Il regime fascista italiano

Il ventennio fascista fu un fatto unitario e rispose ad una logica precisa. In esso si debbono però distinguere almeno quattro fasi successive che è necessario individuare nei loro aspetti caratteristici se si vuole, appunto, coglierne la logica complessiva e non ridursi ad una interpretazione che – identificando praticamente la conclusione con la premessa – finisce per rendere impossibile la comprensione dei suoi nessi con la realtà italiana e delle sue particolarità rispetto agli altri fascismi. Queste quattro fasi corrispondono ai periodi 1922-1925, 1925-1929, 1929-1936 e 1936-1943.

La prima fase, dalla ‘marcia su Roma’ al discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, vide la stabilizzazione del potere fascista e fu caratterizzata dal costituirsi di un determinato tipo di rapporti tra il fascismo e la classe dirigente e le istituzioni tradizionali: lo stesso che, sostanzialmente, diede al successivo regime i suoi caratteri peculiari, anche se, allora come poi, nessuna delle componenti del regime li considerò definitivi.

L’andata al potere di Mussolini nell’ottobre 1922 fu il frutto di un compromesso tra fascismo e classe dirigente tradizionale: da qui, tra l’altro, il carattere di coalizione che sino al 1925 ebbe il governo Mussolini e, soprattutto, la cura gelosa che la seconda (attraverso la corona) mise nell’impedire al fascismo di mettere le mani sulle istituzioni più solide e che essa considerava necessarie a controbilanciare il potere politico che il fascismo si era assicurato (soprattutto le forze armate). Questo compromesso fu ribadito e rafforzato ai primi del 1925, quando gran parte della classe dirigente tradizionale preferì (dopo la crisi determinata dal delitto Matteotti) continuare a sostenere Mussolini pur di evitare il pericolo di un ‘salto nel buio’ e di una prova di forza da essa ritenuta troppo rischiosa e tale da provocare una serie di imprevedibili reazioni a catena. Per la classe dirigente tradizionale, via via sempre più identificabile con i cosiddetti ‘fiancheggiatori’, sia esterni sia interni, del fascismo, questo praticamente avrebbe dovuto innovare ben poco nel sistema: doveva soprattutto rafforzarlo e ridinamizzarlo, non sovvertirlo. Per i più la soluzione ideale sarebbe stata quella che il fascismo – in cambio di un allargamento della base del sistema e dell’inserimento della sua élite a livello dirigente – attuasse un rafforzamento dell’esecutivo e un depotenziamento delle forme di democrazia realizzate negli ultimi anni (in altri termini una specie di attuazione ammodernata del sonniniano ‟ritorno allo Statuto”).

Questa prospettiva era però inaccettabile per il fascismo, almeno per la gran parte del vecchio fascismo (quello che era affluito nei Fasci prima dell’andata al potere), che non solo aspirava ad una partecipazione più ampia, ma si poneva, rispetto alla classe dirigente tradizionale e soprattutto a quella politica, in posizione alternativa e anche socialmente contestava molti aspetti del sistema di cui, a modo suo, avrebbe voluto una democratizzazione a proprio vantaggio. Da qui, per tutta questa prima fase, una sorda contrapposizione tra ‘intransigenti’ (che volevano la ‘seconda ondata’) e ‘fiancheggiatori’ (che volevano la ‘normalizzazione’), che creò molte difficoltà a Mussolini, rese difficile la realizzazione dei suoi propositi di un progressivo svuotamento dei vecchi centri di potere e dei partiti tradizionali borghesi e del partito popolare (e, possibilmente, del socialismo riformista) e di un parallelo travaso di essi nel partito fascista, gli alienò la fiducia e le simpatie di buona parte della classe dirigente tradizionale, ma finì per salvarlo politicamente, dato che in occasione della crisi Matteotti il vecchio intransigentismo fu la sola forza reale che gli rimase fedele e – rendendo così difficile e pericoloso per le forze liberal-democratiche assumerne la successione – indusse gran parte della classe dirigente tradizionale a preferire di continuare sulla strada del compromesso realizzato due anni prima. Tra il ‘salto nel buio’, che in una misura o in un’altra avrebbe inevitabilmente compromesso le loro posizioni morali, politiche ed economiche, e Mussolini, i ‘fiancheggiatori’ – preoccupati soprattutto di salvaguardare queste loro posizioni e, quindi, le strutture portanti del sistema tradizionale del quale erano espressione e che ormai non erano più in grado di difendere da soli contro l’attacco che veniva loro mosso dagli altri settori della società italiana – scelsero Mussolini, cercando di ripetere su un altro piano l’operazione che era loro fallita tra la ‘marcia su Roma’ e il delitto Matteotti: allora avevano cercato di rivitalizzarsi con un fascismo che invano avevano sperato di costituzionalizzare e di assorbire nel sistema; ora cercarono almeno di salvare le strutture essenziali di questo sistema, sperando di fagocitare in esso Mussolini e una parte del fascismo, in cambio della rinuncia alla gestione immediatamente politica del potere.

