Universo del corpo

L’etimologia del termine psiche (dal greco ψυχή, connesso con ψύχω, “respirare, soffiare”) si riconduce all’idea del ‘soffio’, cioè del respiro vitale; presso i greci designava l’anima in quanto originariamente identificata con quel respiro; in questo senso, la storia del concetto di psiche viene a coincidere con quella del concetto di anima. Nella psicologia moderna (e anche nell’uso comune) la psiche è intesa come il complesso delle funzioni e dei processi che danno all’individuo esperienza di sé e del mondo e che ne informano il comportamento.

Psiche e soma


“I confini dell’anima (ψυχή) non li potrai trovare – afferma Eraclito – quando pur li cercassi per ogni via, tanto profondo è il suo λόγος”. Tale profondità è forse la caratteristica che più distingue, nel pensiero filosofico greco, l’essenza dell’anima da ciò che invece viene riferito al corpo e alla materia, contraddistinti, al contrario, dalla categoria del limite. La differenziazione tra corpo e anima affonda le proprie radici negli albori della cultura dell’Occidente se, già in Omero, ψυχή viene considerata come l’alito vitale che spira dalla bocca (oppure dalla ferita) di colui che muore per unirsi agli altri fantasmi (immagini dei defunti) nel regno di Ade. Si può notare ancora, sempre nel linguaggio omerico, come anche gli organi del corpo vengano descritti separatamente e non come parti di un tutto che li unifica. La parola σῶμα, infatti, che si riferisce all’intero corpo, lo definisce in quanto privo di vita. Così anche le funzioni psichiche vengono considerate come distinte in ψυχή, appunto, θύμος, “emozioni”, e νοῦς, “intelletto” (Snell 1946).
Tale molteplicità delle funzioni viene ricondotta da Platone a un’unitarietà sotto forma di un principio, chiamato sempre ψυχή, cui si attribuisce tuttavia non più il significato di soffio collegato a un corpo vivente (da cui può appunto allontanarsi con la morte), ma di essenza trascendente il corpo stesso (e quindi da allora tradotto come anima) in quanto partecipe di una realtà sovramondana solo temporaneamente imprigionata nei limiti della corporeità. Nel Fedone Platone osserva, che fino a quando noi siamo in possesso del corpo e la nostra anima resta ‘invischiata in un animale siffatto’, non raggiungeremo mai ciò che ‘ardentemente desideriamo’, ossia la verità.

Tale scissione ontologica dell’anima dal corpo attraversa tutta la storia dell’Occidente dal momento che la concezione platonica finisce per assorbire, nella visione cristiana (e in particolare paolina), il principio ebraico per il quale il male non è nel corpo ma nella separazione dell’uomo da Dio, identificando, per citare la ricostruzione fattane da U. Galimberti (1979, p. 95), ruah (spirito divino) con l’anima, in quanto partecipe dell’essenza immateriale divina, e nefes (indigenza) con lo stato di limite e di bisogno collegato alla realtà corporea.
Ben diversa è la posizione di Aristotele, per il quale – nel trattato De anima appunto – non si può parlare di un’esistenza della stessa in quanto separata dal corpo, dal momento in cui tutte le sue affezioni (coraggio, dolcezza, audacia ecc.) si producono come fenomeni collegati al corpo e alle sue modificazioni. Delle molteplici accezioni attribuite dal filosofo alla ψυχή (principio vitale del corpo, principio della sua possibilità di movimento e di realizzazione) particolarmente interessante appare quella che la identifica come forma del corpo (μορϕή σώματος), un principio cioè che implica la corporeità stessa da cui promana e che nello stesso tempo la trascende come elemento unificante e significante.
Ψυχή è quindi la forma di un corpo vivente, il principio che ne sottende tutte le attività e, in quanto ‘atto primario’, è inscindibile dal corpo, contrariamente al νοῦς che, in quanto puro intelletto, può concepirsi come distinto da questo e di carattere sovrapersonale. È interessante osservare infatti come questa singolare parola, psiche, evochi tuttora nelle nostre menti tutta la pregnanza dell’eterno quesito che a essa si associa: la stessa rappresenta infatti il ‘complesso’ delle funzioni psicologiche degli individui, come si può leggere nei vocabolari, ma anche quel principio, pur connesso al corpo vivente, che in qualche modo se ne distingue fino ad assumere (o a dare l’impressione che così sia) una propria autonomia dallo stesso. La dialettica tra queste due impostazioni, quella monistica che concepisce la psiche come espressione mentale della realtà corporea e quella dualistica che la concepisce al contrario come entità collegata ma pur concettualmente distinta dal corpo stesso, rappresenta il fulcro del dibattito filosofico e scientifico più acceso sui temi della conoscenza e dell’identità dell’essere umano (Di Francesco 1996).

