Individualismo metodologico

L’espressione ‘individualismo metodologico’ indica in forma sintetica un concetto generale proprio delle scienze sociali; in una parola, indica un paradigma. Il principio fondamentale di questo paradigma è che ogni fenomeno sociale è il risultato della combinazione di azioni, credenze o atteggiamenti individuali. Ne consegue che la spiegazione di tale fenomeno consiste nel ricondurlo alle cause individuali delle quali è il prodotto: pertanto un momento essenziale di qualsiasi analisi, sia nel campo della sociologia che dell’economia o della scienza politica, consiste nel comprendere il perché delle azioni, delle credenze o degli atteggiamenti individuali responsabili del fenomeno che s’intende spiegare.

Come è stato più volte ribadito dai filosofi della scienza, nessun paradigma risulta evidente di per sé, se non per quanti vi si richiamano. La stessa cosa accade nel caso dell’individualismo metodologico: la sua importanza nella storia delle scienze non deriva dalla sua capacità d’imporsi di per sé, ma dalla sua efficacia nella spiegazione dei fenomeni sociali.

Una prova indiretta di ciò è data dal fatto che l’individualismo metodologico non è mai stato oggetto di un accordo unanime. Al contrario, ha dovuto sempre coesistere con altri paradigmi, come per esempio quello positivistico, al quale si affida uno studioso dell’importanza di Durkheim. Tutto questo è sufficiente per dimostrare che l’individualismo metodologico non ha affatto il carattere di evidenza immediata di una proposizione come 2+3=5.

In ogni caso, nelle forme di opposizione che insorgono frequentemente nei confronti dell’individualismo metodologico si può vedere il risultato di serie obiezioni di fondo, ma anche di malintesi, i quali fanno sì che la reale importanza di questo paradigma tenda a essere sottovalutata.

Storia dell’individualismo

Il paradigma dell’individualismo metodologico – interpretare i fenomeni collettivi come il prodotto di azioni, atteggiamenti, credenze individuali – in molti casi è di applicazione così naturale che si può affermare che nelle scienze sociali sia stato applicato da sempre.

Tocqueville, per esempio, l’utilizza costantemente. In L’ancien régime et la Révolution (1856), un grande libro di sociologia comparata, egli prende come oggetto del suo studio un certo numero di differenze tra due paesi tanto simili tra loro per molti altri aspetti come erano la Francia e l’Inghilterra alla fine del XVIII secolo, e spiega sempre queste differenze come il prodotto di azioni individuali. Inoltre egli è colpito dalla differenza di stile che riscontra tra la filosofia politica francese e quella inglese: mentre la prima è radicale, rivoluzionaria, astratta, speculativa, la seconda è invece prudente, pragmatica, concreta, attenta ai fatti, cosciente della complessità dei fenomeni sociali. Perché? si domanda Tocqueville. E la sua risposta è: perché la centralizzazione amministrativa è molto maggiore in Francia che in Inghilterra. Di conseguenza, i ‘philosophes’ francesi – gli ‘intellettuali’, diremmo oggi – erano facilmente portati a credere che ogni riforma sociale passasse attraverso una riorganizzazione radicale del potere politico. Allo stesso modo Tocqueville spiega il sottosviluppo dell’agricoltura francese rispetto a quella inglese, in un’epoca in cui i fisiocratici avevano peraltro un’influenza importante, con il fatto che la centralizzazione amministrativa francese spingeva i proprietari fondiari a ricercare cariche di corte e a trascurare lo sfruttamento delle loro terre.

