Ecloga in portentosam Delphini nativitatem

Il 24 genn. 1636 la Sorbona approva il De sensu rerum, tosto munito (20 aprile) del privilegio reale; in febbraio vede la luce a Parigi, impresso dal Dubray e dedicato a Luigi XIII, il nutrito volume comprendente l’Atheismus, la Disputatio in bullas, il De gentilismo, il De praedestinatione e l’Expositio super IX Rom., che il 24 venne spedito al Peiresc; due giorni dopo il nunzio a Parigi informerà il Sant’Uffizio di non aver potuto impedire, come gli era stato ordinato, la stampa del volume, di cui preannuncia l’invio di un esemplare; non appena questo giunse a Roma, Urbano VIII ordinò (10 aprile) di sottoporlo a revisione.
Col proposito di impedire o ritardare la pubblicazione di altri scritti del Campanella gli emuli romani provocano intralci insidiosi: su istigazione del padre Riccardi la Sorbona invalida (2 maggio) le approvazioni concesse alle opere del Campanella e sancisce che in avvenire i censori non possano appartenere allo stesso Ordine dell’autore; nonostante ciò, il 1º giugno la Congregazione gallicana dei domenicani rilasciò l'”imprimatur” per la Metaphysica e in quegli stessi giorni vide la luce a Parigi, dai torchi di Louis Boullenger, la seconda edizione riveduta del De sensu rerum, preceduta da una dedica al Richelieu (che compensò l’omaggio con un regalo di cento doppie) e accompagnata dall’inedita Defensio redatta nel 1627; nell’anno seguente, mutato solo il frontespizio, il volume verrà smerciato anche dai librai Denis Béchet e Jean Dubray.

Per le difficoltà create dallo stato di guerra e dal disastroso andamento delle operazioni militari il Campanella non riceve più le rate della sua pensione e vive in gravi ristrettezze, che gli strappano lamentele continue. Piena di fervore rimane tuttavia la sua operosità di consigliere politico e di polemico difensore delle posizioni francesi nel conflitto europeo: nel maggio, confutando un intransigente libellista anonimo, detta un perduto parere al re, consigliandogli clemenza verso il fratello ribelle e devozione al papa (del tutto dà conto a Urbano VIII con lettera del 3 giugno); l’8 giugno recita a Conflans un perduto sermone sull’autorità del pontefice nel trasferire la dignità imperiale; tra primavera ed estate compone tre Discorsi a’ principi per cementare l’unione della Francia col Papato in funzione antiasburgica, un manipolo di Avvertimenti a Venezia che additano le insidie politiche di un’alleanza tra la Repubblica aristocratica e i Protestanti inclini al radicalismo democratico, una serie di Orazioni politiche ai principati italiani per esortarli ad una coalizione antispagnuola e ad un riassetto territoriale della penisola; ai primi di settembre redige un opuscolo sulla situazione politico-militare della Francia nel confuso teatro bellico europeo, che intitola A quibus desiderari pax debet secundum politicam, ed è forse identificabile con un vibrante memoriale superstite a Luigi XIII; compone infine una Disputatio (perduta) sulle cause che negano assurdamente alla Francia prospera e potente di dominare la tanto più debole Spagna. Ma anche tutti gli altri suoi molteplici interessi restano ben vivi, come appare dal carteggio col Peiresc, cui rammenta (19 giugno) le dispute padovane giovanili intorno alla filosofia democritea, o invia modelli di carta del sistema copernicano, o confida le sue amarezze per le strettoie della guerra, che paralizzano il lavoro delle tipografie. Ma un’amarezza ben più dolorosa lo attende: il 20 novembre il Sant’Uffizio, facendo propria una severa censura elaborata dai teologi domenicani della Minerva, fulmina la condanna del De praedestinatione. Invano il Campanella con lettere sempre più fitte, angosciate e supplichevoli protesta la propria innocenza e ortodossia presso il pontefice e i cardinali nipoti, svelando le trame dei nemici invidiosi e invocando la loro protezione.
S
empre animato dalla sua visione ecumenica dell'”unico ovile” e dell'”unico pastore”, il 10 genn. 1637 indirizza una eloquente epistola a Enrichetta Maria di Borbone, regina d’Inghilterra, sperando per suo tramite di ricondurre quel reame al cattolicesimo, ma non riesce a farla pervenire alla destinataria; manda anche (16 febbraio) al potentissimo Pierre Séguier, cancelliere di Francia, la protesta dettata due anni avanti contro la trasmissione ereditaria della dignità imperiale. Il 6 aprile scrive ancora una volta al papa, lamentando le persecuzioni patite e chiedendo la restituzione dei libri che tuttora gli sono trattenuti dai censori romani; più tardi invierà a Roma una relazione polemica sugli scritti di Théophile Brachet de La Milletière, assertore di un’irenica concordia fra cattolicesimo e protestantesimo, che giudica pericolosi per il loro indifferentismo dogmatico e l’impronta gallicana. Il 6 agosto dedica al Séguier la ristampa della monumentale Philosophia realis, tomo II degli “opera omnia”, impressa a Parigi da Denis Houssaye.

