Uscito dall’École Normale nel 1881, con una formazione essenzialmente positivistica, divenne nello stesso anno agrégé de philosophie. Nel 1889, con la tesi Essai sur les données immédiates de la conscience (trad. it. Saggio sui dati immediati della coscienza) e la dissertazione Quid Aristoteles de loco senserit, conseguì il dottorato nella Sorbona. Nel 1900 iniziò a insegnare al Collège de France e dal ’10 al ’24 occupò la cattedra di filosofia moderna, tenendo corsi frequentatissimi sulla libertà, l’idea di tempo, Plotino, Berkeley, Spencer, ecc. La Sorbona gli chiuse invece le porte, per l’ostilità degli ambienti accademici più tradizionali. Membro dell’Académie Française, nel 1928 gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Nel primo dopoguerra, rappresentò la Francia nell’assemblea della Società delle Nazioni, nella sezione per la cooperazione intellettuale. Condusse una vita appartata e dedita allo studio. Nel suo testamento lasciò scritto che, benché l’evoluzione del suo pensiero lo avesse portato al cattolicesimo, egli, ebreo, non aveva voluto battezzarsi per non abbandonare i suoi correligionari, perseguitati dai regimi totalitari dei quali fu tenace oppositore.

Il tempo come durata


Tre opere, l’Essai, già citato, Matière et mémoire (1896; trad. it. Materia e memoria. Saggio sulla relazione tra il corpo e lo spirito), L’évolution créatrice (1907; trad. it. L’evoluzione creatrice), segnano lo sviluppo della filosofia di Bergson. Nella prima è definito il concetto, centrale nel pensiero del filosofo, del tempo vissuto, o durata, attraverso una verifica interna. Se noi astraiamo dallo spazio, dai concetti dell’intelletto e dal linguaggio, strumento di rapporti di ordine sociale, immergendoci nel più profondo di noi stessi, veniamo a contatto immediato con una realtà che è assolutamente qualitativa, mobile e indivisa. Essa è costituita da stati di coscienza che si fondono in maniera da produrre una continuità vivente, un amalgama in continua evoluzione, un flusso sempre nuovo e originale, ma la cui eterogeneità è tale che ogni suo momento, ricco com’è del passato e già contenente il futuro, rispecchia a suo modo il tutto. Questa è la durata, che non è riconducibile alle categorie dell’unità e della molteplicità, e quindi nemmeno allo spazio, al numero, alla misura. Lo spazio è omogeneità quantitativa, la durata eterogeneità qualitativa; il primo può essere scomposto e ricomposto secondo leggi, l’altra ha un ritmo proprio, semplice, individuale e imprevedibile.

A partire da questa realtà, che costituisce la vera spiritualità dell’uomo, Bergson sviluppa una critica del tempo fisico-matematico. Questo comprende soltanto una serie di simultaneità o una successione di istanti perfettamente uguali e del tutto staccati l’uno dall’altro, e si lascia sfuggire la specificità della durata, che è invece flusso. La fisica proietta all’esterno questo movimento interiore e lo ‘spazializza’, rappresentandolo, per es. secondo lo schema dei quadranti dell’orologio che dividono il fluire del tempo in momenti successivi staccati tra loro. Ma questa è solo un’astrazione. La scienza fisico-matematica nasce da esigenze di carattere economico, per ordinare e classificare gli oggetti dell’esperienza interna o esterna. È invece la memoria a caratterizzare la vita della coscienza, raccogliendo il passato e custodendolo nella profondità della psiche.

