Definizione del liberalismo

Del liberalismo sono state date definizioni sensibilmente differenti, e, naturalmente, tali differenze corrispondono a modi diversi di concepire il liberalismo stesso. La cosa non deve stupire. Il liberalismo, infatti, è un concetto assai controverso, non solo perché esso ha avuto molti e aspri critici, ma anche perché i suoi seguaci (coloro, cioè, che si sono proclamati ‘liberali’) hanno mostrato di avere divergenze su aspetti dottrinali fondamentali (la ben nota discussione sul rapporto fra liberalismo e liberismo è solo un aspetto di queste divergenze). Anche da un punto di vista storico, il concetto di liberalismo è problematico e sfuggente.
Il termine, d’altro canto, nasce abbastanza tardi: infatti l’aggettivo ‘liberale’ entra nel linguaggio politico solo con le Cortes di Cadice del 1812, per connotare il partito, appunto, liberal, che difendeva le libertà pubbliche contro il partito servil; esso fu poi ripreso da Madame de Staël e da Sismondi per indicare un nuovo orientamento etico-politico (v. Matteucci, Liberalismo, 1976, p. 530). Di qui il paradosso che alcuni di quelli che noi consideriamo fra i maggiori pensatori liberali (Locke, Montesquieu, Kant) non hanno mai usato né il sostantivo (‘liberalismo’) né l’aggettivo (‘liberale’) nell’accezione in cui noi li usiamo oggi.
A ciò si deve aggiungere che nel pensiero liberale si ritrovano ispirazioni e strumenti teorici non solo diversi, ma addirittura opposti fra loro: i pensatori liberali del Seicento e del Settecento hanno fondato le loro concezioni su presupposti giusnaturalistici, mentre quelli di parte dell’Ottocento e del Novecento si sono fondati su concezioni o utilitaristiche o storicistiche, e comunque non giusnaturalistiche o addirittura antigiusnaturalistiche.
D’altro canto sarebbe assurdo ritenere che il pensiero liberale (ovvero quel pensiero che noi definiamo tale), che si è sviluppato dal Seicento a oggi, cioè lungo quattro secoli di storia della civiltà occidentale, sia rimasto sempre identico a se stesso, come una specie di idea platonica, e non abbia conosciuto sviluppi e trasformazioni profonde, ripensamenti e arricchimenti, a seconda dei diversi contesti sociali, politici e culturali nei quali ha operato, e quindi a seconda dei diversi problemi che ha affrontato e che ha inteso avviare a soluzione.

Alla luce di tutto ciò, alcuni studiosi hanno negato la legittimità stessa del concetto di liberalismo in quanto categoria storico-politica, e hanno preferito parlare di molti e diversi ‘liberalismi’. Questa ci sembra però una posizione estrema e inaccettabile, per vari motivi. In primo luogo perché, anche qualora si decidesse che è legittimo parlare solo di molti ‘liberalismi’, l’uso stesso del sostantivo, sia pure al plurale, denoterebbe pur sempre qualcosa di comune che ne giustifica l’uso, e che dovrebbe essere in ogni caso esplicitato. Del resto, se non fosse così, tanto varrebbe rinunciare alla stessa parola ‘liberalismo’, espungerla dal lessico politico. Ma nessuno storico o filosofo serio ha mai pensato di proporre questo. In secondo luogo perché il concetto di liberalismo indica un complesso di valori e di garanzie per noi irrinunciabili. Infatti, quando diciamo che viviamo in una società liberal-democratica, l’aggettivo ‘liberale’ specifica in modo sostanziale di quale democrazia si tratti: di una democrazia liberale, appunto, ovvero di una democrazia nella quale la maggioranza è tenuta a rispettare rigorosamente i diritti delle minoranze (politiche, religiose, culturali), e non può mai mettere a repentaglio tali diritti, come avviene invece nelle democrazie plebiscitarie o populistiche.

