Discorsi ai principi d'Italia

Il 27 ott. 1604 il papa designa Giovanni Ruiz de Baldevieto a sostituire il de Vera (pronunciato inabile sin dal 29 luglio) in seno al tribunale per la congiura degli ecclesiastici; nel gennaio 1605 il Campanella tenta invano di farsi ricevere dal viceré, ponendo l’accento sulla propria perizia nelle scienze politiche. Dopo la morte di Clemente VIII (5 marzo) e il brevissimo pontificato di Leone XI, nuove speranze suscita in lui l’ascesa al soglio (16 maggio) di Camillo Borghese col nome di Paolo V. Il 26 marzo i frati complici, concluso il processo per la congiura, vengono liberati, ma per tacito accordo fra i giudici ecclesiastici e il governo spagnolo (timoroso di dover consentire, a sentenza pronunciata, che il Campanella venga trasferito a Roma in virtù della condanna subita per eresia) il filosofo viene “dimenticato” nella “fossa” di Castel Sant’Elmo: gli toccherà ancora penare per più di vent’anni nelle segrete dei castelli napoletani.

Il 17 giugno 1605, certo a richiesta del Campanella, un ignoto amico denunzia al Sant’Uffizio romano che egli subisce gravi maltrattamenti da parte dei ministri regi; in agosto indirizza egli stesso un memoriale (perduto) al nunzio Aldobrandini e all’inquisitore Diodato Gentile, vescovo di Caserta, chiedendo di venire ascoltato di persona e preannunciando mirabolanti rivelazioni e promesse; visitato nell’ottobre dai due prelati, ne viene giudicato un esaltato visionario. Nel corso dell’anno svolge attività intensa di scrittore: compone un libro latino Cur sapientes et prophetae nationum omnium in magnis temporum articulis fere omnes rebellionis et haeresis tamquam proprio crimine notentur ac morti violentae subiaceant, et postmodum cultu et religione reviviscant (perduto), volto a indagare le cause del fallimento pratico di tutti i grandi filosofi e profeti; intraprende la stesura in volgare di una radicale apologia razionalistica del cristianesimo, che intitola Recognoscimento filosofico della vera universale religione contra l’anticristianesimo macchiavellistico e che trasfonderà poi nell’Atheismus triumphatus; pone mano agli Articuli prophetales, vasta silloge di testimonianze a suffragio del proprio millenarismo.

Il 23 maggio 1606 rilasciò una dichiarazione all’abate Vincenzo Pagano per ottenere rimedi utili alla propria salute fisica e morale, dicendosi ammalato, senza cibo, privo di assistenza spirituale; il 2 giugno inoltrò una seconda supplica al Gentile; il 13 da Roma si ordinò di provvederlo di un prudente e discreto confessore, ma il viceré volle riservare a sé la facoltà di sceglierlo e pretese che fosse in ogni caso spagnolo. Tra il luglio e l’agosto indirizzò suppliche appassionate a Paolo V, a Filippo III di Spagna, ai card. Girolamo Berneri, Cinzio Aldobrandini e Odoardo Farnese, al nunzio a Napoli Guglielmo Bastoni: in esse il recluso chiede di venir trasferito a Roma, narra patimenti e sventure, elenca le opere compiute o progettate, profferisce audaci o stravaganti promesse; da ogni pagina spira un inesausto fervore di operare per il bene della cristianità, un ravvivarsi perenne dei propositi e delle speranze. In quell’anno detta la bellissima, dolorante Canzone di pentimento, indirizzata al Berillari, e poco più tardi le grandi Salmodie sulla bellezza del creato e la potenza dell’uomo; intanto rielabora l’Epilogo magno e lo correda di “avvertimenti”, nei quali riprende la discussione delle dottrine dei filosofi classici abbandonata dopo la perdita (1593) del De rerum universitate;probabilmente in quest’anno, se non prima, ricompone in compendio i Discorsi universali del governo ecclesiastico, cui recherà in seguito ripetute aggiunte; fra il settembre e l’ottobre detta tre libri di accorate rampogne ed esortazioni A Venezia (che lo Scioppio intitolerà poi Antiveneti)e si offre al papa quale campione della Chiesa nell’aspra contesa dell’interdetto contro la Serenissima. La gravità del momento politico e il serrato dibattito dottrinale in corso lo inducono anche a stendere in volgare, riprendendo in parte i concetti della smarrita Monarchia dei Cristiani, l’esposizione del suo ideale di teocrazia ecumenica col titolo di Monarchia del Messia, cui allega in appendice un Discorso delle ragioni che ha il Re Cattolico sopra il Mondo Nuovo e altri regni d’infedeli;infine vagheggia il progetto, e forse lo attua in parte, di “un volume per convertir li gentili dell’Indie orientali e occidentali”, prima stesura di quello che sarà il libro II del Quod reminiscentur.

