Dal lat. inductio, der. di inducĕre «indurre». Processo mediante il quale si passa dalla considerazione di casi particolari a una conclusione universale. Il problema a questo proposito più dibattuto è stato quello dei limiti e della giustificazione di questo processo. Nell’opera di Aristotele l’induzione, la cui scoperta è attribuita a Socrate, è contrapposta alla deduzione sillogistica. L’induzione può raggiungere solo dei risultati parziali, non potendo scoprire l’essenza del genere esaminato, e con essa ci si limita alla semplice indicazione di caratteri comuni rintracciabili nell’insieme di individui effettivamente osservati. Malgrado l’induzione sia sempre imperfetta, essendo impossibile un’enumerazione completa dei casi particolari e non potendo quindi raggiungere la necessità propria della scienza, tuttavia può essere utilizzata nella retorica a fini persuasivi. La medesima svalutazione dell’induzione è presente in tutta la filosofia antica e medievale, con la sola eccezione degli epicurei, mentre agli scettici, e più specificamente a Sesto Empirico, si deve far risalire la chiara determinazione della distinzione tra induzione completa e incompleta, ossia tra una conclusione universale inferita dall’esame di un universo completo d’individui di una certa classe e una conclusione solo generale raggiunta sulla base di un’esperienza parziale.

Nella filosofia moderna e contemporanea si assiste a un sempre più deciso rifiuto dell’induzione come processo in grado di raggiungere conclusioni universali, ma, diversamente da quanto accadeva nella filosofia antica, questo rifiuto non sempre è accompagnato da una definitiva liquidazione dell’induzione e dall’affermazione che essa ha un valore secondario, a cui si contrappone la via privilegiata della scienza. Nel sec. 17°, infatti, se Cartesio e i cartesiani riaffermavano una svalutazione sostanzialmente di origine aristotelica dell’induzione, Bacone invece si impegnava in una riqualificazione dell’induzione per farne la base principale della scienza. Non si tratta più di fondare la conclusione universale su un’enumerazione completa dei particolari, quanto piuttosto di giungervi attraverso la convalida di un’ipotesi fondata sull’esperienza di un numero limitato di casi. Ma Bacone legava ancora l’induzione all’universale. Nel 18° sec. la critica di Hume mise in crisi proprio questo legame, avviando l’analisi dell’induzione nella direzione dello studio di una tecnica in grado di raggiungere conclusioni solo generali e probabili. Dopo Hume, malgrado il tentativo di Kant di fondare sulle condizioni trascendentali della conoscenza la capacità universalizzante dell’induzione, andò sempre più affermandosi nel 19° e nel 20° sec. la tendenza a concepire l’induzione come una tecnica capace di raggiungere solo conclusioni generali, valide per gli individui di una certa classe che non sono stati ancora osservati con un grado maggiore o minore di probabilità e comunque mai con assoluta necessità. Il tentativo di Stuart Mill nel 19° sec. di riaffermare la validità oggettiva assoluta delle conclusioni dell’induzione facendole dipendere da leggi causali rappresenta quindi un’eccezione.

Per il resto predomina lo sforzo di determinare (per es., nel Novecento, nelle riflessioni sull’induzione di J.M. Keynes, W. Kneale, Reichenbach, Carnap, G. H. von Wright, ecc.) i vari gradi di probabilità che una conclusione induttiva raggiunge a seconda dell’estensione dell’universo di individui osservati. L’induzione come processo probabilistico è stata spesso ritenuta nel 20° sec. quasi la regola metodologica centrale della ricerca scientifica.

Tuttavia, pur senza negare la legittimità dell’induzione, nella filosofia della scienza contemporanea non è mancato chi (come Hempel con i cosiddetti paradossi della conferma) ne ha messo in evidenza le insormontabili difficoltà logiche o chi, in contrasto con gli obiettivi neopositivistici di fondazione logico-probabilistica e in un rinnovato spirito humeano (come Goodman), ne ha segnalato il carattere di procedura eminen­temente pragmatico-linguistica non ulteriormente riconducibile a qualche forma di inferenza logico-sintattica.

Più radicale il punto di vista di Popper, che ha invece negato la legittimità stessa dell’induzione e la possibilità di pervenire alla formulazione di leggi e teorie scientifiche attraverso l’accumulo dei casi di conferma di ipotesi date, ravvisando per contro nel metodo per prova ed errore, nel controllo empirico di asserti singolari dedotti da ipotesi escogitate in modo non induttivo, il carattere fondamentalmente deduttivo della ricerca scientifica.

    —  Dizionario di Filosofia (2009)

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