Senonché, se è vero che l’uso del concetto di liberalismo è non solo legittimo ma necessario, è parimenti vero che esso è il risultato di una estrapolazione dai molti e diversi liberalismi che si sono manifestati storicamente. In quanto il liberalismo non è stato un unico soggetto storico (ideologico-politico-giuridico), esso è in larga misura un’astrazione, ovvero una ricostruzione formalizzata, un isolamento delle caratteristiche tipiche (o di quelle che noi riteniamo che siano le caratteristiche tipiche) dei vari pensatori, dei vari istituti e dei vari movimenti ‘liberali’. Non perdere mai di vista questo fatto è importante, perché esso ci ricorda che, dopo aver individuato alcuni temi e alcune esigenze fondamentali comuni ai vari pensatori e alle varie correnti liberali, non dobbiamo mai trascurare la loro concretezza storica, e quindi la specificità delle loro articolazioni e delle loro sfumature, connesse ai loro diversi contesti sociali, ideali e politici. Perciò, nel corso del presente articolo, cercheremo di individuare, insieme ai grandi tratti comuni, le peculiarità, o almeno alcune delle peculiarità, proprie di tali pensatori.

Per quanto riguarda i principali motivi ispiratori del liberalismo, essi sono stati ben individuati nella definizione che del liberalismo stesso ha dato un eminente studioso, Norberto Bobbio. Tenendo presenti soprattutto le sue origini secentesche e i suoi sviluppi settecenteschi, Bobbio ha sottolineato fortemente (e giustamente) la dimensione politico-giuridica del liberalismo, e quindi lo ha definito come una dottrina che afferma la limitazione dei poteri dello Stato in nome dei diritti naturali individuali, inerenti a ogni uomo in quanto tale (i cosiddetti diritti innati). In questa definizione liberalismo e giusnaturalismo sono strettamente connessi. “La dottrina liberale – ha scritto infatti Bobbio – è l’espressione, in sede politica, del più maturo giusnaturalismo: essa, infatti, si appoggia sull’affermazione che esiste una legge naturale precedente e superiore allo Stato e che questa legge attribuisce diritti soggettivi, inalienabili e imprescrittibili, agli individui singoli prima del sorgere di ogni società, e quindi anche dello Stato. Di conseguenza lo Stato, che sorge per volontà degli stessi individui, non può violare questi diritti fondamentali (e se li viola diventa dispotico), e in ciò trova i suoi limiti; anzi, deve garantirne la libera esplicazione, e in ciò trova la sua funzione, che è stata detta ‘negativa’ o di semplice ‘custode”‘.
Bobbio ha opportunamente aggiunto che, per quanto riguarda i principî filosofici, il liberalismo è espressione dell’individualismo razionalistico, proprio della filosofia illuministica, per il quale l’uomo in quanto essere razionale è persona, e ha un valore assoluto, prima e indipendentemente dai rapporti di interazione coi suoi simili. Come persona, il singolo è superiore a qualsiasi società di cui entra a far parte, e lo Stato, a sua volta, è soltanto un prodotto dell’uomo (in quanto sorge da un accordo o da un contratto fra gli uomini stessi), e non è mai una persona reale, bensì solo una somma di individui aventi ciascuno la propria sfera di libertà. I diritti fondamentali, che lo Stato deve garantire, pur variando da autore ad autore, e da costituzione a costituzione, si possono raggruppare in due grandi categorie: diritti che riguardano la libertà dallo Stato nella sfera spirituale (libertà di pensiero, di religione, ecc.); diritti relativi alla libertà dallo Stato nella sfera economica (diritto di proprietà, libertà di intrapresa economica, di commercio, ecc.; v. Bobbio, 1957, pp. 617-618).

Questa definizione di Bobbio riconduce giustamente il liberalismo alle sue origini, che sono giusnaturalistiche e contrattualistiche (e infatti la prima grande e organica concezione liberale è quella di Locke), e ne sottolinea opportunamente sia gli aspetti filosofici sia gli aspetti politici: la persona come valore, antecedente al costituirsi della società; il sorgere della società da un accordo fra gli individui (contrattualismo); la società come somma delle sfere di autonomia e di libertà dei singoli (tanto nel campo intellettuale e spirituale quanto in quello economico) che non possono essere lese in alcun caso, bensì devono essere garantite dallo Stato; una concezione negativa del ruolo dello Stato (libertà dallo Stato), che deve limitarsi ad assicurare l’applicazione delle regole della convivenza fra gli individui, ma non può imporre loro alcunché né sul piano intellettuale e morale né sul piano economico.