Da qui prese le mosse la seconda fase, che andò dal discorso di Mussolini del 3 gennaio alla Conciliazione e al ‘plebiscito’ del 1929, durante la quale il regime fascista venne progressivamente prendendo corpo a tutti i livelli. Momenti essenziali della costruzione del regime furono lo scioglimento di tutti i partiti e organizzazioni non fascisti, le ‘leggi eccezionali’, la ‘costituzionalizzazione’ del Gran Consiglio del Fascismo, l’introduzione del sistema elettorale a collegio unico nazionale e a lista unica, i provvedimenti in materia sindacale e, infine, la conclusione dei Trattati del Laterano con la S. Sede. Altrettanto essenziali furono però anche la liquidazione politica del partito fascista, lo ‘sbloccamento’ della Confederazione nazionale dei sindacati fascisti e la politica di ‘quota novanta’. Solo se si tiene conto di tutti questi elementi è infatti possibile capire veramente il carattere che in questi anni assunse il regime, la parte che in esso ebbero le sue varie componenti e la funzione di Mussolini.

Se si guarda ai caratteri più evidenti di questo nuovo assetto e alla conclusione dell’esperienza fascista nel 1943, si potrebbe concludere che se nella forma il fascismo fascistizzò i ‘fiancheggiatori’, nella sostanza questi riuscirono a derivoluzionarizzare il fascismo, a renderlo in buona parte un loro strumento e a farlo rientrare in larga misura nell’alveo della tradizione conservatrice. Nel ‘regime fascista’ che andò progressivamente prendendo forma la sostanza fu così il ‘regime’, che in effetti rimase – anche nelle ipocrisie e nei formalismi pseudocostituzionali – il vecchio regime tradizionale, sia pure in camicia nera e con tutta una serie di trasformazioni in senso autoritario (ma di un autoritarismo ancora sostanzialmente ‘classico’, nel quale gli innesti demagogico-sociali più tipicamente moderni non sarebbero stati per il momento sufficienti a caratterizzarlo come un vero totalitarismo); mentre il fascismo non fu in buona parte che la forma, una forma oppressiva, avvilente, spesso pesante anche per i ‘fiancheggiatori’, ma che solo tardi e sempre in misura relativamente modesta sarebbe riuscito ad incidere sulla sostanza. Sicché in pratica chi dal rinnovato e rafforzato compromesso (che avrebbe raggiunto la sua massima estensione con la Conciliazione e nella fase successiva) finì per trarre i maggiori vantaggi furono i ‘fiancheggiatori’, la vecchia classe dirigente e i ceti sociali che la esprimevano (entrati in massa nel partito fascista), mentre per il fascismo l’operazione si ridusse in gran parte alla gestione per la sua élite dell’equilibrio di una serie di interessi conservatori (quelli contro i quali all’inizio si era appuntata la rivolta piccolo-borghese del fascismo rivoluzionario). Una gestione, certo, dorata sotto tutti i punti di vista, ma estremamente precaria, sia per la spinta che veniva dal basso, dai ceti sociali esclusi dalla gestione del potere e condannati a pagare le spese della conservazione del vecchio sistema, sia per la difficoltà – subito chiara a tutti – di dare al fascismo una ragione e una sostanza di sopravvivenza al di là della vita fisica di Mussolini (l’unico uomo politico espresso dal fascismo in grado di giustificare e di gestire il compromesso e di assicurare, col suo prestigio personale, l’accettazione di esso da parte delle masse), sia – infine – per la instabilità dell’equilibrio stesso affidato alla gestione del fascismo.

