Termine che significa «indiviso», o che non può essere diviso, e viene riferito a ogni singolo ente in quanto distinto da altri della stessa specie. Come termine filosofico esso compare per la prima volta in Cicerone (individuum) per tradurre la parola greca ἄτομον. Boezio usa il termine i. attribuendogli sia la determinazione della indivisibilità, sia quella della impredicabilità: «Si dice i. ciò che non si può dividere per nulla, come l’unità o la mente o ciò che non si può dividere per la sua solidità, come il diamante; o ciò che non si può predicare di altre cose simili, come Socrate» (Ad Isagogen Porphyrii, II). Nell’ambito della filosofia medievale questa determinazione della impredicabilità con riferimento all’i. venne ripresa da Pietro Ispano («I. è ciò che si predica di una sola cosa, come Socrate e Platone», Summulae Logicales). Tommaso d’Aquino distingue fra i. vago, corrispondente alla specie («l’i. vago, per es. l’uomo, significa una natura comune con un determinato modo d’essere, che compete alle cose singole, cioè che sia sussistente per sé e distinto dagli altri»), e i. singolo («l’i. singolo significa invece qualcosa di determinato e che distingue; così il nome Socrate significa questa carne e questo volto», Summa theologiae, I, q. 30, a. 4). Per Guglielmo di Occam, in quanto egli nega l’esistenza di una realtà universale, realtà significa essenzialmente individualità. Una vera e propria rivoluzione nel modo di concepire l’i. avviene nella filosofia moderna, a opera di Hegel. Egli introduce infatti la nozione di «i. universale», il quale altro non è che «lo spirito autocosciente nel suo processo di formazione», mentre «l’i. particolare è lo spirito non compiuto: una figura concreta […] il cui essere determinato domina una sola determinatezza e nella quale le altre sono presenti solo di scorcio» (Fenomenologia dello Spirito, prefazione).

    —  Dizionario di Filosofia (2009)

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