul piano morale e culturale, la crisi del dopoguerra è bene indicata, per un verso, dalla sempre più diffusa reazione al positivismo e, per un altro verso, dalla fortuna che incontrarono le tendenze scettico-relativistiche, irrazionalistiche, attivistiche, elitistiche, ecc. Due fenomeni sono però anche più importanti e significativi: la forte ideologizzazione delle masse e, quindi, della lotta sociale e politica, sino ad arrivare a forme di vera e propria mitizzazione delle soluzioni prospettate (tipiche quella della Rivoluzione bolscevica e, su tutt’altra sponda, quella della Nazione) e l’entrata in crisi dei modelli culturali tradizionali e, quindi, della loro autorità. Da qui una diffusa contestazione non solo dei valori tradizionali, ma anche e soprattutto dell’assetto sociale che essi rappresentavano, che – sia pure in forme diverse e contrastanti – accomunava la protesta ‘bolscevica’ a quella di vasti settori della media e soprattutto piccola borghesia. E per questi ultimi è da notare il loro progressivo radicalizzarsi via via che fallivano o si mostravano intrinsecamente inadeguati i tentativi di dar vita a nuove soluzioni alternative ma non eversive rispetto al sistema (quale quella combattentistica e, in definitiva, quella popolare). Contemporaneamente aumentavano la sfiducia e lo scetticismo nell’efficacia e nella funzionalità della democrazia parlamentare, sotto il profilo sia della sua capacità di far fronte alle necessità politiche di un esecutivo efficiente sia di realizzare un effettivo rinnovamento sociale, e con essi la propensione verso soluzioni di tipo autoritario (i cui modelli ideologici e psicologici non erano rintracciati solo a ‘destra’, ma, spesso, nel pensiero e nell’azione più squisitamente democratici del rivoluzionarismo giacobino).

Sul piano politico, infine, la sintesi di tutte queste crisi, aggiungendosi e operando da moltiplicatore di quella già da tempo latente che si usava riassumere nella scissione tra ‘paese reale’ e ‘paese legale’, acquistò dimensioni via via più drammatiche e che si possono ricondurre attorno a tre poli: 1) a livello parlamentare, un ‘anarchico regime d’assemblea’ incapace di esercitare il potere e di esprimere sia effettive maggioranze sia opposizioni coeretiti al sistema e capaci di costituire un’alternativa; 2) a livello governativo, una serie di ministeri senza prestigio e senza capacità di effettiva iniziativa legislativa e, al tempo stesso, di far rispettare ed eseguire dai loro stessi organi periferici le proprie disposizioni e di dar loro la certezza di non essere lasciati scoperti o addirittura puniti per averle eseguite; 3) a livello del sistema, una instabilità cronica, forse più soggettiva che oggettiva, dato che in effetti le forze dichiaratamente antisistema erano messe fuori giuoco dalla diversità degli interessi che rappresentavano e dalla loro stessa ‘incapacità di trovare una conciliazione di essi che non fosse quella di un massimalismo tanto minaccioso ed esaltante nella forma quanto vuoto e autoritario nella sostanza (il che spiega perché, quando entrò in crisi, lo scoraggiamento e le tendenze centrifughe furono cosi forti) e dato che il sistema in realtà – nonostante la sua indubbia crisi – era ancora sufficientemente robusto, poteva fare affidamento su alcune istituzioni più tradizionali e omogenee (come le forze armate e la magistratura) e potenzialmente aveva la possibilità di autorinnovarsi attraverso la propria democratizzazione e un allargamento della partecipazione ai settori più moderati delle masse sino allora marginali o escluse è insufficientemente integrate.

In questo contesto soltanto è possibile comprendere veramente le origini del fascismo e la sua affermazione. Sorti a Milano il 23 marzo 1919 su una base (e un gruppo dirigente) che si riconnetteva sostanzialmente ad alcune prospettive minoritarie del sovversivismo irregolare prebellico, quali erano maturate tra la crisi determinata dal fallimento della ‘settimana rossa’ e la sua proiezione ‘nell’interventismo rivoluzionario’, i Fasci di Combattimento rimasero sino alla fine del 1920 e ai primi del 1921 un fenomeno quantitativamente e politicamente irrilevante, partecipe di tutta una serie di caratteri ambigui e contraddittori, di ‘destra’ e di ‘sinistra’, non diverso in ultima analisi da altri espressi in quel medesimo tempo dal malessere e dal confuso rivoluzionarismo della ex sinistra interventista e di certo ex combattentismo (con la differenza, rispetto a questi, di avere a capo un politico abile e spregiudicato come Mussolini).