Tutte le sezioni dell’opera risultano variamente rielaborate e accresciute rispetto alla stampa francofortese del 1623: solo nei capi VI e VII dell’Ethica si riscontra la soppressione di larghi brani di argomento medico, svolti ormai nella più specifica sede della Medicina;a ciascuna delle quattro parti vengono allegate le vastissime Quaestiones inedite; recente è l’Appendix alla ventesima Quaestio physiologica, nella quale il Campanella smantella vigorosamente, ma con scarso rispetto delle convenienze cortigiane, il trattatello Du desbordement du Nil (Paris 1634) di Marin Cureau de La Chambre, influente e vanitoso medico del re. Il grosso in folio della Philosophia realis reca anche in calce il De regno Dei del 1630 e la Pro conclavi admonitio del 1623 e ristampa altresì a mo’ di preambolo e con pochi ritocchi il De gentilismo col più ambizioso titolo di Disputatio in prologum instauratarum scientiarum. Nel corso del 1637 Toussaint Dubray completa la stampa dei Logicorum libri, la seconda e più nutrita delle cinque sezioni della Philosophia rationalis.

Il 18 genn. 1638 il re concede a Filippo Borelli, amanuense e famiglio del Campanella, un privilegio ventennale per la Metaphysica, ma poche settimane più tardi viene approvato anche un astioso e prolisso Anticampanella redatto in greco dal monaco bizantino Atanasio Retore per confutare il sensismo del C; ridotta in compendio latino, l’opera vedrà poi la luce nel 1655. Jean Dubray conclude (30 aprile) la stampa della Philosophia rationalis, che reca in fronte la vecchia dedica ai fratelli Noailles e in appendice la stesura definitiva dell’indice programmatico degli “opera omnia”; inviando il volume in omaggio a Ferdinando II de’ Medici (6 luglio), il Campanella rievocherà i suoi antichi rapporti con quella casa, l’amicizia con Galileo, e vergherà le parole profetiche: “il secolo futuro giudicarà noi, perch’il presente sempre crucifige i propri benefattori; ma poi resuscitano al terzo giorno o ‘l terzo secolo”. Tramite Pompone II de Bellièvre, ambasciatore di Francia a Londra, inoltra una seconda copia dell’epistola alla regina d’Inghilterra, ma il diplomatico la tratterrà fra le proprie carte senza consegnarla. Dal canto suo il padre Riccardi escogita una nuova vessazione, facendo intimare ai librai parigini divieto di smerciare le opere del Campanella; questi, indignato, scrive a Roma (3 agosto), denunciando il sopruso e chiedendo invano di poter mettere l’occhio sulle censure mosse al De praedestinatione, per confutarle. Viene in luce dall’officina di Denis Langlois l’ingente tomo in folio della Metaphysica, quarto volume degli “opera omnia”, preceduto da una dedica del 15 agosto a Claude Bullion de Bonolles, ministro delle Finanze; il nome del tipografo è taciuto per eludere le minacciate sanzioni. Il 5 sett. 1638, nel giorno in cui il Campanella compie il settantesimo anno, nasce alla Francia il sospirato erede al trono, atteso per cinque lustri: il futuro Luigi XIV; pochi giorni dopo, chiamato a palazzo ad esaminare l’infante e a trarne l’oroscopo, il Campanella pronuncerà sul piccolo Re Sole un lungimirante presagio. Compose poi, nel dicembre, l’Ecloga in portentosam Delphini nativitatem, ultimo e ispirato suo carme, volto a celebrare quella fausta nascita e a riaffermare la propria fede giovanile in una palingenesi universale destinata a recare l’unità delle nazioni e la pace fraterna a tutti gli uomini.

Poco dopo, con una perduta Apologia, dovrà difendere quei versi dalle censure linguistiche di certi cortigiani malevoli e saccenti; nei primi giorni del ’39 l’Ecloga vedrà la luce a Parigi, in due diverse tirature, dalla stamperia del Dubray.
Provata dai lunghi patimenti e disagi, aggravata dalla pinguedine, dai malanni numerosi, dalle amarezze, la vita del Campanella volgeva al termine: il 1º febbr. 1639 scrisse ancora al card. Antonio Barberini, lamentando la propria misera situazione e l’ostile silenzio in cui cadevano a Roma le sue suppliche e proteste; il 4 marzo spedì al card. Francesco Barberini l’ultima sua lettera superstite, riaffermando, frammezzo alle lagnanze e difese consuete, l’alta consapevolezza della propria missione di apologeta radicale del cristianesimo, di rinnovatore scientifico e sociale e di nunzio del secolo nuovo.

Nel maggio le configurazioni astrali, sempre osservate con vigilanza assidua, gli preannunciarono pericolo grave, in dipendenza dell’eclisse prevista per il 1º giugno; caduto ammalato, invano il Campanella tentò di scongiurare con riti propiziatori, alla cui efficacia aveva sempre prestato credito, il malefico influsso che lo minacciava. Spirò santamente, alle 4 del mattino del 21 maggio, fra le preghiere dei confratelli del convento domenicano, e venne sepolto nell’attigua chiesa dell’Annunziata; la Rivoluzione, abbattendo nel 1795 (per sostituirlo con un mercato) l’edificio che aveva dato asilo e come alle riunioni dei giacobini, ha cancellato ogni traccia del suo sepolcro.

    —  DBI – di Luigi Firpo