La sintesi novecentesca

Una sistemazione coerente dei problemi economici e politici fu riproposta negli anni della Seconda guerra mondiale dai fortunati lavori di W. Röpke, che esplicitamente si richiamava agli italiani Croce, L. Einaudi, Mosca, C. Antoni; Röpke utilizzava inoltre gli argomenti di Hayek, per il quale la programmazione economica conduce necessariamente al socialismo e alla sua inefficienza, con esiti inevitabilmente totalitari. Anche l’opera di Röpke è un attacco radicale al collettivismo, inteso in senso molto lato, come filosofia sociale che amplia al massimo le competenze e il potere costrittivo dello Stato, e apre, con espressione ripresa da Hayek, la «strada verso la servitù».
Ogni forma di economia controllata e di programmazione, anche nei limiti e nelle forme prospettate da J.M. Keynes o da J.A. Schumpeter, equivale al collettivismo; se pure la proprietà privata dei mezzi di produzione continua a sussistere nominalmente, essa è spogliata di ogni significato quando è sottoposta a un ordinamento economico che toglie al proprietario il diritto della libera disponibilità e della libera decisione; inoltre, il controllo dell’economia e la sua pianificazione distruggono il meccanismo creativo del mercato nel quale devono confrontarsi liberamente le nuove iniziative economiche, le nuove formule organizzative, i nuovi ritrovati tecnici, ecc.
In un’economia controllata il mercato, gravemente distorto, non dà più indicazioni valide per l’allocazione delle risorse e per la validità delle nuove intraprese industriali e commerciali: sicché il danno che ne viene alla società (anche sul piano della ricerca e della innovazione) è enorme. La «terza via» di Röpke si svolge fra gli scogli della degenerazione monopolistica e del collettivismo; essa concede allo Stato un «interventismo liberale», conforme al principio generale del sistema economico di mercato.

Crisi e rinascita del liberalismo

Anche se l’area politica rappresentata dal liberalesimo è in genere più ampia di quella coperta dai partiti liberali, si è parlato a ragione, per il 20° sec., di crisi del liberalismo. L’affermazione dei movimenti di massa e l’accentuarsi delle pressioni sulla sfera del governo hanno evidenziato già dai primi anni del Novecento il forte ruolo che si attendeva dall’intervento statale nell’economia e in altri campi. Nel secondo dopoguerra, dopo il crollo dei totalitarismi fascisti e nella lotta delle forze liberali contro il totalitarismo comunista, hanno ripreso forza le idee del liberalesimo, le quali poi hanno trionfato dopo la dimostrata inferiorità delle economie collettivistiche, che ha determinato il crollo dell’URSS e del suo impero.