Se il paradigma dell’individualismo metodologico risulta d’uso corrente nelle analisi sociologiche più antiche, la sua importanza è percepita appieno e analizzata solo a partire dalla fine del XIX secolo. È forse l’economista austriaco C. Menger (v., 1883) il primo a sottolinearne esplicitamente l’importanza. Sfortunatamente, per indicare quello che oggi chiamiamo individualismo metodologico egli utilizza il termine ‘atomismo’; ma con ciò non intende affatto affermare che la società debba essere concepita come composta esclusivamente da individui, così come la materia è composta esclusivamente da atomi. Egli sa perfettamente che una società comprende anche istituzioni sociali e politiche, regole giuridiche e morali, costumi, tradizioni, e anche risorse materiali, la cui natura cambia da una società all’altra. Parlando di ‘atomismo’, egli riconosce quindi che gli ‘atomi’ costituiti dagli individui si muovono in un campo politico e sociale definito, ma intende affermare che il compito delle scienze sociali consiste nell’analizzare i fenomeni collettivi come prodotto di azioni individuali e nel concepire queste azioni come ‘comprensibili’ (per utilizzare un termine che verrà impiegato successivamente).

La metodologia delineata da Menger ha ispirato a lungo gli economisti (cfr., tuttavia, A. Mingat, P. Salmon e A. Wolfelsperger, Méthodologie économique, Paris 1985). Come sembra naturale, trattandosi dell’analisi di fenomeni economici, gli economisti associano generalmente al principio dell’individualismo metodologico quello secondo cui le azioni individuali obbediscono a motivazioni utilitaristiche. Questa tendenza a coniugare individualismo metodologico e utilitarismo ha indotto alcuni sociologi a ritenere, a torto, che esistesse un legame organico tra questi due principî. In realtà, se tale unione appare pertinente nel caso dell’economia, essa non è tuttavia ineluttabile: tra l’individualismo metodologico e l’utilitarismo non esiste alcun rapporto d’implicazione reciproca. Questo aspetto è stato analizzato con estrema chiarezza da alcuni sociologi classici e, in particolare, da numerosi autori tedeschi (Max Weber, Simmel), ma anche italiani (Pareto) e francesi (Tarde).

Max Weber

Max Weber non utilizza l’espressione ‘individualismo metodologico’. È stato osservato, tuttavia, che s’incontra un’espressione pressoché identica in una lettera inviata da Weber all’economista marginalista R. Liefmann, una lettera che ha un’importanza del tutto particolare, non solo perché scritta nell’anno della morte di Weber, ma anche perché definisce in modo lapidario una vera e propria epistemologia delle scienze sociali. “Anche la sociologia [come l’economia] – scrive Weber – sul piano metodologico deve procedere in senso individualistico”.

Se l’uso dell’espressione ‘individualismo metodologico’ è incidentale in Weber, egli tuttavia utilizza costantemente questo paradigma nelle sue analisi sociologiche. Tutta la sua sociologia della religione, per esempio, è fondata sul principio metodologico secondo il quale le credenze religiose apparentemente più strane debbono essere analizzate dal sociologo come fornite di senso per chi le professa. Per esempio, quando Weber s’interroga sulla diffusione del culto di Mitra tra i funzionari dell’Impero romano o della massoneria tra i funzionari prussiani (v. Weber, 1922), egli analizza questo fenomeno come il risultato di un atteggiamento comprensibile dal punto di vista degli individui interessati: i funzionari romani hanno le loro buone ragioni per lasciarsi sedurre da questo culto, in quanto è molto più congruente della religione romana tradizionale con il mondo nel quale essi vivono. Il culto di Mitra non riconosce una potenza trascendente, ma si sottomette a una potenza immanente; l’adepto è sottoposto a un’iniziazione e supera gli stadi successivi di una vera e propria gerarchia formale di gradi attraverso prove perfettamente definite, nel corso delle quali viene giudicato in modo assolutamente impersonale. Questo culto poteva facilmente apparire al funzionario romano come una trasposizione simbolica dell’universo burocratico cui apparteneva professionalmente: egli era al servizio di una potenza immanente, l’imperatore, e le sue promozioni dipendevano dal superamento di un certo numero di prove. Aveva quindi delle ragioni comprensibili per preferire questo culto alla religione tradizionale, che si era definita in un periodo in cui la società romana era ancora essenzialmente rurale.In generale gli scritti metodologici di Weber insistono su un leitmotiv: l’affermazione che il compito essenziale del sociologo consiste nel ricostruire il senso delle azioni, delle credenze e degli atteggiamenti degli attori sociali.