In una società in transizione, quale – nonostante i ritardi e gli ostacoli frapposti dalle vecchie strutture e dai vecchi interessi – era pur sempre l’Italia, questo equilibrio non poteva non diventare via via sempre più difficile e non rivelare in sé contraddizioni e scontri di interessi sempre più difficili a sanarsi col sistema del compromesso o, addirittura, del mero rinvio; specie se fosse venuto meno il superficiale cemento che teneva insieme tutto il laborioso ma vieppiù debole edificio del ‘regime fascista’: il mito-abitudine del capo e la fiducia (alla quale contribuiva largamente l’ancora viva tradizione patriottica risorgimentale) nella capacità del ‘duce’ a conseguire la ‘grandezza’ dell’Italia. Sicché tutto l’equilibrio era destinato a rompersi alla prima crisi di questa ‘grandezza’ e a liberare tutte le forze centrifughe più o meno latenti, sopite o compresse. E ciò sarebbe avvenuto, appunto, il 25 luglio 1943, quando, di fronte alla sconfitta militare, il ‘regime fascista’ crollò d’un colpo e con esso il fascismo e se qualcosa sopravvisse furono, da un lato, con la Repubblica Sociale Italiana, il vecchio fascismo rivoluzionario e intransigente che si illuse di poter tornare alla ribalta riallacciandosi al programma sociale del 1919 e che cercò di vendicarsi dei suoi nemici ‘fiancheggiatori’ e, da un altro lato, buona parte del vecchio regime che, toltasi la camicia nera, cercò, e in parte riuscì, a scaricare le proprie pesanti responsabilità sul fascismo, presentandosi nelle vesti di una delle sue numerose vittime.

Una visione così superficiale e fattuale sarebbe però parziale. Alcuni elementi della realtà del regime già nella seconda fase e soprattutto il loro accentuarsi durante la terza (dal ‘plebiscito’ del 1929 alla conclusione della vicenda etiopica nell’estate 1936) dimostrano infatti che, nonostante tutto, il compromesso e gli equilibri su di esso stabilitisi andarono (specie con gli anni trenta) via via incrinandosi e squilibrandosi a favore del fascismo. Sino ad autorizzare una duplice ipotesi: 1) che, senza il fatto esterno e determinante della seconda guerra mondiale, il regime fascista non sarebbe crollato; 2) che la sua evoluzione sarebbe stata in senso populistico e che ciò avrebbe portato ad un lento esautoramento della vecchia classe dirigente a vantaggio della nuova élite fascista e ad un assetto sociale caratterizzato dalla prevalenza – pur nel quadro di un’economia privatistica – dell’iniziativa dello Stato su quella dei privati e, quindi, al formarsi di una nuova classe dirigente sempre meno simile alla precedente, anche se assai diversa da quella che il fascismo avrebbe voluto creare.

La liquidazione politica del PNF e la sua trasformazione (con la seconda metà degli anni venti) da un partito nel senso proprio del termine in una grande organizzazione di inquadramento, controllo e guida (direttamente o attraverso le altre organizzazioni ‘di categoria’ da esso dipendenti) delle masse fu dettata a Mussolini dalla necessità di farla finita con il vecchio fascismo e con la sua cronica irrequietezza e di dare soddisfazione ai ‘fiancheggiatori’ e a tutti coloro che volevano da lui soprattutto ordine e disciplina. Egli era mosso però anche da un’altra logica, quella di avere a propria disposizione uno strumento che gli permettesse di permeare dello Stato (a cui il PNF fu rigidamente sottoposto e trasformato in un canale di trasmissione a senso unico della sua politica e della sua concezione) tutta la società, di organizzare il consenso e di formare le nuove generazioni, sottraendole ad ogni altra influenza (in primo luogo quella della Chiesa).

