Il buddhismo in Asia V

Corea

In Corea il buddhismo era stato introdotto dalla Cina, in tutte le sue forme e scuole; anzi, per quanto concerne la diffusione del buddhismo, la Corea fece da tramite fra la Cina ed il Giappone. Ma sotto la dinastia Yi (1392-1910) il confucianesimo aveva preso il sopravvento e il buddhismo, che aveva subito anche delle persecuzioni, s’era ritirato sopratutto nei luoghi di montagna. Durante l’occupazione, nell’ultima guerra, i Giapponesi favorirono il buddhismo, ma lo tennero sotto un rigoroso controllo, nominando essi stessi gli abati dei principali monasteri. Dopo la fine della guerra si determina un risveglio; i monasteri ricchissimi d’opere d’arte sono restaurati, l’interesse per il buddhismo rinasce: naturalmente si intende il buddhismo mahayanico, perché soltanto le scuole di quest’ultimo erano rimaste. Il presidente Rhee era d’opinione che il decadimento del buddhismo fosse dovuto al fatto che i monaci non rispettavano più l’antica regola del celibato ed impose (1954) che essi non dovessero sposarsi. Ma in pratica la norma non è regolarmente seguita. E neppure sopravvivono le antiche sette introdotte un tempo dalla Cina. Nello stesso tempio si possono recitare i sūtra o praticare le liturgie delle differenti scuole. Nell’università buddhista di Dongguk i professori sono generalmente uomini sposati e non celibi e il buddhismo si insegna sui testi e non in forma apologetica. A Seul è stata aperta un’Organizzazione Centrale del Buddhismo (setta Chogye) di cui fanno parte i monaci celibi, che si propone di rammodernare la religione, renderla più consona allo spirito dei nuovi tempi, e sovraintende ai monaci e alle monache. Essa è affiancata da due organi: l’uno amministrativo, l’altro giuridico, che sorvegliano l’amministrazione, le finanze e la disciplina; gli iscritti recitano le preghiere, si confessano, si prostrano per centinaia di volte innanzi alle immagini del tempio, ma buona parte del tempo loro e dei discepoli è dedicato agli studi; la meditazione Zen sembra occupare un posto preminente; lo studio stesso si orienta verso indagini scientifiche più che teologiche. Vi è anche un’associazione, che comprende parecchie migliaia di studenti, la quale svolge attività sociali come la diffusione del pensiero e della prassi del buddhismo e l’insegnamento, perché il loro motto è ‟in alto, pensare all’illuminazione, in basso, educare le creature”. Si pubblica altresì un giornale ‟Il buddhismo coreano”.
A fianco a questo buddhismo ufficiale, si trova una setta, quella del buddhismo Won, fondata da Soe-tae San (1891-1943), la cui dottrina esalta il Dharma-kāya, il cosiddetto ‛corpo del Buddha’ cioè il piano dell’essenzialità, rappresentato da un simbolo nero su un fondo quadrato. Oggi la setta pare conti qualche centinaia di migliaia di seguaci e molti luoghi di culto; la sua dottrina è rivolta al popolo, i libri buddhistici su cui si basa sono tradotti in coreano parlato; è una setta aperta a tutti, laici e monaci che non hanno l’obbligo del celibato; il Buddha è immanente in ciascun essere o cosa, nel perpetuo divenire dell’universo; su questo si deve meditare per attuare in se medesimi l’unità della nostra personalità, indissolubile coesistenza di materia e spirito.

Formosa

Nell’isola di Formosa ritroviamo il buddhismo quale era conosciuto in Cina. L’Associazione buddhistica pubblica un giornale, ‟Fo-hsüeh-yüan”; esistono pure un Istituto per gli studi buddhistici e un altro per lo studio della filosofia cinese, ma il popolo pratica un buddhismo non privo di contanimazioni con culti e credenze tradizionali; d’altro canto si riscontra una notevole indifferenza nei riguardi del problema religioso, cui si contrappone presso gli intellettuali un desiderio di purificare il buddhismo e di restituirlo alla primitiva chiarezza e semplicità. Le persone colte sono cioè propense a riconoscergli una validità scientifica e filosofica da seguirsi per quanto concerne sia il lato etico sia l’analisi della realtà delle cose: nel medesimo tempo riconoscono che il buddhismo non è l’espressione di un pensiero soltanto cinese, ma un vincolo che accomuna i credenti in un credo di carattere universale. Il numero dei buddhisti nell’isola di Formosa è difficile a calcolare soprattutto perché molti si dichiarano buddhisti, senza sapere che cosa sia il buddhismo.

Altre scuole

Non debbono tacersi alcune scuole sincretistiche ma con forti elementi buddhisti che, nate in Cina, sono tuttora vitali presso le comunità cinesi del Sud-Est asiatico e specialmente Malaysia, Thailandia, Indonesia. Tale è ad esempio la religione del ‛perfetto vuoto’ (Chung-k’ung Chiao) fondata nel 1862 nel Chiang-hsi da Liao Ti-p’in (1827-1893), laico di formazione confuciana, che divenne poi monaco Ch’an (Zen) e si considerò incarnazione del Wu-chi, il Non-essere. Allora si distaccò dal buddhismo e creò una setta sincretistica che si propagò rapidamente: fino a pochi anni fa si contavano circa 180 chiese.

Sebbene il Non-essere ricordi il wu e il Tao dei taoisti, non è dubbio che il fondatore della scuola sia stato influenzato dal buddhismo, soprattutto dalla scuola Ch’an (si confronti il suo ‛Vuoto’ e il ‛Vuoto’ delle scuole Mādhyamika), sia pure giuntogli con la mediazione di testi più accessibili e popolari. Questa scuola predica altresì la prossima fine di un ciclo cosmico (kalpa della concezione buddhistica-indù). Avversa l’adorazione delle immagini, stimola ad opere di carattere assistenziale, promuove la riabilitazione dei fumatori d’oppio.

Nella Mongolia esterna, dopo la rivoluzione, molti monasteri furono distrutti, ma nel 1958 alcuni furono riedificati. Nel 1961 O. Lattimore trovò nel monastero di dGa’ Idan (pronuncia: Gandin) un centinaio di monaci; è stato riaperto il grande monastero di Urga (ora Ulan Bator) e s’è ridestato, per opera dell’Accademia mongola, un notevole interesse per il buddhismo; ma questo interesse è soprattutto scientifico con il proposito di raccogliere e pubblicare tutto ciò che resta della letteratura nazionale, ispirata in gran parte al pensiero buddhistico o di contenuto storico-genealogico. Lo scopo è evidente: cercare di avviare sulle basi dell’antica unità culturale un pan-mongolismo da opporsi alla Cina.

Anche in Russia la situazione sembra mutata; il buddhismo del Mahayana aveva seguaci presso i Calmucchi e i Buriati i quali erano in parte lamaisti; ciò ha indotto i Russi a rinunciare alla tolleranza che in un primo tempo avevano mostrato, cercando di convogliare i buddhisti a loro soggetti nel marxismo. Ma nel 1945 sembra che alcuni templi buddhisti siano stati ricostruiti. Ora gli studi buddhistici sono molto fiorenti in Russia, specialmente le ricerche sul lamaismo tibetano.