Ai primi del 1607 il Campanella entrò in rapporto epistolare con il controversista tedesco Kaspar Schoppe (italianizzato in Scioppio), neofito del cattolicesimo, che promise di interessarsi ai suoi casi. Il 23 marzo l’inquisitore Gentile chiese a Roma che il domenicano Gaspare Peña, confessore del Campanella, fosse autorizzato ad assolverlo anche dai casi riservati; il 19 aprile la concessione venne accordata, ma si invitò il Gentile a farsi consegnare il trattato sulla conversione degli eretici (il Recognoscimento ricordato) e a mandarlo a Roma; fin dal 12 intanto il Campanella aveva indirizzato un ampio memoriale al papa e al collegio cardinalizio con le suppliche e promesse consuete. In quei giorni (17 aprile) lo Scioppio venne a Napoli e, pur non riuscendo a vedere di persona il Campanella, scambiò con lui varie lettere, in realtà mirando piuttosto a carpirne manoscritti e suggerimenti per i propri lavori polemici che ad aiutarlo concretamente. Vedendo così rinverdire le proprie speranze, il Campanella detta memoriali appassionati diretti a Paolo V, a Filippo III, all’imperatore Rodolfo II, agli arciduchi d’Austria, a vari cardinali; carteggiando con lo Scioppio, redige per lui vari opuscoli epistolari di argomento medico: sull’avvelenamento mercuriale dei luetici (perduto), sul modo di evitare il freddo o la calura eccessiva e un De pestilentia Coloniensi indirizzato il 14 giugno a Serafin Henot.

Il 18 maggio lo Scioppio partì da Napoli alla volta di Roma; poco più tardi, sotto la data forse fittizia del 1º giugno, il Campanella gli spedì copia di tutte le sue opere disponibili: erano tra esse i Discorsi ai principi d’Italia di recente rielaborati, gli Aforismi politici espressamente corredati di postille latine, nonché due testi oggi perduti, cioè l’Apologia pro Telesio del 1593 e il Prognosticum astrologicum del 1603. Lo stesso giorno dedicò allo Scioppio, ultimato e tradotto in latino, il trattato contro gli increduli, intitolato Recognitio verae religionis, invitandolo a volgerlo in tedesco perché facesse frutto nella conversione della Germania; il destinatario si limiterà a mutargli il titolo nel pomposo Atheismus triumphatus. Il 5 luglio il Sant’Uffizio romano prese in esame due memoriali del Campanella, nei quali egli chiedeva di essere trasferito in carcere meno duro e di venir tradotto a Roma per sottostarvi ad un nuovo processo; l’ordine fu di assegnargli una cella meno disumana nello stesso Castel Sant’Elmo e di rivedere il suo incartamento processuale. In quei giorni il prigioniero componeva la canzone Della prima possanza e, in una sofferta lettera a mons. Antonio Querenghi, tracciava un quadro delle proprie traversie giovanili e dei lunghi patimenti. Il 17 agosto l’inquisitore Gentile notificò a Roma che, per ordine del viceré, il Campanella era stato trasferito in una cella ordinaria.
Partendo da Roma alla volta della Germania (2 settembre) lo Scioppio porta con sé copia di vari scritti del Campanella: sulla metà del mese, a Bologna, tenta invano di far stampare la Monarchia del Messia e i Discorsi ai principi, e poco dopo, a Venezia, conduce inconcludenti trattative con il libraio senese Giambattista Ciotti per la pubblicazione del dell’Atheismus, del Senso delle cose e dell’Epilogo magno; arrestato per due giorni (27-28 settembre) come agente politico sospetto, si vede sequestrare la Monarchia di Spagna e gli Antiveneti.