Contrariamente ai regimi conservatori-autoritari (che hanno sempre teso a demobilitare le masse e ad escluderle dalla partecipazione attiva alla vita politica, offrendo loro dei valori e un modello sociale già sperimentati nel passato e ai quali viene attribuita la capacità di impedire gli inconvenienti e gli errori di qualche recente parentesi rivoluzionaria), per il fascismo (come per tutti i sistemi politici di massa moderni) il consenso e la partecipazione al regime non dovevano infatti essere passivi. Le masse dovevano sentirsi integrate nel regime e mobilitate, sia perché in ‘rapporto diretto’ col capo (tale perché capace di farsi interprete e traduttore in atto delle loro aspirazioni e, quindi, dotato di una carica di tipo chiaramente carismatico) sia perché psicologicamente partecipi di un processo ‘rivoluzionario’, da cui traevano il soddisfacimento di alcuni bisogni concreti e di alcune aspirazioni morali e soprattutto la ‘fede’ in un futuro migliore della comunità nazionale. Solo così esse potevano infatti sentirsi parte di una ‘comunità morale’, con propri ideali, propri modelli di comportamento, proprie gerarchie e il regime poteva diventare un ‘potere legittimo’, che non aveva più bisogno per affermare la propria autorità di far ricorso alla coercizione e che, ad ogni modo, in caso di necessità era legittimato a ricorrervi, poiché chi incorreva nei suoi rigori si era posto fuori della comunità morale. In questa prospettiva l’aspetto di massa della politica fascista (specie in riferimento alle nuove generazioni per le quali il fascismo era, per così dire, sempre più la ‘normalità’, dato che esse non conoscevano altri sistemi politici) e i suoi strumenti (scuola, organizzazioni ‘di categoria’, assistenziali e per il ‘tempo libero’, propaganda, partito) diventavano il fulcro del sistema fascista, la premessa perché esso potesse in prospettiva svincolarsi dalle pastoie del compromesso con la classe dirigente tradizionale e, intanto, potesse rendere il suo potere politico sempre più autonomo e via via prevalente rispetto a quello economico, sempre saldamente in mano ai ‘fiancheggiatori’. E soprattutto – dato che a livello del consenso di massa nella prima metà degli anni trenta il fascismo conseguì indubbiamente dei grossi successi, grazie sia a come fronteggiò la ‘grande crisi’ sia alla conclusione vittoriosa della guerra d’Etiopia – perché potesse affrontare quella che, sui tempi medi, sarebbe stata la sua prova più difficile e decisiva: la successione di Mussolini, superata la quale sul piano interno non vi sarebbero stati per esso più ostacoli per molto tempo.

Alla luce di quanto ora detto bisogna, a nostro avviso, vedere tutte le più importanti iniziative politiche fasciste del periodo 1929-1936 ed ancor più quelle degli anni successivi. A ben vedere, tutte, infatti, si ricollegano ai problemi dei quali abbiamo parlato, anche quando, apparentemente, sembrano tra loro in contraddizione.

Per il periodo 1929-1936 (ma anche per il successivo, dato che la crisi del 1938 non fu connessa solo all’adozione da parte del fascismo della politica razziale, ma anche e ancor prima al riprendere quota della Gioventù d’Azione Cattolica), è chiaro che la crisi del 1931 con la S. Sede per l’Azione Cattolica fu determinata dalla necessità per il fascismo di non farsi sfuggire il monopolio della formazione della gioventù e, in via subordinata, di ridimensionare in qualche misura le conseguenze politiche della Conciliazione, ora che questa, per un verso, aveva per esso perso di importanza (dato che gran parte dei cattolici erano stati ormai stabilmente integrati nel regime) e, per un altro verso, sembrava a Mussolini meno importante, dopo che gli avvenimenti spagnoli sfociati nella caduta della monarchia lo avevano convinto che in realtà l’appoggio della Chiesa non costituiva di per sé un fattore decisivo del consenso e che non si poteva fare in ogni modo affidamento sicuro su di essa. Allo stesso modo, la politica di ‘ruralizzazione’ avviata nel 1929 (inizialmente con ambizioni e propositi che, al limite, si potrebbero definire non molto lontani dall’avvio di un nuovo modello di sviluppo economico) appare chiaramente ispirata da due preoccupazioni: quella di stimolare il consenso del mondo contadino e della piccola borghesia e quella di frenare il potere economico della grande industria.

