La Repubblica Sociale Italiana

Sotto il profilo storico-politico è difficile porre la R.S.I. in un netto rapporto tanto di continuità quanto di frattura rispetto al precedente fascismo. E ciò specie se si tengono presenti, oltre alle sue vicende particolari, due circostanze che indubbiamente ne condizionarono in modo decisivo l’esistenza e il suo stesso significato: quella di essere nata e vissuta sino alla fine in una sostanziale mancanza di autonomia rispetto ai Tedeschi (che la considerarono un loro strumento volto ad alleggerire le loro forze armate da alcuni oneri in Italia e, come tale, in effetti qualche cosa di contingente), da cui la pressoché totale irrilevanza pratica e la mancanza di effettivo valore rispetto al suo futuro – anche nel caso di una vittoria tedesca della guerra – di tutte le sue iniziative non immediatamente militari (e cioè antipartigiane); e quella che le derivava dalla particolarissima posizione che in essa aveva Mussolini. Se si pensa al ruolo decisivo che il ‘duce’ aveva avuto nel fascismo sino al 25 luglio 1943 e a quello assai ridotto che ebbe (e in buona parte volontariamente) nella R.S.I., è impossibile non convenire infatti che se al fascismo repubblicano, per un verso, mancò quasi completamente il capo, politico e carismatico, che era stato così determinante per il fascismo del ventennio, per un altro verso, la presenza, in buona parte nominale, alla sua testa di Mussolini finì per costituire per esso un elemento di ambiguità e in definitiva di ulteriore mancanza di chiarezza e di prospettiva politiche. Infatti tale presenza rendeva ancora più difficile un vero bilancio del passato e un chiaro confronto tra le varie posizioni in presenza e, al tempo stesso, condizionava tuttora l’evoluzione del fascismo con una serie di iniziative che assai spesso trovavano la loro origine profonda più nel dramma psicologico personale di Mussolini che in una coerente e fredda scelta politica.

Premesso ciò, è forse più utile cercare di individuare cosa del fascismo repubblicano si possa riportare al denominatore della continuità e cosa invece costituisca un elemento sostanzialmente nuovo rispetto al fascismo del ventennio. Un elemento di continuità fu certamente costituito da un certo tipo di nazionalismo, cbe in molti fascisti repubblicani – soprattutto più giovani – ebbe però un carattere particolare, poiché, in genere, assunse caratteri elementari e coloriture romantico-cavalleresche (il richiamo all’onore nazionale, alla fedeltà ai patti, al cameratismo con i compagni d’arme tedeschi, alla coerenza per la coerenza, ecc.) e si nutriva di una serie di motivazioni tipiche del nazionalismo italiano e soprattutto di quello fascista, quale era venuto prendendo corpo con la guerra d’Etiopia e successivamente ad essa: da qui la sua carica essenzialmente antinglese, alla quale quasi sempre si univa un’altrettanto forte carica antiamericana e assai di rado, invece, antirussa.

Per capire queste ultime due varianti bisogna rifarsi ad altri elementi di continuità e in particolare a tre, due molto vivi e uno secondario ma non sottovalutabile. Il primo è quello dell’antidemocrazia, tipico del fascismo in tutte le sue manifestazioni e in tutti i suoi periodi, sicché è inutile dilungarci su di esso. Il secondo (quello secondario) è quello che potremmo chiamare il mito dei ‘popoli giovani’, per il quale ‘vecchi’ erano l’Inghilterra e per estensione anche gli Stati Uniti, mentre ‘giovane’ era la Russia. Il terzo – e più importante – infine è quello costituito dal vecchio rivoluzionarismo tipicamente piccolo borghese del primo fascismo. All’origine tanto antiproletario quanto anticapitalistico, questo rivoluzionarismo si era visto negli anni del regime, da un lato esaltato sul piano ideologico attraverso la presentazione del corporativismo come terza via tra capitalismo e comunismo e interpretato sul piano pratico dal fascismo-governo attraverso la sua politica di intervento nell’economia, ma, da un altro lato, sacrificato politicamente da Mussolini ai ‘fiancheggiatori’ e assai spesso addirittura estromesso o emarginato. Il 25 luglio era stato pertanto per esso un dramma ma anche una vittoria morale, nel senso che lo aveva confermato nella sua convinzione che i veri nemici del fascismo, quelli che avevano prima ingannato e strumentalizzato e poi tradito Mussolini, erano i fiancheggiatori: la monarchia, i capi militari, la vecchia classe dirigente, i capitalisti; mentre le masse popolari avevano mostrato nel complesso una maggiore tendenza ad integrarsi nella nazione e nel fascismo. Da qui il loro ritorno alla ribalta politica con la R.S.I., il loro riallacciarsi al programma fascista del 1919, la loro volontà di vendetta sui ‘fiancheggiatori’ di tutte le specie. Da qui, ancora, per tornare al discorso sul nazionalismo, il loro guardare, in genere, all’URSS in maniera diversa che alle due grandi potenze anglosassoni; sia perché socialmente più vicina al ‘fascismo rivoluzionario’ delle ‘demoplutocrazie’, sia perché, al fondo, considerata una sorta di loro futura vendicatrice postuma su di esse, nata per di più dallo stesso travaglio ‘rinnovatore’ da cui era nato il fascismo e in contrapposizione alla soluzione parlamentaristica liberal-democratica. Un travaglio al quale, oltre tutto, lo stesso Mussolini mostrava di volersi ricollegare e nel nome del quale la R.S.I. raccoglieva anche adesioni di ex sovversivi e di ex antifascisti che, in quel momento, assumevano un carattere tutto particolare.

