Libro VI della Theologia

Il 29 aprile scrisse a don Filippo Colonna con accenti di scoraggiata amarezza per il perduto favore papale, insistendo per ottenere il proscioglimento dell’Atheismus; avviò pure (7 maggio) un carteggio amichevole con Pierre Gassendi e fra il maggio e l’ottobre si tenne in stretto contatto con Galileo, al quale si offerse con temeraria generosità quale difensore nell’addensarsi sempre più minaccioso delle nubi del processo inquisitorio a carico del vecchio scienziato. Nei primi mesi dell’anno dettò al Naudè, che s’era guadagnato la sua intera fiducia, l’autobiografica Vita Campanellae (perduta) e un Syntagma de libris propriis et recta ratione studendi, che quell’infido amanuense rifiuterà poi di restituire e di pubblicare, decidendosi a darlo in luce a Parigi, manipolato e postumo, soltanto nel 1642. Compose anche allora, in appoggio alla politica francese, il Dialogo politico tra un Veneziano, Spagnuolo e Francese circa li rumori passati di Francia, difendendo l’operato di Luigi XIII e del Richelieu in occasione del conflitto scoppiato tra il re, la madre Maria de’ Medici e il fratello Gastone d’Orléans; la data apposta alla scrittura in vari codici (15 novembre) è forse fittizia; più tardi, per tema di censure e vendette spagnole, il Campanella fu costretto a negare di esserne l’autore. Ai primi d’ottobre torna in villeggiatura presso gli scolopi a Frascati, dove incontra Giuseppe Calasanzio. Il pittore stilese Francesco Cozza ritrae con vigorosi tocchi le sembianze del Campanella in una tela oggi conservata presso i Caetani di Sermoneta. Si pubblica in Germania la settima edizione (seconda in tedesco) del Discursus sui Paesi Bassi. Al cadere dell’anno parte da Roma alla volta di Venezia Jacques Gaffarel, recando seco il De gentilismo e la Medicina, nonché una copia aggiornata dell’Index delle proprie opere, che il Campanella aveva allestito nel 1624 per conto del Gualtieri.

Nell’aprile 1633, replicando a due versi oltraggiosi diffusi a Roma in quei giorni, compone il Disticon pro rege Gallorum in lode di Luigi XIII per il suo fermo ma giusto contegno verso la madre e il fratello ribelli. Da Venezia il Gaffarel dedica (6 maggio) all’amico comune Jean Bourdelot l’Index delle opere del Campanella stampato dai torchi di Andrea Baba; subito il Campanella lo prega di non pubblicare altre cose sue per timore dei divieti romani; un indice analogo, che tien conto delle notizie depositate nel Syntagma dettato l’anno avanti al Naudè, vede la luce in Roma nel corpo della bibliografia romana dal 1630 al 1632, che Leone Allacci intitolò Apes Urbanae in onore del papa e dello stemma dei Barberini. Il 15 agosto il domenicano Alberto Boni dedica al card. Giambattista Pallotta la Monarchia Messiae del Campanella stampata in Iesi da Gregorio Arnazzini e accresciuta in appendice dei due Discorsi del 1626 sul buon governo degli Stati della Chiesa. Lo stesso giorno viene imprigionato a Napoli fra’ Tommaso Pignatelli, già discepolo del Campanella, che, fantasticando di liberare il Regno dal giogo spagnolo, aveva ordito un’ingenua congiura intesa ad avvelenare il viceré e i più potenti signori per chiamare il popolo a libertà; subito a Napoli si sospetta che il Campanella sia istigatore o mandante: un suo nipote è carcerato in Calabria e suo fratello Giovan Pietro si salva con la fuga, riparando a Roma. In quest’anno il Campanella compone probabilmente un perduto trattatello per uso dei missionari sul tema In quibus possunt communicare et in quibus non cum schismaticis et infidelibus.