Georg Simmel

Simmel è ancora più esplicito e soprattutto più esauriente di Weber sulle questioni di metodo. I fenomeni sociali, egli scrive, non possono essere nient’altro che il prodotto di azioni, atteggiamenti e credenze individuali. Per esempio, le regole di educazione che si possono riscontrare in una certa società in un determinato momento sono il prodotto di un complesso di azioni e interazioni; esse sono accettate e rispettate in quanto hanno un senso per gli individui che le adottano e resteranno in vigore finché saranno percepite come dotate di senso. In linea di massima non esiste per Simmel, al di sopra degli individui, alcuna entità di ordine superiore che li trascenda.

In breve, Simmel (v., 1892) ha una concezione nominalistica della società, nettamente in contrasto, per esempio, con la concezione realistica di un Durkheim. Ai suoi occhi la società non è altro, in realtà, che l’insieme degli individui che la compongono. In questo senso, analizzare un fenomeno sociale consiste sempre, almeno in linea di principio, nel ricostruire le azioni, le credenze e gli atteggiamenti individuali che lo hanno determinato.

Ma Simmel sottolinea altresì che l’applicazione di un ‘programma’ – direbbe Lakatos – come è quello dell’individualismo metodologico si trova a fare i conti con ostacoli pratici d’importanza notevole: spesso, egli spiega, è molto difficile ricostruire le cause a cui far risalire una certa istituzione, soprattutto perché esse nel frattempo sono scomparse senza lasciare una qualche traccia concreta.

Per spiegare quest’ultimo punto si può far ricorso a un esempio ripreso da A. Vierkandt (v., 1908), la cui metodologia in questo caso non si distingue in nulla da quella di Weber o di Simmel: l’esempio è tratto dalle nostre società, ed è l’usanza dei banchetti che, fino a non molto tempo fa, seguivano i funerali. Quando si interrogano i partecipanti, o un sociologo dilettante, sulle cause di una siffatta istituzione, le risposte oscillano tra un’interpretazione di tipo durkheimiano (il banchetto funebre rinsalda la comunità degli amici e dei parenti del defunto) e una di tipo utilitaristico (l’aspettativa del pranzo spinge a partecipare alla cerimonia). La prima interpretazione commette l’errore di confondere cause ed effetti, e più precisamente di trasformare arbitrariamente un effetto in una causa. La seconda è nel migliore dei casi parziale, nel peggiore riduzionista: non si può supporre che la presenza di tutti i partecipanti, e neppure di una significativa maggioranza, possa essere spiegata in questo modo.

Il fatto che si faccia spesso ricorso a queste spiegazioni insufficienti tradisce le difficoltà che s’incontrano nell’identificare le vere cause di questa pratica, scomparse nella notte dei tempi: si è dunque costretti a procedere per congetture.

Allo stesso modo, afferma Simmel, è evidente che un tasso di suicidi rappresenta soltanto la somma di un complesso di atti individuali dettati dalle ragioni più diverse. Quando si osserva, per esempio, che la curva che rappresenta l’evoluzione di questi tassi nel tempo cresce in modo regolare, si deve indubbiamente ammettere che questa regolarità ha una causa precisa. Ma poiché questa causa non può essere ricercata se non nelle azioni individuali responsabili di tale crescita, e poiché queste ultime sono il risultato di motivazioni complesse ed eterogenee, ne consegue che è assai difficile evidenziare questa causa.Incidentalmente si può osservare che alcuni sociologi moderni hanno portato alle estreme conseguenze le implicazioni di questo tipo di osservazioni sostenendo l’inanità di ogni analisi statistica in campo sociologico (v. Douglas, 1967). Simmel, però, non arriva a queste conclusioni estreme e non vi è in effetti nessuna ragione per arrivarvi.