Questi, a nostro avviso, i quattro elementi più significativi di continuità, ma, al tempo stesso, di una continuità che, specie nei più giovani, si presentava con alcuni innesti di novità non insignificanti, almeno sotto il profilo ideologico-politico.

Lo stesso discorso ci pare si debba fare per quegli elementi che, rispetto alla tradizione italiana del ventennio, rappresentano invece una novità, frutto della frattura determinata dalla sconfitta militare del regime e dalla consapevolezza che, anche nella eventualità sempre meno credibile di una vittoria tedesca, il fascismo così come era stato concepito e idealizzato nel ventennio era comunque sconfitto. A parte ogni altra considerazione, perché aveva irrimediabilmente perduto il rapporto col paese e – se mai l’aveva avuto – ogni forma di carisma. Anche in questi elementi vi è una radice preesistente; gli innesti nuovi sono però tali da dare loro un significato di frattura che, a nostro avviso, è quello che, in prosieguo di tempo, distinguerà il neofascismo post seconda guerra mondiale dal fascismo storico. Tra essi è, per esempio, l’acquisto di una dimensione europea del fascismo, non più intesa nei termini del ‘fascismo universale’ degli anni trenta e neppure nei termini egemonici che essa aveva assunto nel nazismo, ma in quelli di una effettiva unità dei ‘credenti’ e dei ‘combattenti’ per la sopravvivenza dell’Europa e della sua civiltà contro le forze ‘non europee’ e ‘antieuropee’. Soffermarsi su questi elementi è però, in questa sede, inutile. Ciò che importa è chiarire da cosa essi presero le mosse, quale cioè fu il fatto nuovo che li determinò.
G. L. Mosse e T. Kunnas, i due più acuti studiosi dell’intima sostanza dell’ideologia fascista e – soprattutto il primo – delle sue radici sociali e culturali, hanno bene messo in luce i rapporti esistenti tra questa ideologia e la crisi, morale, culturale e esistenziale dell’Europa tra le due guerre mondiali. In particolare essi hanno posto l’accento sull’anelito a ricostruire ‘l’uomo totale’ e sulle componenti di fondo della mentalità fascista nella sua aspirazione a superare ‘l’anonimato del presente’, a contrastare la crisi della civiltà europea e a recuperare nell’autocoscienza nazionale il senso della comunità. Nei vari fascismi storici e in alcuni intellettuali fascisti isolati questo anelito e queste componenti si sono presentate in forme e misure diverse, prefigurando futuri diversi. In essi il futuro era però un dato di fatto che – pure in una visione di ottimismo vitalistico o tragico, a seconda dei casi – era prospettato come una realtà contrapposta a quella rappresentata dalla crisi della civiltà europea. Gli sbocchi potevano essere diversi: il millennio ciclico del nazionalsocialismo, l’intima capacità dei popoli giovani di trovare in se stessi e nella propria peculiare tradizione la forza morale di un rinascimento nel fascismo. Un futuro però c’era e con esso, quindi, qualche cosa per cui valesse la pena di lottare. Con la sconfitta militare e politica del fascismo questo stato d’animo, questa mentalità mutarono profondamente, sino a trasformarsi nel loro contrario, nella convinzione che la civiltà europea fosse ormai inevitabilmente condannata alla degenerazione. Da qui un pessimismo tragico senza il quale non si capisce veramente l’intima realtà della R.S.I. e le sue suggestioni (ed elaborazioni culturali più significative) successive sul neofascismo. Un pessimismo tragico i cui sbocchi furono o una sorta di imperante ‘senso della morte’, individuale e collettivo, o, come si è detto, una sorta di odio-amore verso lo Stato sovietico, visto, per un verso, come vendicatore del fascismo e, per un altro verso, come ultimo, anche se inidoneo, freno momentaneo alla degenerazione della civiltà europea.

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