Né, pur tenendo in tutto il debito conto le necessità oggettive del difficilissimo momento economico e le numerose contropartite contemporaneamente date agli interessi del padronato, ci pare sia possibile non vedere nella sempre più esplicita politica di intervento statale nell’economia, avviata con la prima metà degli anni trenta, un’altra manifestazione di questa seconda preoccupazione. Per non dire, infine, della guerra d’Etiopia, il cui nesso con la politica del consenso è così evidente che non sarebbe il caso di insistervi se ciò non fosse indispensabile per chiarire la problematica di fondo della realtà fascista del terzo e del quarto periodo.

La chiave di questa problematica è costituita dal carattere e dai limiti del consenso di cui godette il fascismo. Anche se non mancarono ‘zone d’ombra’ e incrinature (che si andarono estendendo con la seconda metà degli anni trenta, in connessione con la politica sempre più pronazista attuata dal fascismo e con la progressiva totalitarizzazione del regime), il consenso fu sin quasi alla vigilia della catastrofe militare del 1942 assai vasto a tutti i livelli, anche a quello operaio e, ancor più, contadino, specie tra i giovani. Né la cosa può meravigliare se si considera l’atmosfera nella quale viveva il paese e il lento (ma non per questo inoperante sul piano del consenso) sviluppo sociale della società italiana in quegli anni; sviluppo sociale che si traduceva a sua volta nella formazione di una nuova classe politica e burocratica composta in buona parte da elementi di origine proletaria e piccolo borghese, la cui promozione sociale era avvenuta grazie al loro inserimento nelle organizzazioni del regime, in una maggiore integrazione nazionale e socializzazione delle masse e in una diffusa convinzione che i progressi conseguiti fossero da attribuirsi direttamente al fascismo. Detto questo, vanno però messi in luce anche altri tre aspetti caratteristici di questo consenso. Primo, che esso toccò il suo apice alla metà degli anni trenta, mentre nel periodo successivo in alcuni ambienti subì una flessione, in altri sfumò spesso in una sorta di rassegnata indifferenza e un po’ in tutti non riuscì più a crescere ulteriormente. Secondo, che sempre più nettamente la sua molla, il suo elemento caratterizzante e catalizzatore divennero la figura e l’opera del ‘duce’ (al cui prestigio molto giovavano tra le masse la sua origine popolare e il suo modo di fare sicuro, energico e soprattutto così diverso da quello dei ‘signori’), mentre persero di prestigio e di credibilità sia il regime sia il fascismo, sempre più spesso visti come qualche cosa di diverso, in negativo, da Mussolini. Terzo, che, dati la natura del regime, i rapporti di forza e gli equilibri tra le sue componenti e la situazione internazionale (resa sempre più dinamica e instabile dall’affermazione del nazionalsocialismo in Germania), era praticamente impossibile per il fascismo operare un rilancio e un ulteriore allargamento di esso sul terreno della politica interna. Da qui per Mussolini e per il fascismo la duplice necessità (che caratterizzò il terzo periodo e ancor più il quarto) di rendere progressivamente più totalitario il regime, in maniera da forzare al massimo il meccanismo del consenso (anche a costo di dover ricorrere alla coercizione verso quei settori della società che avrebbero risposto negativamente al giro di vite totalitario) e da bruciare i tempi del processo di fascistizzazione delle masse, e di ricorrere a questo scopo alla molla della politica estera, facendo di essa il fulcro di tutto e giocando su di essa il consenso morale e culturale dei ceti piccolo e medio borghesi e quello economico e sociale delle masse popolari. Solo così, infatti, il fascismo avrebbe potuto sopravvivere e vincere la sua partita con la classe dirigente tradizionale: se fosse potuto giungere al traguardo per lui decisivo del ‘dopo Mussolini’ con un consenso così vasto e con un ‘proprio’ carisma tali da compensare la scomparsa del capo carismatico, le possibilità della classe dirigente tradizionale di riuscire a riassumere nelle proprie mani il potere politico sarebbero state minime.