Ai primi di genn. 1608 l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, il futuro imperatore, indirizza al viceré una commendatizia per il Campanella, auspicando per lui carcere più umano e facoltà di scrivere; il 24 si legge nel Sant’Uffizio romano un memoriale del Campanella, che chiede daccapo di essere tradotto a Roma e una revisione del processo, ma il papa non acconsente. Finalmente tra marzo e aprile viene trasferito in Castel dell’Ovo, dove resterà per sei anni in detenzione meno feroce, tanto da poter ricevere visite di ammiratori e discepoli e da aver agio di stendere la traduzione latina di molte sue opere, così da facilitarne la diffusione oltr’Alpe. Subito insospettito, il Sant’Uffizio romano invita mons. Gentile (29 giugno) a procurare che il Campanella passi dalle carceri regie a quelle dell’Inquisizione, visto che sussistono gravi indizi a suo carico; solo nel settembre, per la recisa opposizione vicereale, si lascerà cadere la pratica. Per contro l’arciduca, su istanza dei potenti banchieri Fugger, rinnova il suo intervento (3 ottobre), stavolta chiedendo addirittura la liberazione del Campanella.

L’operosità del recluso è sempre intensa: nel maggio, in risposta ad un quesito del medico tedesco (ma residente a Roma) Giovanni Faber, gli invia un opuscolo epistolare “sul pieno e sul vacuo”; entro l’agosto compone i tre Arbitrii sopra l’aumento delle entrate del Regno con acuti suggerimenti di politica tributaria e, per mezzo del confessore Peña, li fa pervenire al viceré, che li prende in esame e solleva obbiezioni, cui il Campanella risponde. Intanto dà l’ultimo compimento agli Articuli prophetales e continua a carteggiare con lo Scioppio, insistendo perché questi non dismetta i tentativi di liberarlo e incitandolo con suggestive promesse; per contro, lo zelo del poco fedele amico si va raffreddando: in Germania egli fa tradurre in latino i Discorsi ai principi d’Italia, ripromettendosi di farli stampare a Monaco, ma non conduce a buon fine il disegno.
I
l 26 marzo 1609 nel Sant’Uffizio romano si diede lettura di un memoriale indirizzato dal Campanella al papa, probabilmente quello che possediamo, senza data, ma certo del 1609, ch’egli spedì a Paolo V, Filippo III e Rodolfo II, implorando libertà; si decise di riesaminare la sua causa. Il 20 maggio scrisse anche allo Scioppio, supplicandolo di intercedere per la sua liberazione; il 15 giugno il nunzio a Graz informò il Sant’Uffizio del continuo carteggio corrente tra il Campanella e lo Scioppio, al quale aveva spedito gli Antiveneti e la Monarchia del Messia, proclamandosi in grado di profetare e di compiere miracoli. Il 25 giugno il papa ordina che la cella del Campanella venga perquisita, gli si impedisca di scrivere e si compili un sommario informativo del suo processo; il 16 luglio si decise di scrivere a mons. Gentile per ottenere la traduzione del prigioniero a Roma, ma l’ultimo del mese l’inquisitore napoletano riferiva il rifiuto del viceré di consegnarlo all’autorità ecclesiastica; il papa ordinò allora (13 agosto) di esercitare pressioni dirette sul re, tramite il nunzio a Madrid, per ottenere l’estradizione e di far compilare intanto la lista degli errori in materia di fede contenuti nei suoi scritti. Partito da Graz il 24 luglio, lo Scioppio rientrò a Roma (20 agosto); l’arciduca aveva già richiesto con un terzo memoriale (30 luglio) che egli venisse ammesso a diretti colloqui col Campanella, dal quale contava di trarre larga messe di suggerimenti per la sua polemica contro i riformati; in realtà egli non si spinse più fino a Napoli, ma il Campanella gli scrisse a lungo (7 novembre) dissertando ampiamente sull’Anticristo e caldeggiando la propria liberazione.