Vilfredo Pareto

Il Trattato di sociologia generale di Pareto si apre, come Economia e società di Weber, con importanti considerazioni sul concetto di azione. La distinzione che Pareto fa tra “azioni logiche” e “azioni non logiche” è celebre ed essenziale: l’economia, dice Pareto (v., 1916) sarebbe lo studio delle azioni logiche, la sociologia, invece, lo studio di quelle non logiche. Lasciamo da parte, per il momento, questa distinzione difficile, per osservare immediatamente che attraverso questa distinzione Pareto propone di considerare e di analizzare tutti i fenomeni sociali come il risultato di azioni. La sua distinzione propone esplicitamente di considerare le azioni di cui si occupa l’economista come azioni ‘razionali’ – diremmo noi -, cioè come azioni ispirate dal desiderio del soggetto di impiegare i mezzi obiettivamente più adatti ai suoi scopi, mentre le azioni di cui si occupa il sociologo sarebbero in generale dettate da motivi irrazionali. Pareto, tuttavia, precisa molto chiaramente che le azioni non logiche non devono essere considerate come ‘illogiche’; in altri termini, le azioni non logiche hanno un senso, e il compito fondamentale del sociologo consiste proprio nel ritrovare questo senso. Anche se il vocabolario di Pareto è assai diverso da quello di Weber, entrambi concordano sul principio dell’individualismo metodologico (ogni fenomeno sociale ha cause individuali). Pareto insiste anche sulla necessità di considerare ogni credenza e ogni azione come dotate di senso. La differenza tra i due, dal punto di vista di questa nostra analisi, consiste essenzialmente nel fatto che Pareto ha una visione molto più netta di Weber della distinzione tra ‘razionale’ e ‘irrazionale’.

Gabriel Tarde

Il contrasto tra Durkheim e Tarde è uno dei luoghi comuni della storia della sociologia. Sono note le accuse rivolte da Durkheim a Tarde: questi avrebbe avuto il torto di voler spiegare i fatti sociali non attraverso altri fatti sociali – come raccomandava Durkheim – ma attraverso fatti psicologici. Per usare una terminologia moderna, Durkheim accusava Tarde di cadere nel riduzionismo adottando il principio dell’individualismo metodologico.

Effettivamente Tarde ha cercato di spiegare i fenomeni di moda, ma anche le regolarità statistiche che osservava nel campo dei fenomeni criminali e, in generale, tutti fenomeni ai quali si è interessato, a partire dal principio dell’individualismo metodologico.

Il fatto che i fenomeni di moda seguono una “legge geometrica” (oggi diremmo una legge esponenziale) deriva, secondo Tarde (v., 1890), dalla tendenza dei soggetti sociali a imitarsi reciprocamente. Questa ipotesi ‘psicologica’ dà conto del fenomeno ‘sociologico’ che si vuole spiegare: più numerosi sono i seguaci della nuova moda, più numerosi saranno gli imitatori. La crescita istantanea del numero dei seguaci è quindi proporzionale al loro numero:dn/dt=kn . Integrando questa equazione, se ne deduce facilmente che il processo di diffusione di una moda segue una legge “geometrica”.

Non è molto importante che, in questa analisi, Tarde semplifichi notevolmente i fenomeni della diffusione sociale. Ciò che merita rilevare è che, in forma originale e creativa e in contrasto con la raccomandazione di Durkheim, egli spiega un fenomeno sociale per via ‘psicologica’, in particolare a partire dal paradigma dell’individualismo metodologico. D’altra parte, come si avrà occasione di verificare in seguito, in contrasto con i suoi stessi principî, anche Durkheim utilizza suo malgrado questo paradigma nelle sue analisi più innovative.

Schumpeter, Popper e altri

Schumpeter e, sulla sua scia, Popper, Hayek e altri, hanno contribuito a imporre l’espressione ‘individualismo metodologico’ per indicare il paradigma che era stato correntemente utilizzato da Tocqueville e chiaramente identificato dalla maggior parte dei sociologi classici – da Pareto a Weber – o per accettarlo, come questi due autori e molti altri, o per respingerlo teoricamente, anche se non nella pratica, come Durkheim e in particolare i sociologi di orientamento positivistico.

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