Tutte le culture attribuiscono un’importanza centrale all’interpretazione dei processi dell’esistenza umana. Un rilievo particolare assumono al riguardo le rappresentazioni del processo riproduttivo e della morte, con le pratiche a esse associate; per questo motivo spesso si è indotti a credere che in tutte le culture il trattamento del cadavere (inumazione, cremazione, ecc.) abbia un grande rilievo. Sebbene ciò non sia sempre vero, come attestano gli studi sulle società di cacciatori e raccoglitori africane (v. Woodburn, 1982), tuttavia è innegabile che i riti funebri costituiscano un elemento significativo nelle culture della maggior parte delle civiltà.Questa circostanza è stata messa in evidenza sin dagli albori dell’antropologia, in parte perché tale disciplina ai suoi inizi comprendeva anche l’archeologia, che si è sempre interessata ai sepolcri e ai monumenti funerari, i quali costituiscono una parte tanto significativa dei reperti delle culture preistoriche. Gli inizi di un approccio antropologico alla morte e ai riti funebri più orientato in senso culturale o sociale si possono far risalire probabilmente all’antropologo svizzero Jacob Bachofen, il quale nel 1859 pubblicò uno studio dal titolo Versuch über Grabersymbolik der Alten, in cui metteva in luce, tra le altre cose, un aspetto che avrebbe affascinato gli antropologi per la sua apparente stranezza, ossia il legame tra riti funebri e culti della fertilità. I materiali di cui Bachofen si servì in questo studio erano attinti in prevalenza da fonti classiche, come ad esempio i culti misterici e i giochi funebri dell’antichità greca e romana.

In seguito autori quali Edward Tylor e James Frazer si interessarono anch’essi al tema della morte, ma più che sulle pratiche funerarie incentrarono la loro attenzione sulle credenze relative alla vita dopo la morte. In particolare, Tylor sostenne che la credenza nell’aldilà, a sua volta riconducibile al tentativo di comprendere il fenomeno dei sogni, è all’origine della religione.Tuttavia fu solo col famoso saggio dell’antropologo francese Robert Hertz, Contribution à une étude sur la représentation collective de la mort (v. Hertz, 1907), che venne formulata per la prima volta una vera e propria teoria generale sulle pratiche funerarie. Hertz era membro della “Année sociologique” diretta da Émile Durkheim, e sua preoccupazione principale fu di affermare il carattere non già individuale bensì sociale delle pratiche associate alla morte. Hertz seguiva in questo modo la paradossale tesi sostenuta dal maestro in Le suicide, secondo cui il suicidio, che spesso viene considerato il più privato degli atti, può essere in realtà studiato come un fatto sociale. Secondo Hertz lo stesso vale per le pratiche funerarie; ogni morte, infatti, comporta una rottura nell’ordine della società, e i riti funebri hanno il compito di sanare tale rottura, in parte attraverso il trasferimento e la redistribuzione delle posizioni di status e delle proprietà appartenute al defunto. I riti funebri inoltre contribuiscono a riordinare la memoria e a lenire il dolore, in quanto rappresentano in una storia coerente il viaggio dei defunti che si dipartono dai vivi. Tale viaggio è spesso concepito come lungo e complesso, e ciò si riflette anche nel fatto che i funerali spesso non si esauriscono in un unico rito, ma comportano un complesso di cerimonie che vanno dall’inumazione del cadavere alla mummificazione e alla decomposizione parziale. In questo saggio relativamente breve Hertz formula gran parte delle principali questioni di cui si occuperanno gli antropologi successivi.


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