Teoria della razionalità

Il concetto di razionalità è, assieme a quello di giustizia sociale, uno dei concetti normativi fondamentali impiegati nelle scienze sociali. Intuitivamente, essere razionali significa agire nel modo migliore possibile rispetto a un fine, o sfruttare al meglio le risorse a propria disposizione. Da questa semplice idea la teoria dei giochi e la teoria delle decisioni hanno tratto numerose implicazioni interrelate. Per la sua semplicità ed esaustività, la teoria della scelta razionale non ha eguali nelle scienze sociali.

Il concetto di razionalità e i suoi usi


Sebbene sia principalmente un costrutto normativo, la teoria della scelta razionale può essere utilizzata anche come strumento empirico o esplicativo: assumendo che gli attori sociali agiscano conformemente ai dettami della teoria, si deriva da tale assunto una serie di ipotesi comportamentali, e poi si verifica se esse corrispondano al comportamento osservato. Gli economisti si servono della teoria della scelta razionale per spiegare il comportamento dei produttori e dei consumatori. I sociologi – perlopiù, di fatto, economisti che applicano i propri strumenti analitici ai problemi classici della sociologia – l’hanno utilizzata per spiegare il comportamento criminale, i modelli matrimoniali e persino fenomeni quali la tossicodipendenza e il suicidio. Gli studiosi di scienza politica spiegano in termini di scelta razionale il comportamento degli elettori e dei politici. Partendo dall’assunto che lo Stato può essere trattato come un singolo attore con preferenze coerenti, la teoria è stata utilizzata anche per analizzare il comportamento degli Stati nella politica internazionale. Per ragioni che discuteremo più avanti (v. capp. 4 e 5), non tutte queste applicazioni si sono rivelate valide, e tuttavia la teoria della scelta razionale resta il principale quadro di riferimento teorico delle scienze sociali. Nessuna delle integrazioni o delle alternative proposte ha raggiunto un grado comparabile di economia, chiarezza e potere predittivo.
Vi sono anche altre ragioni, più profonde, che spiegano perché il concetto di razionalità abbia un posto privilegiato nell’analisi del comportamento. In primo luogo, la razionalità è un ideale normativo. Tutti vorremmo essere razionali, e non andiamo certo fieri delle nostre occasionali deviazioni dalla razionalità, sotto forma di illusioni o di debolezze della volontà. In secondo luogo, la razionalità è il presupposto di ogni atto ermeneutico. Al fine di capire il comportamento degli altri dobbiamo assumere che essi siano nel complesso esseri razionali; senza tale assunto, non potremmo attribuire loro i desideri e le convinzioni in base ai quali ne interpretiamo il comportamento. Ciò non significa che le persone agiscano sempre razionalmente – un determinato comportamento infatti può sempre rivelarsi irrazionale – e tuttavia non è lecito concludere che quanto è accaduto una volta accadrà sempre. Ha senso definire irrazionali determinati comportamenti solo in un contesto di razionalità. È questo il motivo, ad esempio, per cui non esistono studi sulla ‘irrazionalità animale’.
La razionalità è una proprietà universale e un ideale dell’essere umano: non è limitata a un particolare sottoinsieme dell’umanità in un contesto spazio-temporale specifico – ad esempio le società occidentali moderne. Non possiamo nemmeno immaginare una situazione in cui un individuo rifiuti o violi coscientemente il principio generale di usare i mezzi migliori per raggiungere i propri scopi. Se l’uomo potesse disporre in abbondanza di qualunque risorsa, compreso il tempo, il valore della razionalità strumentale potrebbe diventare irrilevante, ma in un mondo dominato dalla scarsità l’efficienza assume una notevole importanza.

Una considerazione metodologica


Nel costruire una teoria del comportamento razionale, si è in certa misura condizionati da intuizioni pre-teoriche. Se un dato comportamento in una data situazione appare ‘insensato’ o ‘irragionevole’, saremo indotti a mettere in dubbio la validità di una teoria la quale affermasse che tale comportamento è razionale. Queste implicazioni controintuitive tuttavia non costituiscono un’obiezione decisiva. Così come per altre nozioni chiave che hanno le loro radici nel linguaggio comune, come quelle di giustizia o di causalità, l’idea di razionalità propria del senso comune potrebbe non essere del tutto coerente. Quando cerchiamo di sistematizzare le nostre intuizioni relative alla razionalità, alcune di esse andranno necessariamente scartate. Resta comunque il fatto che la decisione in merito alle intuizioni da rifiutare non segue un criterio univoco. Potrebbero esservi vari modi alternativi di costruire una teoria solida e coerente della razionalità. Ci troviamo qui di fronte a una forma di indeterminatezza teorica che si aggiunge alle indeterminatezze specifiche di cui ci occuperemo nel cap. 4. Sebbene uno dei principali obiettivi di una teoria della razionalità sia quello di eliminare siffatte indeterminatezze per arrivare a un’univocità predittiva, non può esistere un’unica teoria valida. In quanto condizionata nel modo suddetto dal linguaggio ordinario, la teoria della scelta razionale va considerata in certa misura ‘ermeneutica’ piuttosto che ‘scientifica’ nel senso delle scienze naturali. Non vi è un ‘fatto’ in senso assoluto che la teoria cerca di catturare, ma solo un ‘discorso’ che essa cerca di rendere coerente nel modo più economico possibile.