A cavallo del 1920-1921 il fascismo prese però improvvisamente quota quantitativamente e politicamente e, pur dovendo fare i conti con la gravissima crisi interna determinata dal ‘patto di pacificazione’, in due anni pervenne al potere. Sino allora il fascismo era stato un fenomeno non solo irrilevante, ma squisitamente urbano. In contrasto con questa sua fisionomia, il decollo lo ebbe nelle grandi zone agricole, nella pianura padana, in Toscana e in Puglia. Il successo nei centri urbani non immediatamente determinati economicamente e socialmente dal contado agricolo venne successivamente, così come l’espansione (del resto limitata) fuori dalle regioni suddette.

Per comprendere questa dinamica bisogna considerare vari fattori, in parte concomitanti, in parte determinatisi in successione di tempo. Innanzitutto il clima politico-sociale del momento. Storici e sociologi sono oggi pressoché concordi nell’affermare che alla fine del 1920 la tensione e la mobilitazione delle masse popolari e con esse la combattività e la capacità egemonica dei ‘bolscevichi’ cominciavano a scemare, sicché – aggiungono i secondi – lo scatenarsi del fascismo avrebbe in pratica interrotto un processo di integrazione analogo a quello che si ebbe in altri paesi. In questa prospettiva la reazione fascista, oltre che ‘inutile’ e ‘dannosa’, sarebbe stata in pratica nulla più che una sorta di ‘vendetta’ contro coloro che per due anni avevano fatto vivere la borghesia italiana nell’incubo della rivoluzione, l’avevano vilipesa e ferita moralmente e materialmente. Che nello squadrismo ci sia stato anche questo stato d’animo è fuori dubbio; è però difficile affermare che esso ne sia stata la molla. Alla fine del 1920 il declino del ‘bolscevismo’ era assai meno percepibile di quanto non lo sia oggi per noi. Il fallimento dell’occupazione delle fabbriche, a parte la paura suscitata, non faceva pensare che la prova di forza non potesse essere ritentata. Quanto alla demobilitazione delle masse, essa era appena agli inizi e fenomeni come quello degli Arditi del popolo facevano sì che quasi non fosse avvertita. Il nodo decisivo della questione è per noi un altro. La molla del fascismo, a livello della lotta di classe, non fu tanto la paura di una rivoluzione ‘bolscevica’, quanto il fatto che la classe lavoratrice, le sue organizzazioni sindacali ed economiche, i suoi partiti erano pur sempre in grado di sconvolgere quelle che, a torto o a ragione, erano considerate le regole economiche del mercato e di imporre limitazioni del diritto di proprietà e della libertà di contratto ritenute non solo illegittime ma insostenibili.

Né il discorso può essere limitato a livello della lotta di classe pura e semplice. Se lo squadrismo poté operare ed estendersi ciò non fu dovuto infatti solo all’essersi fatto difensore degli interessi economici lesi dal movimento dei lavoratori e, specie nelle zone agricole, di essersi messo addirittura al soldo di tali interessi. Oltre agli interessi materiali, per due anni erano stati lesi anche molti interessi e valori morali, che invano si era sperato fossero tutelati dallo Stato. Il primo entroterra (il secondo e più vasto sarebbe derivato dalla sempre più diffusa stanchezza e dal desiderio di ‘ordine’ e di ‘pace’ interni) al fascismo venne da coloro che – mettendo in primo piano questi interessi e valori – videro in esso una forza sostitutiva di quella dello Stato ‘assente’ e in grado di porre fine a questo tipo di violenze. Senza questo consenso, in parte pieno in parte critico (le botte fasciste ‘mal date’ ma ‘ben ricevute’), il fascismo sarebbe rimasto squadrismo, non avrebbe raccolto tante simpatie, connivenze, aiuti, avrebbe fatto meno proseliti, in una parola, non sarebbe diventato un fatto politico, sostanzialmente capace di non perdere la propria autonomia, di non ridursi a mera guardia bianca di determinati interessi materiali, che, in quanto tali, erano sentiti meno vivamente dai non diretti interessati e non di rado non erano indenni da critiche anche a livello borghese.