I modelli della mente


Da quando l’uomo ha preso a interrogarsi su sé stesso si è confrontato con il quesito relativo al dove risiedesse la sede della propria identità e della capacità di pensare, e al come potessero operarsi le meraviglie dei propri processi di pensiero. Le risposte a tali complessi interrogativi si sono evolute generalmente in collegamento con altri modelli funzionali che via via l’uomo andava scoprendo. Solo per restare nella tradizione dell’Occidente, ci imbattiamo in un vizio di partenza relativo a un errore compiuto da Aristotele il quale, osservando come una gallina fosse in grado di muoversi e di camminare pur essendo stata decapitata, ne arguì che la sede più importante del principio vitale non fosse il cervello ma il cuore. L’autorevolezza del filosofo sopravvisse sotto diverse forme sino in età prescientifica, nonostante le argomentazioni assai più consistenti di Galeno fondate su esperimenti di compressione del cervello in animali domestici e sugli esiti di traumi cranici dei gladiatori di cui era medico a Pergamo.
La concezione predominante in epoca ellenistica era che tutti i viventi partecipassero di un unico flusso vitale, il πνεῦμα, che, assunto attraverso gli alimenti e passando attraverso il fegato e il cuore, giungeva infine nelle cavità vuote del cervello, i ventricoli cerebrali. Qui si trasformava in ‘spirito animale’ per giungere a tutti gli organi attraverso microscopici tubicini contenuti nei nervi. Al fine di verificare tale impostazione, anche Leonardo da Vinci si adoperò nello studio attento sia dei nervi sia degli stessi ventricoli, avanzando l’ipotesi che il primo ventricolo fosse deputato al senso comune, il secondo al ragionamento e il terzo alla memoria. Il primato del cuore sul cervello sopravvisse nel Seicento a Vesalio, che pure descrisse in modo dettagliato tutto il sistema nervoso centrale e periferico, e anche a W. Harvey, che dimostrò la teoria della circolazione del sangue.
Anche laddove gli uomini di scienza non si appellavano più a entità metafisiche, quali l’anima e lo spirito, per legittimare i poteri della mente e del libero arbitrio, veniva ciononostante invocato in ogni caso un intervento di realtà astrali o di ‘spiriti vitali’. Con il succedersi delle scoperte di N. Copernico, G. Galilei e I. Newton la visione spiritualistica del cosmo lasciò posto a una concezione fondata sulle leggi fisiche intrinseche alla materia. La meccanica, che in quei secoli polarizzava la grande attenzione della scienza, venne invocata quale modello per spiegare i meccanismi, appunto, della mente.
La ‘pascalina’, prima macchina in grado di svolgere operazioni matematiche progettata da B. Pascal, venne presa quindi a modello delle operazioni svolte dal cervello. Già G.W. Leibniz, tuttavia, contestava il fatto che il cervello, immaginato come un gigantesco mulino pieno di ingranaggi, potesse produrre una percezione, cioè un’esperienza sensoriale collegata a un vissuto personale. Al primato della meccanica successe nell’Ottocento quello dell’idraulica e dell’elettricità e anche queste discipline vennero invocate per spiegare il funzionamento della mente. Mentre sul modello idraulico S. Freud appoggiò molte delle sue metafore relative alla teoria degli istinti e delle pulsioni (blocco, congestione, canalizzazione, scarica ecc.), le stimolazioni della corteccia cerebrale con deboli scariche elettriche consentirono in effetti di compiere le prime mappature del sistema nervoso centrale, individuando le prime aree deputate a funzioni specifiche.
La scoperta e lo sviluppo del telegrafo e del telefono offrirono ovviamente un nuovo modello analogico che ipotizzava il cervello come un’intricata centralina alle prese con miriadi di connessioni interneuroniche (Oliverio-Oliverio Ferraris 1989). Il modello che in età recente si è proposto con più forza è quello computazionale (Churchland-Sejnowski 1992). Il sistema nervoso sarebbe cioè assimilabile a un potentissimo computer in grado di svolgere operazioni che, seppure più complesse di quelle usualmente eseguibili con i computer, non se ne discosterebbero in linea di principio.