Di origini contadine, studiò grazie all’aiuto del barone von Miltitz, morto il quale dovette affrontare dure difficoltà di vita. Studiò nelle università di Jena e di Lipsia. Fu precettore a Zurigo nel 1788, dove conobbe Marie Johanne Rahn, nipote di Klopstock, che poi sposò. Dopo la lettura delle opere di Kant, che lo entusiasmarono, si recò a Königsberg nel 1791 per conoscere personalmente il filosofo, e gli presentò il Versuch einer Kritik aller Offenbarung che, pubblicato anonimo nel 1792, fu attribuito allo stesso Kant.

Nel 1793 pubblicò i Beiträge zur Berichtigung der Urteile des Publicums über die französische Revolution, apologetico della Rivoluzione e di Rousseau, interpretati entrambi con criteri che già annunciano gli ulteriori svolgimenti della sua filosofia.

Dal 1794 al 1799 professore di filosofia all’università di Jena, dovette lasciare l’incarico in seguito a un’accusa di ateismo, che ebbe strascichi polemici. Agli anni di Jena appartengono le sue opere fondamentali: Ueber den Begriff der Wissenschaftslehre oder der sogenannten Philosophie (1794), Grundlage der gesammten Wissenschaftslehre (1794), Vorlesungen über die Bestimmung des Gelehrten (1794), Grundlage des Naturrechts (1796), Das System der Sittenlehre nach den Prinzipien der Wissenschaftslehre (1798).

Dopo Jena si recò a Berlino, dove ebbe contatti con il circolo romantico. Fu poi a Königsberg e a Copenaghen. Nell’inverno 1807-08 tenne a Berlino le famose Reden an die deutsche Nation. Fu professore e rettore dell’università fondata a Berlino nel 1810. Come Fichte stesso dice, fu la Kritik der praktischen Vernunft di Kant a rivelargli un nuovo mondo diverso da quello della necessità, il mondo della morale, del dovere, della libertà.

Il pensiero di Fichte

Il punto di partenza e il tema fondamentale della meditazione fichtiana è costruire un edificio sistematico che abbia come fondamento un principio di libertà. Il corso storico, la vita politica, la vita individuale tendono e devono tendere verso la realizzazione di una sempre maggiore libertà, contro il meccanicismo, la passività, la ripetizione. Aderire a una filosofia come la sua, dice Fichte, non è soltanto il risultato di una riflessione, ma è essenzialmente una scelta, quella scelta che è lo stesso punto di partenza della filosofia fichtiana, la quale ha confessatamente origine in un atto di fede, la fede nell’autonomia e nella libertà dell’uomo. Per dare un fondamento speculativo a queste esigenze, Fichte si serve di un metodo, che pretende di andare più a fondo di quello di Kant, il quale si limitava a constatare e analizzare, mentre Fichte costruisce o piuttosto descrive una genesi ideale. Il problema è ricondurre a un principio unico di libertà ogni fenomeno, compresi quelli che si presentano con caratteri opposti ad esso.

Questo principio di libertà è l’Io, puro atto verso la cui realizzazione noi tendiamo. Nella Grundlage (1794) Fichte espone la genesi ideale del mondo attraverso alcuni principi fondamentali. Il primo principio è l’io pone sé stesso, col quale principio noi pensiamo un’attività illimitata, un assoluto atto spirituale. Il secondo principio è l’io pone il non-io; anche questo principio è assoluto, inderivabile dal primo, e rende ragione della necessità di una opposizione, di una resistenza, perché l’io si realizzi. Con ciò io e non-io sono in reciproco rapporto e si limitano reciprocamente. Di qui il terzo principio, l’io oppone nell’io all’io divisibile un non-io divisibile. Abbiamo così raggiunto la coscienza empirica, la cui esperienza, sia in quel che ha di attivo, sia in quel che ha di passivo, ha la sua fonte ultima nell’io puro.

L’esperienza dell’io è duplice, teoretica e pratica. La prima è la presa di coscienza dell’io attraverso la rappresentazione dell’oggetto; dalla sensazione alla ragione si ha un progressivo intervento delle facoltà rappresentative nel processo di costituzione dell’oggetto conosciuto, ciascuna delle quali interviene perché il soggetto cerca di possedere pienamente l’oggetto, ossia di trovare in sé stesso la ragion d’essere di esso. Ma questa esigenza non può essere soddisfatta appieno, giacché, se lo fosse, verrebbe meno la stessa esperienza teoretica, la quale presuppone l’alterità dell’oggetto e quindi l’urto del soggetto nell’oggetto. Questa esigenza di possesso completo dell’oggetto è la meta ideale (destinata a rimanere tale) verso cui tende progressivamente l’attività pratica. E tale è in generale il compito dell’uomo morale; ma questo compito si attua attraverso una serie di azioni particolari, a seconda delle singole persone e delle circostanze. Ora la particolarità dei doveri non è data dall’impulso morale puro, ma dall’unione di impulso morale e impulso naturale; l’impulso naturale offre la materia dell’azione, il morale puro la forma. Con ciò Fichte cerca evidentemente di superare le difficoltà del formalismo kantiano; comunque la sua morale è una morale dell’autonomia spirituale.

Strettamente connessa con la dottrina morale di Fichte è la sua dottrina politico-giuridica. Il diritto è fondato sull’autonomia della persona e sorge dall’esigenza di garantire questa autonomia. Ma a ciò non bastano le volontà singole; occorre una volontà superiore che faccia propria l’esigenza giuridica e le dia forza. Questa volontà è lo stato, la cui autorità si basa sul consenso dei singoli, secondo lo schema contrattualistico, ripreso da Fichte. Ma lo stato fichtiano non è semplicemente giuridico; ha anche una funzione etico-pedagogica, volta a promuovere la libertà dei cittadini. Non deve, per es., limitarsi a garantire il diritto di proprietà, ma deve fare in modo che tutti ne fruiscano; lo stato pertanto interviene nella vita economica, tanto che si è parlato talora di un socialismo di stato fichtiano. L’azione dello stato è però soltanto un mezzo per l’attuazione della vita morale, sì che esso si estinguerebbe se la vita morale potesse realizzare la meta ideale cui aspira, ma alla quale, come si è osservato, essa può solo progressivamente avvicinarsi.

Si suole parlare di una seconda fase della filosofia fichtiana, che si fa cominciare col 1800, anno di pubblicazione di Die Bestimmung des Menschen. In essa ritroviamo tutti gli elementi della precedente speculazione, ma con un mutamento di accenti e di toni. L’io puro diventa una sorta di assoluto, al di sopra dell’io finito; beninteso è sempre l’io finito che rivela e realizza questo assoluto, ma è l’assoluto che è il primo, e la libertà, il sapere dei singoli gli sono subordinati. Fichte indulge a motivi religiosi, come quello della grazia o dell’aspirazione all’eterno, ripercorrendo itinerarî neoplatonici; i vecchi motivi della sua filosofia continuano tuttavia a vivere, ma all’interno di questo nuovo quadro. Ciò è caratteristico del pensiero politico, i cui temi restano i medesimi, solo che Fichte sovrappone ad essi una funzione pedagogica (e autoritaria), che li promuova; il popolo, per es., che egli aveva teorizzato sovrano, è ora incapace di governarsi da sé e ha ancora bisogno di essere educato.

    —  Enciclopedia onlineTreccani

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