La pubblicazione della Monarchia Messiae destò scalpore in Roma: il 12 genn. 1634 il Sant’Uffizio, ordinò all’inquisitore di Iesi di mandar copia del libro per sottoporlo all’esame del maestro del Sacro Palazzo; poco dopo, avendo il Riccardi subdolamente osservato che quel testo avrebbe potuto offendere i principi secolari con le sue rigide tesi teocratiche, il volume venne sequestrato e in gran parte distrutto. Il 23 marzo il Campanella inviò al card. Antonio Barberini un opuscolo non identificato in difesa dell’Ordine domenicano; da Venezia il Gaffarel dedicò la Medicina (23 settembre) al duca di Parma Odoardo Farnese, sul punto di recarla a Lione per la stampa; di là sottoscriverà (29 ottobre) l’indirizzo al lettore. Intanto a Napoli la situazione del Pignatelli precipita: condannato a morte (18 settembre), il giovane frate viene strangolato nel carcere (6 ottobre), dopo che una feroce tortura gli ebbe strappato un’ammissione di complicità del Campanella, che ritrattò poi fermamente in punto di morte. Tanto bastò perché gli Spagnoli levassero sempre più alte voci contro il Campanella, affermandone la colpevolezza e chiedendone il castigo. Trovandosi allora, secondo il solito, in villeggiatura a Frascati presso gli scolopi, egli apprese che da Napoli s’era sul punto di richiedere la sua estradizione e corse a Roma, donde scrisse (11 ottobre) in grande affanno al Colonna, supplicandolo di intercedere in suo favore presso il papa; nel frattempo cercò rifugio a palazzo Farnese, sotto la protezione dell’ambasciatore francese François de Noailles. Fu probabilmente lo stesso Urbano VIII, forse ansioso di evitare una disputa giurisdizionale incresciosa, forse memore dell’antica benevolenza, a suggerirgli l’espatrio: il Campanella si indusse così ad affrontare i rischi e i disagi della sua ultima fuga, verso quella Francia nella quale godeva ormai di largo credito e dove lo attendevano estimatori ed amici.

Travestito da frate dei minimi di S. Francesco da Paola, sotto il falso nome di fra’ Lucio Berardi, il 21 ottobre il Campanella lascia Roma di nottetempo nella carrozza del Noailles, che lo conduce fino a Livorno, donde si imbarca alla volta di Marsiglia. Vi approda il 28 e di là, il giorno seguente, scrive al dotto amico Nicolas-Claude Fabri de Peiresc, narrandogli le peripezie della fuga. Il 1º novembre giunge ad Aix-en-Provence, residenza del Peiresc, che lo ospita signorilmente in compagnia del Gassendi, venuto da Digne per incontrarlo: insieme essi svolgono filosofici conversari e osservazioni astronomiche sul pianeta Mercurio; da Aix (2 novembre) scrive al papa, denunciando con durezza le persecuzioni patite in Curia. Ripreso il viaggio, giunge a Lione (15 novembre) e trova con compiacimento i primi quattro libri della Medicina già finiti di stampare nell’officina del Pillehotte, al quale erano stati affidati dal Gaffarel; non ha notizia invece della Metaphysica, di cui aveva ottenuto copia qualche tempo prima il libraio romano Andrea Brogiotti, dietro promessa di farla stampare appunto a Lione. A Parigi arriva il 1º dicembre e di là il 4 scrive al card. Francesco Barberini, lamentando i continui torti che aveva dovuto subire in Roma; l’11 scrive al Peiresc, narrandogli le occorrenze del recente viaggio e l’ambiente di calorosa simpatia (spesso era estrinseca curiosità) che ha trovato a Parigi, dove ha preso stanza nel convento dell’Annunziata dei domenicani riformati nel “faubourg” St. Honoré. Due giorni dopo viene ricevuto onorevolmente a Ruel dal Richelieu.

