Meditazione e psicanalisi

D’altro lato non difettano aspetti del buddhismo che particolarmente attraggono l’attenzione dell’Occidente: la tendenza all’introspezione, la propensione (che si ritrova anche nell’induismo) a un esame del profondo, a indagare le sopite tensioni del subconscio, ad accettare come un fatto indiscutibile che l’uomo è non soltanto ragione ma anche emozione, l’una e l’altra in equilibrio instabile, ma capace di essere ristabilito mediante il meccanismo di una tecnica meditativa molto complessa. Il buddhismo che, per esempio, ha anticipato di secoli la teoria freudiana del ‛complesso di Edipo’; offre un campo nuovo di ricerche alla psicanalisi, a un introspezione la quale ha il grande vantaggio che, mentre lo psicanalista occidentale indaga su un oggetto, il paziente, che gli è estraneo, è fuori di lui, nella meditazione buddhistica è il soggetto che esamina se stesso, scruta nel profondo le forze ivi dormienti e le ridesta, inserendole nell’unità dell’io, fino a dilatare il suo intelletto in uno stato di paracoscienza la quale trascende ogni dicotomia di io e mio, soggetto e oggetto. Questo risulta chiaro dalla letteratura sempre maggiore e più impegnativa che studia il buddhismo, non filologicamente, ma come ispirazione o suggerimento a nuove ricerche sulla psiche umana. La meditazione che esso prescrive e descrive è un’autoconquista.

Lo Jung ha intuito il grande valore che sotto questo punto di vista hanno i maṇḍala. Si può dire che il suo libro sul maṇḍala, Il segreto del fiore d’oro, è essenziale per la comprensione dei diagrammi mandalici che rappresentano per mezzo di simboli, lettere o figure di divinità, l’espandersi dal centro=luce=illuminazione=Essere, dell’universo e dell’uomo, macrocosmo microcosmo e quindi il ritorno o il riassorbimento in quel principio-luce-illuminazione, mediante l’esperienza dello spazio-tempo; e l’Uno, luce, illuminazione, Essere è al centro del maṇḍala, rappresentato sotto forma di un dio o di una sillaba: ciò perché l’uomo ha bisogno di un’immagine o di un simbolo come sostegno alla meditazione che lo condurrà alla reintegrazione. Lo stesso può dirsi nei riguardi della meditazione Zen che è stata oggetto da parte dello stesso Jung di sottili analisi, le quali presentano soluzioni diverse a mano a mano che egli approfondisce le sue indagini (Guérison psychologique, Genève 1953). Alla meditazione buddhistica, che affonda le proprie radici nell’esperienza yoga dell’India, ma anche se ne distacca per la sua struttura e forma, l’Occidente è oggi particolarmente interessato, anche al di fuori della cerchia degli specialisti.

Ciò non vuol dire però che a questa attrazione corrisponda sempre una profondità di intenzioni e una serietà di intenti e una costanza nella pratica. La meditazione orientale, specialmente quella buddhistica, anzitutto non è unitaria nella sua forma e nei suoi propositi. Essa si presenta in due aspetti distinti, tuttavia complementari: anzitutto un modo analitico: cioè un’introspezione la quale indaga i vari processi del nostro pensiero, e così analizzandoli li svuota, li cancella, ne dimostra la relatività e quindi la precarietà; non è nel pensare che noi possiamo trovare la nostra segreta identità: l’analisi insomma e l’introspezione servono ad eliminare il pensiero medesimo nelle sue dicotomie; la mente è ricettività di quanto le giunge dal di fuori o in se stessa immagina; le cose sono fantasmi del nostro pensiero, ma questo non è il nostro essere; il quale è piuttosto una vacuità non pensante, immota, ma nel contempo un’inesauribile possibilità di pensieri, che tuttavia esprimendosi diventa altro da sé, diventa soggetto ed oggetto. La recuperata sintesi di conscio e di inconscio (che i buddhisti del Mahāyāna chiamano śamatha) è uno stato di assoluta lucentezza, l’illuminazione primordiale: non può dirsi un’estasi, né un immersione o sprofondamento nell’inconscio. La meditazione è un’acquisizione durevole e costruttiva, un espandersi luminoso della nostra conoscenza, una para-conoscenza la quale è visione intera, l’illuminazione del Bodhisattva che è arrivato alla decima ‛terra’ ed è diventato Buddha.
La meditazione, come disse U. Thittila nel 1962, ha il compito di far emergere dall’oscurità ciò che giace nel meccanismo del profondo e induce gli uomini a trovare in essa un elemento di vivente ed armonica solidarietà; essa è un fattore positivo, capace di infrangere le consuetudini vuote di senso e di efficacia morale, perché addormentate in una tradizione incapace di rinnovarsi, un processo di autopurificazione, tentativo, mediante il modo di vita, l’introspezione e la concentrazione, di dar forma ad un restaurato equilibrio fra ragione ed emozioni, una tendenza a servirsi di nuovi simboli contro il ritualismo.