Alcuni fraintendimenti comuni


La nozione di razionalità è soggetta a vari fraintendimenti. Uno degli errori più comuni consiste nel ritenere che la teoria della scelta razionale parta dal presupposto che gli attori agiscano in vista del proprio interesse personale. Sebbene gran parte delle applicazioni della teoria partano da questo assunto, la teoria in se stessa è perfettamente compatibile con altri tipi di motivazioni, come l’altruismo, l’invidia o il dispetto. Essa afferma solo che un agente razionale agirà in modo efficace per raggiungere i propri scopi, di qualunque natura essi siano.
Secondo un altro fraintendimento assai diffuso, la teoria della scelta razionale sarebbe atomistica, in quanto ignorerebbe l’interazione sociale. È bensì vero che essa non dice nulla sulla formazione sociale delle preferenze (ma si noti che nessun’altra teoria offre spiegazioni soddisfacenti in merito), ma se assumiamo le preferenze come date, la teoria della scelta razionale in generale e quella dei giochi in particolare offrono gli strumenti più adeguati per comprendere l’interazione sociale. Più precisamente, la teoria della scelta razionale consente un’analisi integrata di tre importanti interdipendenze della vita sociale: il benessere di ogni individuo dipende dall’azione di tutti (attraverso la causalità sociale generale); il benessere di ogni individuo dipende dal benessere di tutti (attraverso l’altruismo, l’invidia, ecc.); le azioni di ciascuno dipendono dall’anticipazione delle azioni di tutti gli altri.
Un terzo fraintendimento consiste nel confondere il comportamento adattivo (oggettivo) con il comportamento razionale (soggettivo). Sebbene in molti casi il comportamento razionale promuova di fatto l’adattamento del soggetto all’ambiente, nel senso che favorisce il benessere generale e la durata complessiva della vita, alcune forme di comportamento razionale possono risultare autodistruttive. Viceversa, il comportamento adattivo può essere prodotto da meccanismi che non presuppongono alcun tipo di razionalità soggettiva, come quelli della selezione naturale e del rinforzo. È necessario tener presente che la razionalità è totalmente soggettiva. Come chiariremo nel cap. 2, la razionalità non consiste in una relazione tra l’azione e il mondo esterno, bensì in un insieme di relazioni tra un’azione e gli stati mentali dell’agente, nonché tra tali stati stessi.

Scelta razionale e individualismo metodologico


Poiché la razionalità è definita in termini di stati mentali, come ad esempio desideri e convinzioni, solo gli esseri umani possono essere definiti razionali (o irrazionali). Entità sovraindividuali come le famiglie, le aziende, le organizzazioni e gli Stati non sono, nel senso letterale del termine, portatori di idee o di desideri. Inoltre, come hanno messo in luce Friedrich von Hayek e Kenneth Arrow, in generale non è nemmeno lecito parlare come se le società o altre entità composte da una pluralità di elementi abbiano convinzioni e desideri. Anche se le unità che le compongono hanno un determinato insieme di convinzioni, il compito di raccoglierle e unificarle in una sorta di camera di compensazione centrale è impossibile in pratica. Aggregare le preferenze di differenti individui in un ordinamento globale delle preferenze sociali è impossibile anche in linea di principio. Per queste ragioni, gran parte delle applicazioni della teoria della scelta razionale sono costruite sulla sabbia. L’idea che gli Stati nazionali siano attori unitari e razionali è particolarmente implausibile, ma anche l’idea di una massimizzazione razionale del profitto da parte dell’impresa contrasta con il fatto che essa di solito è formata da parecchi individui con differenti obiettivi. Sebbene si affermi spesso che la competizione provvede a operare una selezione lasciando sopravvivere solo le imprese che sono in grado di massimizzare il profitto, questa tesi si presta a numerose obiezioni.
Il passaggio dalla teoria della scelta razionale all’analisi sociale aggregata non può essere compiuto assumendo che gli aggregati siano attori razionali. Piuttosto, occorre considerare in che modo gli individui razionali interagiscono al fine di produrre strutture aggregate. Per fare solo un esempio, l’azione rivoluzionaria non può essere spiegata partendo dall’assunto che le classi siano attori sovraindividuali che agiscono razionalmente al fine di realizzare il bene della società. Adottando la prospettiva della teoria della scelta razionale si affermerà piuttosto che l’azione rivoluzionaria è utile per gli individui che la intraprendono. A tal fine, occorre specificare sia le motivazioni degli individui (interesse personale, altruismo, ecc.), sia le loro convinzioni relative alle motivazioni e alle convinzioni degli altri. Inoltre, il sistema di ricompense e punizioni associato alle varie linee d’azione deve essere definito esplicitamente, e va considerato a sua volta come il risultato di una scelta razionale compiuta da altri attori. L’azione rivoluzionaria risulterà essere allora una rete strettamente intrecciata di scelte individuali, e non già l’azione di un singolo aggregato.