Un altro fattore da considerare è la particolare violenza che la lotta di classe aveva avuto nelle zone agricole nelle quali il fascismo si affermò rispetto a quella che si era svolta nei centri operai. Per un verso, resa più dura dai danni maggiori che produceva e dalle minori riserve dei proprietari, da certe sue forme iugulatorie e dalle difficoltà dell’agricoltura, essa toccava, coinvolgeva una parte molto maggiore della popolazione che non nei centri industriali, specie laddove il ferreo sistema delle leghe era riuscito a monopolizzare o a condizionare gran parte delle attività direttamente o indirettamente collegate con l’agricoltura, e una sua attenuazione avrebbe significato poco se non si fosse accompagnata ad una eliminazione di alcune delle conquiste non immediatamente economiche ottenute dai lavoratori e ad un allentamento del sistema leghistico. Per un altro verso, essa, dati i suoi caratteri particolari, aveva coinvolto le varie componenti della società agraria in misure e forme diverse, che possono essere così riassunte: mentre i proprietari, i datori di lavoro avevano subito pressoché tutti un danno comune, tra i lavoratori i benefici (specie dove le leghe erano più forti) erano stati invece diversi a seconda delle categorie e ciò, almeno potenzialmente, costituiva un elemento di forza per gli uni e di debolezza per gli altri, in quanto, all’occasione, poteva sprigionare (come sprigionò sotto i colpi dello squadrismo) una serie di tendenze centrifughe.

Questa diversità spiega perché il fascismo decollò in campagna e non in città, perché ebbe l’unanime appoggio e il sostegno economico degli agrari e della borghesia legata all’agricoltura, mentre il mondo industriale (non solo più moderno e politicamente più lungimirante di quello agrario, ma meno profondamente ferito dallo scontro di classe del ‘biennio rosso’, economicamente e giuridicamente più in grado di riprendere l’espansione e con molte minori possibilità di puntare alla divisione del fronte di classe) fu verso di esso assai più cauto, sicché i casi di collegamento organico furono relativamente scarsi, limitati assai spesso alle industrie (soprattutto minori) in gravi difficoltà economiche, e, ciò che più conta, la dirigenza industriale sino alla ‘marcia su Roma’ non puntò mai sulla carta di un governo fascista e anche dopo non ne sposò completamente la politica.

L’ultimo importante fattore da considerare è quello della composizione dei Fasci, quale venne a delinearsi con il 1920-1921. Ingrossando le fila, il fascismo si aperse indubbiamente un po’ a tutti i ceti sociali, non escluso un certo numero di operai e, ancor più, di lavoratori dei campi (anche se proporzionalmente questi erano in minoranza e se, in parte, erano reclutati nelle zone dove lo squadrismo aveva vinto e dove i passaggi al fascismo un po’ erano sinceri, un po’ strumentali); il suo nerbo, sia quantitativamente sia in particolare per quel che concerneva i quadri e gli elementi più attivi politicamente e militarmente, si caratterizzò però subito chiaramente in senso piccolo borghese, dando a tutto il movimento e al successivo partito il carattere di un fenomeno che aveva degli aspetti di classe (il che spiega la sua scarsa penetrazione nelle regioni più tradizionali, nelle quali la piccola borghesia non era di tipo moderno e, quindi, era più integrata). Un carattere, questo, che il PNF avrebbe conservato a lungo (almeno sino all’epurazione turatiana della seconda metà degli anni venti) e che gli diede la possibilità, per un verso, di costituire il più importante punto di riferimento e di attrazione per quei settori della piccola borghesia che – come si è detto – aspiravano ad una propria maggior partecipazione e direzione della vita sociale e politica nazionale, non riconoscevano più alla classe dirigente tradizionale e a quella politica in specie né la capacità né la legittimità di governare e, sia pur confusamente, contestavano anche l’assetto sociale che essa rappresentava e, per un altro verso, di salvare la propria autonomia politica rispetto alle altre forze politiche con le quali venne a contatto, anche quando, sgombrato il campo dal ‘bolscevismo’, queste avrebbero voluto cooptarlo nel sistema e stemperarlo progressivamente in esso sino a ridurlo ad una sua componente, non diversa sostanzialmente da tante altre.