Malgrado le manovre sotterranee dei nunzi, che, ispirati da Roma, cercano di gettare il discredito su di lui e sulle sue opere, le accoglienze tributategli dalle autorità e dai dotti sono lusinghiere. Prossimo ormai alla settantina, finalmente libero e sicuro, potrebbe godersi in pace i suoi ultimi anni: ma non sa stare inoperoso e quieto. Si adopera con il consueto entusiasmo per la conversione dei protestanti, per dar lumi alla condotta politica francese sullo scacchiere europeo e su quello italiano in particolare, per condurre innanzi la faticata stampa delle proprie opere. E intanto l’invidia dei malevoli non gli dà requie, insinua il discredito negli ambienti colti parigini, lo priva della piccola pensione ecclesiastica che gli consentiva di sostentarsi.
Dall’esilio l’indomabile perseguitato continua a riproporre le proprie difese, a lamentare la miseria in cui lo si abbandona, a lottare per i propri ideali politici e religiosi. Il 9 febbr. 1635 ottiene udienza da Luigi XIII, che lo accoglie con espressioni di cordiale benevolenza e gli assegna una pensione, che verrà poi pagata in modo discontinuo e con crescente ritardo. La Medicina, ottenuto il privilegio reale (26 febbraio), vede la luce poco dopo a Lione; il 15 marzo dedica ai fratelli François e Charles de Noailles la Philosophia rationalis, di cui sta preparando la stampa quale tomo I degli “opera omnia”. In aprile, alla vigilia dell’entrata in guerra della Francia contro i domini asburgici, presenta al Richelieu gli Aforismi politici per le presenti necessità di Francia e il 23 ne invia copia a Urbano VIII; poco dopo li rifonde in latino nelle Consultationes aphoristicae gerendae rei praesentis temporis per conseguire la disfatta degli Austro-ispanici.

In quel torno di tempo rielabora radicalmente la dottrina della predestinazione in un nuovo libro VI della Theologia, che assume così forma definitiva. Ricevuto onorevolmente alla Sorbona (2 maggio), ottiene di designare lui stesso i dottori incaricati di prendere in esame varie sue opere al fine di far approvare quelle non ancora munite dell'”imprimatur” romano; il 21 luglio già ottiene l’approvazione per il De gentilismo e il De praedestinatione. Il 7luglio aveva dettato un opuscolo epistolare a Jean-Baptiste Poisson, residente ad Angers, rispondendo ad un suo quesito sulla grandezza del punto matematico. Ottenuto il privilegio reale (26 agosto) il tipografo Toussaint Dubray intraprende la stampa della Philosophia rationalis. Dopo esser riuscito faticosamente nell’aprile a ricuperare da Roma il manoscritto della Metaphysica, il Campanella la rielabora un’ultima volta (quinta redazione in diciotto libri) e ottiene (15 ottobre-8 novembre) l’approvazione della Sorbona. Ottenuto il privilegio reale (22 novembre) per l’Atheismus triumphatus, il De praedestinatione e i minori scritti annessi, vede la raccolta approvata anche (8 dicembre) dal padre Julien Joubert, vicario della Congregazione gallicana dei domenicani, e l’11 la Sorbona approva la sola Disputatio in bullas del 1631: in tal guisa può affidare, sempre al Dubray, la stampa di buona parte del tomo VI degli “opera omnia”.

Continua intanto a scrivere suppliche, lamentele, proteste ripetute al papa e al card. Barberini, carteggia con amici francesi e romani, spiega vivace attività per convertire al cattolicesimo distinti personaggi ugonotti. La politica francese resta al centro dei suoi pensieri: dopo aver dettato, non oltre il maggio, la Comparsa regia (una sorta di appello legale del re di Francia al papa per ottenere il trasferimento della dignità imperiale dalla dinastia austriaca a quella francese), fra luglio e ottobre la include in un ampio trattato in volgare, nel quale discute, concludendo a tutto vantaggio della Francia, “se la monarchia spagnuola sia in crescimento, in stato o in mancamento”; sempre a sostegno della causa francese aveva anche composto sin dal maggio i Documenta ad Gallorum nationem, rievocando la grande ombra di Carlo Magno ad incitare i Francesi a coraggiosi propositi di grandezza.