Sia la connotazione che la denotazione del termine ‛esistenzialismo’ sono problematiche. Esso è stato infatti definito in modi diversi; e, a seconda della definizione che se ne dà, un filosofo o un indirizzo filosofico può essere o meno considerato come espressione dell’esistenzialismo. Questo spiega perché alcuni dei filosofi che sono considerati tra i rappresentanti maggiori dell’esistenzialismo (come Heidegger e Jaspers) ne abbiano rifiutato la qualifica. E già questo fatto esclude che l’esistenzialismo possa essere considerato come una scuola filosofica (quale è stato per es. l’idealismo classico tedesco) che obbedisca a pochi capisaldi dottrinali. Esso è piuttosto un clima culturale e filosofico, che ha caratteri generali ben discernibili, ma nel quale sono nati e si sono sviluppati indirizzi di pensiero diversi che hanno talora condotto a conclusioni antitetiche. Questo tuttavia non annulla ogni affinità tra i pensatori che sono stati designati con questo termine: né le sue caratterizzazioni diverse si escludono sempre reciprocamente, perché il più delle volte esprimono, ognuna, qualche tratto fondamentale di esso, più evidente o dominante in alcuni filosofi e meno in altri. Tenendo presenti queste avvertenze, i tratti fondamentali dell’esistenzialismo possono essere ricapitolati nel modo seguente.

  1. L’esistenzialismo assume come suo punto di partenza l’analisi dell’‛esistenza’ intesa come modo d’essere proprio dell’uomo: un modo specifico, diverso da quello di tutti gli altri enti del mondo. Essa è in ogni caso un rapporto (o un insieme di rapporti) col mondo ma non include dentro di sé il mondo stesso (o la realtà in generale) come se questo fosse solo ‛rappresentazione’ o ‛idea’. In generale l’esistenzialismo rifiuta l’idealismo gnoseologico e anche quando identifica l’esistenza con la ‛coscienza’ nega che alla coscienza si riduca la realtà delle cose ma piuttosto interpreta la coscienza stessa come ‛trascendenza’ cioè ‛apertura’ alla realtà o manifestazione di essa.
  2. Il rapporto con l’essere (con le cose, con gli altri uomini, col mondo, con Dio), costitutivo dell’esistenza, non è mediato e oggettivo, ma ‛immediato’ o ‛immediatamente’ vissuto; e comprende non solo l’aspetto intellettuale o conoscitivo ma anche quello emotivo e pratico. I filosofi esistenzialisti trascurano la distinzione tradizionale tra conoscenza, sentimento e attività pratica: ritengono che tutte queste attività sono indistinguibilmente fuse in ogni tipo o forma di rapporto che l’esistente può avere con gli altri enti. La nozione di esperienza vissuta (Erlebnis), della quale si erano avvalsi Dilthey e Husserl, è presupposta e utilizzata dall’esistenzialismo.
  3. L’esistenza è sempre individuata, concreta, singola e irripetibile, anche se può decadere ad esistenza ‛anonima’ (esistenza ‛inautentica’). Ciò vuol dire che l’esistenza non può essere ridotta a elementi o concetti universali o razionali né identificarsi con la ragione intesa come attività impersonale o processo dialettico. In tal senso si suol dire che per l’esistenzialismo l’esistenza ‛precede’ l’essenza: cioè che solo a partire dall’individualità concreta si può intendere la formazione e la funzione di procedure, concetti o progetti a carattere universale. Ma questo stesso carattere universale non consiste in altro che nella possibilità della comunicazione tra un’esistenza e l’altra.
  4. Come rapporto individuato e concreto con altri enti, l’esistenza si trova sempre in una ‛situazione’ altrettanto individuata e concreta che in qualche misura la condiziona. In ciò consiste il carattere finito (la ‛finitudine’) dell’esistenza. Anche quando ammette che l’esistenza è in rapporto con l’infinito, l’esistenzialismo rifiuta l’identificazione del finito (esistente, uomo) con l’infinito (Dio, Mondo). Per la sua finitudine l’esistenza ‛non è’ l’essere. Questa negazione è assunta da alcuni esistenzialisti come la dichiarazione della radicale o totale ‛nullità’ dell’esistenza; da altri soltanto come il riconoscimento che l’esistenza non ha lo stesso ‛modo d’essere’ dell’Essere totale e infinito.
  5. Come rapporto con l’Essere, l’esistenza è una ‛possibilità di essere’, o un insieme di possibilità, che possono realizzarsi o meno. L’esistenza non è una realtà sostanziale che ha o possiede certe possibilità, ma è le sue possibilità stesse. Perciò, anche, è la scelta fra tali possibilità e il progettarsi sul fondamento di esse. In questa scelta e progettazione consiste la libertà.
  6. L’analisi dell’esistenza non è solo attività teoretica, cioè pura contemplazione, ma è essa stessa scelta e progettazione: sicché coinvolge (cioè impegna) colui stesso che la mette in opera.

A seconda degli sviluppi che tali capisaldi subiscono si possono distinguere tre tipi di esistenzialismo cioè: a) l’esistenzialismo ‛ontologico’, per il quale le possibilità esistenziali sono soltanto impossibilità di essere l’essere e, tuttavia, manifestano in qualche modo l’essere stesso. È l’indirizzo proprio di M. Heidegger, K. Jaspers e J.-P. Sartre; b) l’esistenzialismo ‛fideistico’, per il quale le possibilità esistenziali sono garantite dall’essere stesso, identificato con Dio, o includono una possibilità privilegiata che è un diretto dono di Dio, quella della fede. Questo indirizzo è stato quello di G. Marcel, L. Lavelle, R. Le Senne, N. Berdjaev; e, per la seconda alternativa, di R. Bultmann; c) l’esistenzialismo ‛umanistico’, che mantiene alle possibilità esistenziali il loro carattere problematico, rifiuta di considerarle garantite dall’Essere o riducibili tutte a impossibilità, e perciò si dedica a cercare criteri che consentano la scelta tra esse e progetti che non siano preliminarmente condannati all’insuccesso. Questo è l’indirizzo seguito dall’esistenzialismo italiano, da M. Merleau-Ponty e, parzialmente, da A. Camus.

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