Oltre che per la sua caratterizzazione sociale, il fascismo non si esaurì nello squadrismo anche per l’abilità e il tempismo politici di Mussolini. Nell’estate del 1922, dopo il fallimento dello ‘sciopero legalitario’, a livello sociale il fascismo aveva vinto. A livello parlamentare la sua forza era però irrilevante e molti sintomi lasciavano prevedere che il suo consenso politico più che ad allargarsi avrebbe teso a restringersi, dato che – nel clima sempre più accentuato di generale demobilitazione e di stanchezza che caratterizzava il momento – l’irrequietezza e le violenze della sua base rischiavano di farne agli occhi della borghesia il vero perturbatore della pace sociale e, quindi, di favorire una collaborazione di tipo tradizionale tra i partiti liberaldemocratici, il partito popolare e le forze riformiste, ormai in procinto di staccarsi dai massimalisti. E ciò proprio nel momento in cui il fascismo aveva il problema di dare concreta soddisfazione alle masse che erano affluite nelle sue file, per evitare che, deluse, si allontanassero da esso, ma era ancora guardato dalla maggioranza della classe dirigente tradizionale come un elemento importante del quadro politico e sociale, contro il quale non era possibile governare. Un elemento che, volenti o nolenti, era opportuno integrare nel sistema, per rinsanguare questo e, al tempo stesso, costituzionalizzare quello, privandolo così della sua carica antisistema. Integrare nel sistema, si badi bene, non cedergli il potere e neppure dargli un peso troppo rilevante nel governo.

Questa nel 1922 fu la logica e la prospettiva di tutte le operazioni politiche che in quei mesi vennero imbastite: un governo Giolitti o Salandra o Orlando o Facta o persino Nitti con la partecipazione dei fascisti, non un governo Mussolini. E questa fu anche la prospettiva lungo la quale si mossero le grandi forze economiche. L’abilità di Mussolini fu duplice: capire che ‘in quel momento’ egli poteva ancora: 1) giocare sulla componente eversiva e sull’entusiasmo per i successi sin lì conseguiti dal fascismo per una ‘dimostrazione di forza’ che, se fosse veramente arrivata agli estremi, si sarebbe certamente conclusa in un clamoroso insuccesso, ma che, se mantenuta nei limiti di una minaccia, avrebbe fatto precipitare la situazione a suo vantaggio; 2) mettere le varie componenti della classe politica le une contro le altre e far leva sulle non ancora completamente sopite paure di una ripresa della guerra civile dalla quale sarebbero potute uscire rivitalizzate le sinistre e indebolito il sistema. Da qui la ‘marcia su Roma’, un bluff sul piano militare, un successo sul piano politico, poiché persino di fronte ad essa larga parte della classe dirigente e in primo luogo il sovrano (che, dopo l’esperienza fiumana, doveva temere più di ogni altra cosa di mettere a repentaglio l’unità dell’esercito) continuarono a non capire la vera natura del fascismo e ad illudersi che, una volta arrivato al potere – sia pure in prima persona – esso si sarebbe alla fine costituzionalizzato.

Oggi questa incomprensione e questa illusione possono apparire assurde. Obiettivamente, bisogna però constatare che allora pochissimi si sottrassero a questo duplice atteggiamento (e non solo a livello della classe dirigente tradizionale) e domandarsi, quindi, quale fu il vero fondamento di esso. Se – come riconobbe Togliatti nel 1935 nelle sue Lezioni sul fascismo (p. 20) – ‟è un grave errore il credere che il fascismo sia partito dal 1920, oppure dalla marcia su Roma, con un piano prestabilito, fissato in precedenza, di regime di dittatura, quale questo regime si è poi organizzato”, è logico domandarsi se i destini del fascismo e dell’Italia più che il 28 ottobre 1922 non furono decisi successivamente, nello scontro tra la componente potenzialmente costituzionalizzabile del fascismo e quella più legata ad una prospettiva eversivo-piccolo borghese. È evidente, infatti, che in questo caso l’atteggiamento della classe dirigente del 1922, se non diventa scusabile, appare però più comprensibile.