L’evoluzionismo di Bergson


Nell’Évolution créatrice, Bergson riprende il motivo della durata, e la eleva a principio metafisico: l’evoluzione è spiegata nei termini di un principio semplice, lo «slancio vitale» (élan vital, «azione che di continuo si crea e si arricchisce»), ossia una forza creatrice universale, evolutiva e originale. In tal modo Bergson può superare sia l’evoluzionismo deterministico di Spencer sia quello finalistico, entrambi respinti in quanto negatori della spontaneità e della ricchezza del processo reale: l’uno e l’altro, infatti, si risolvono nell’affermazione tutto è dato, mentre «Dio non ha niente di fatto: egli è vita incessante, azione, libertà». Così una corrente di vita, dotata di una forza esplosiva intellettualmente non definibile, ha attraversato l’Universo, dando origine a innumerevoli correnti e tentativi. La vita naturale cresce, si sviluppa, «esplode» in varie direzioni, dando luogo alle distinzioni tra pianta e animale, istinto e intelligenza; quest’ultima porta l’uomo alla coscienza e alla costruzione di concetti, alle categorie e agli strumenti operativi della scienza: forme vuote sempre più astratte che conducono a frantumare la durata reale e a imporre etichette e simboli statici a una realtà in perenne movimento.

La scienza intellettualistica, con le sue categorie convenzionali subordinate alle necessità pratiche della vita, si rivela incapace di cogliere l’essenza più autentica della vita organica e dello spirito. Occorre, per questo, usare uno strumento superiore all’intelligenza e sfruttare le capacità simpatetiche dell’istinto, che, allargato a intuizione, diventerà capace d’installarsi dentro l’oggetto. L’intuizione, organo di una reale conoscenza partecipativa della realtà, è infatti «quella simpatia mediante la quale ci si inserisce nell’interiorità di un oggetto per coincidere con ciò che c’è in esso di unico». Bergson elabora così una metafisica evolutiva di stampo spiritualistico, capace si spiegare lo sviluppo della realtà come libera creatività, che, proprio perché tale, non può essere ridotta entro le schematizzazioni della scienza tradizionale.

Etica e religione


In Les deux sources de la morale et de la religion (1932; trad. it. Le due fonti della morale e della religione) le tesi fondamentali di Bergson vengono estese al campo morale e religioso. La natura ha spinto l’uomo verso l’evoluzione sociale, ma con uno sviluppo non predeterminato, come per gli animali, bensì contrassegnato da scelte libere. Nella società antica, chiusa, statica e conformistica, la religione (che pure con i miti aveva originariamente posto un argine alle forze centrifughe dell’individualismo) ha la funzione di conservazione dell’organismo sociale; a questa vecchia forma sociale è contrapposta da Bergson la possibilità di una società aperta e dinamica, nata dalla rivoluzione spirituale del cristianesimo e arricchita dagli sviluppi della scienza e dell’industrialismo.

La speranza è che, con un nuovo salto evolutivo, in essa potrà svilupparsi una religione eminentemente attiva, un nuovo misticismo capace di raffrenare le forze negative scatenate dalla stessa intelligenza dell’uomo.

Altre opere

  • Le rire (1900; trad. it. Il riso. Saggio sul significato del comico),
  • Introduction à la métaphysique (1903; trad. it. Introduzione alla metafisica),
  • L’énergie spirituelle (1919; trad. it. L’energia spirituale e la realtà),
  • La pensée et le mouvant (1934; trad. it. Il pensiero e il movente).

L’influenza di Bergson sulla cultura europea


La filosofia di Bergson ebbe rapida e notevole diffusione, soprattutto negli anni tra le due guerre mondiali, in contrasto con l’intellettualismo scientistico e come riaffermazione del valore teoretico dell’intuizione al di sopra dell’intelletto. Ancor prima che in campo filosofico, profonda è stata la suggestione nell’ambito della letteratura e delle arti, da M. Proust a P. Valéry, al simbolismo, all’ermetismo e all’impressionismo pittorico. La filosofia di Bergson, che porta alla più avanzata espressione il neospiritualismo di Ravaisson e la filosofia della contingenza di Boutroux, ebbe ripercussioni nel campo dell’estetica (futurismo), della filosofia epistemologica e religiosa (Leroy e James) e politica (Sorel). Lo sforzo di superare il positivismo, sfociò, in partic., in una sorta di misticismo e di rinnovamento romantico.

Importante è stato anche il confronto di Bergson con Einstein sul concetto di tempo (in Durée et simultanéité, à propos de la théorie d’Einstein, 1922; trad. it. Durata e simultaneità), che coinvolse anche Whitehead, Poincaré e Mead, con ripercussioni sull’epistemologia contemporanea.

    —  Dizionario di filosofia (2009)