Ridurre la guerra d’Etiopia alla sola logica della politica del consenso è certamente eccessivo e unilaterale. Essa rispose infatti altrettanto certamente anche ad altre motivazioni e in specie alla particolare concezione che Mussolini si era fatta dei rapporti internazionali, del ruolo che in essi doveva avere l’Italia e dei mezzi con i quali esercitarlo. Ciò non toglie per altro che il nesso tra la politica del consenso e la guerra d’Etiopia sia chiarissimo. E lo stesso si può dire per la successiva politica estera fascista, anche se tra i due momenti – quello etiopico e quello successivo – vi fu una netta differenza, sia sotto il proffio della resa sia sotto quello della sostanza. La resa, sul piano del consenso, della guerra d’Etiopia fu per il fascismo eccezionalmente positiva: essa riuscì infatti ad attivizzare tutto il paese, facendo leva su una serie di motivazioni assai vasta e tale da coinvolgere tutte le sue componenti sociali. Minore e via via decrescente fu invece quella delle successive iniziative internazionali fasciste. Sia per i rischi sempre maggiori che vi venivano scorti, sia per la maggior difficoltà di dare loro una prospettiva economico-sociale, sia perché – nonostante la crisi dei rapporti con l’Inghilterra e. la Francia provocata dalla guerra d’Etiopia – le diffidenze e le ostilità verso la Germania e il nazismo erano troppo vive perché la politica estera fascista divenisse veramente popolare. Quanto poi alla sostanza, anch’essa fu molto diversa.

Nel 1935-1936 il dinamismo della politica italiana era stato – grazie alla congiuntura internazionale particolarmente favorevole alla strategia mussoliniana del ‘peso determinante’ – un fatto reale. Negli anni successivi, venuta meno questa congiuntura, esso fu tale quasi solo in apparenza. E, ciò che più conta, i margini di manovra della politica estera fascista si ridussero sempre più. Sicché Mussolini si venne a trovare sempre più legato alla Germania, anche se ciò non corrispondeva né ai suoi veri desideri né ai suoi interessi, sia di politica estera sia di politica interna, dato che – come si è detto – a questo secondo livello i sempre più stretti legami con Hitler e il pericolo di un conflitto intereuropeo indebolivano piuttosto che accrescere il consenso popolare verso il regime; mentre al primo la presenza sempre più decisiva della Germania nazionalsocialista sulla scena europea dava inevitabilmente alla politica internazionale una carica ideologica che sino allora non aveva avuto (o che non aveva avuto un peso decisivo) e a cui la politica estera fascista non poteva sottrarsi, dato che (tralasciamo altri motivi secondari) il fascismo doveva – come si è pure detto – ricorrere per sopravvivere alla totalitarizzazione del proprio potere e ciò comportava necessariamente una sempre maggiore ideologizzazione del fascismo stesso che, a sua volta, lo portava ad identificarsi vieppiù con il nazismo e a perdere quindi la propria posizione speciale tra i due blocchi contrapposti. Quanto abbiamo detto spiega le incertezze di Mussolini nel 1939-1940, quando Hitler diede inizio alla seconda guerra mondiale, la ‘non belligeranza’ e, alla fine, la decisione dell’intervento (e, se si vuole, anche la formula della ‘guerra parallela’ che egli cercò di realizzare in un primo tempo), solo quando sembrò che la Germania avesse ormai praticamente vinto e sorse in lui il timore di venire escluso dalla risistemazione politico-territoriale postbellica, di perdere quindi qualsiasi ruolo e credibilità internazionali e di rimanere esposto al risentimento di Hitler per il mancato rispetto dell’alleanza senza nessuna possibilità di poterne fronteggiare la potenza politica e militare.

E ancora più in generale, quanto abbiamo detto a proposito del terzo e soprattutto del quarto periodo del fascismo, ci pare dimostri che (come per tutti i moderni sistemi totalitari di destra e di sinistra) l’elemento determinante delle scelte di fondo del fascismo non scaturiva tanto dal rapporto fra economia e politica e tanto meno dalla preminenza della prima sulla seconda (come nei sistemi democratici) ma – come giustamente ha messo in rilievo F. Neumann – dalla pura politica o, almeno, dalla preminenza delle ragioni di questa su quelle dell’economia. E, egualmente, che la molla della politica estera del fascismo (apparentemente l’elemento caratterizzante della politica fascista via via che gli anni passavano) non era determinata tanto dalla logica dell’espansionismo quanto da quella della sua sopravvivenza come realtà politica.