Nella storia della filosofia il concetto di verità è stato concepito in almeno due diverse prospettive, l’una ontologica, l’altra strettamente connessa al discorso umano. Nella prospettiva ontologica la verità è considerata come una proprietà intrinseca dell’essere; da questo punto di vista concezioni ontologiche della verità possono trovarsi tanto nel pensiero greco, da Parmenide a Platone fino al neoplatonismo, quanto in quello cristiano, da s. Agostino a s. Tommaso.

Nell’altra prospettiva, che è decisamente la più influente, il concetto di verità è stato variamente elaborato e le analisi vertenti su esso devono essere suddivise in due categorie, a seconda che intendano fornire una definizione o un criterio di verità. La ricerca di un criterio di verità è parte integrante del problema gnoseologico, cioè di quale tipo di evidenza (sensibile, intellettiva, induttiva, deduttiva) possa costituire la garanzia di un’autentica conoscenza. Di là dal più generale problema gnoseologico, comunque, la questione della verità riguarda specificamente il chiarimento di che cosa significhi essere vero, indipendentemente dai modi (o criteri) di conseguire la verità. Da questo punto di vista la definizione più antica la si può trovare in Platone, per il quale vero è il discorso «che dice gli enti come sono», falso «quello che dice come non sono» (Cratilo 385 b). Tale concetto di verità sarebbe stato codificato da Aristotele nella celebre definizione della Metafisica (IV, 7, 1011 b) secondo cui «dire di ciò che è che non è, o di ciò che non è che è, è falso; dire di ciò che è che è, o di ciò che non è che non è, è vero». A questa definizione farà riferimento s. Tommaso con la concezione della verità come «adaequatio rei et intellectus».

Le teorie filosofiche sul concetto di verità

La concezione aristotelica, ripresa da s. Tommaso, implica una corrispondenza tra il pensiero (o il discorso) e la realtà, e rappresenta il nucleo di quella che è nota come teoria della verità come corrispondenza . Tale teoria attraversa pressoché immutata l’epoca moderna e, in una veste logico-linguistica, sarà riproposta, nella filosofia contemporanea, da B. Russell e L. Wittgenstein. Nel Tractatus logico-philosophicus quest’ultimo elabora addirittura una teoria «raffigurativa» del linguaggio, per cui la verità diventa una relazione di corrispondenza isomorfica tra linguaggio e realtà, enunciati e fatti.

Gran parte delle discussioni contemporanee sul problema della verità è stata comunque volta a precisare, ma anche a problematizzare, la natura del rapporto di corrispondenza tra linguaggio e realtà. Ad A. Tarski si deve il tentativo più autorevole di formulare in termini rigorosi l’intuizione aristotelica. Nel fornire una definizione del concetto di verità Tarski mostrava l’impossibilità di una definizione valida per il linguaggio naturale e, limitando il suo interesse a porzioni finite e formalizzate di linguaggio, metteva in evidenza che, per essere «adeguata», una definizione di verità non può che basarsi su una distinzione tra linguaggio-oggetto e metalinguaggio, consentendo di derivare come teoremi equivalenze del tipo «‘p’ è vero se e solo se p», dove ‘p’ è il nome nel metalinguaggio di un qualunque enunciato di un certo linguaggio L (nome solitamente, ma non necessariamente, ottenuto racchiudendo l’enunciato tra virgolette) e p è l’enunciato stesso; così, «la neve è bianca» è vero se e solo se la neve è bianca. Benché la definizione di Tarski intendesse precisare, almeno sul piano formale, il significato della corrispondenza, essa evitava comunque il problema di che cosa, esattamente, corrisponda nella realtà a un enunciato vero.

La possibilità di evitare del tutto ogni riferimento a problematiche entità corrispondenti agli enunciati ha indotto W.V.O. Quine a trarre la conclusione abbastanza radicale che, quali che fossero le intenzioni di Tarski, una definizione come quella tarskiana mette in evidenza come nel concetto di verità (e nella corrispondenza) non vi sia alcun mistero da svelare e che esso, a ben vedere, si riduce a ben poco, cioè alla «devirgolettatura» (disquotation), intendendo con ciò che l’attribuzione di verità a un enunciato (per es., «la neve è bianca» è vero) si riduce all’eliminazione delle virgolette di citazione con la conseguente scomparsa del predicato «vero» e all’asserzione dell’enunciato stesso (la neve è bianca). Già nel 1927, del resto, F.P. Ramsey aveva notato come il termine «vero» non aggiunga in realtà nulla di più di quanto non dica l’enunciato stesso al quale viene applicato. A tale concezione della verità è stato dato il nome di teoria ridondantistica (redundancy theory) della verità: l’idea di base di Ramsey, infatti, è che il temine «vero» possa essere eliminato dal linguaggio senza che questo subisca perdite in potenzialità espressive.

Affine alla teoria ridondantistica della verità è la concezione pragmatica sostenuta da F.P. Strawson, nota come della verità, secondo la quale premettendo la locuzione «è vero che …» a un enunciato non si attribuisce una particolare proprietà all’enunciato, ma si esegue l’azione di accettare o sottoscrivere quanto è da questo comunicato.

Esistono altre concezioni della verità: le più importanti sono la e la teoria pragmatistica della verità. La prima, che è stata sostenuta essenzialmente nell’ambito del neoidealismo angloamericano (F.H. Bradley, B. Blanshard), considera la verità non un rapporto tra enunciati e realtà, ma tra enunciati e un più ampio sistema di cui tutti gli enunciati farebbero parte: veri sarebbero quegli enunciati che sono coerenti con questo più ampio sistema, che i sostenitori di tale concezione identificano con l’Assoluto. Una versione della teoria coerentistica, purgata degli aspetti metafisici connessi alla originaria concezione idealistica, è stata sostenuta dal neopositivista O. Neurath, per il quale la verità di un enunciato consiste nel suo essere coerente con il sistema onnicomprensivo degli enunciati già ritenuti veri. Una forma di coerentismo è stata infine difesa da D. Davidson all’interno di una concezione olistica del significato. L’obiezione più corrente a questa concezione della verità consiste nel rilievo che la coerenza, se può costituire un criterio di verità, difficilmente può fornirne una definizione. Quanto alla della verità, essa consiste essenzialmente nella tesi che intercorra uno stretto rapporto tra la verità di un enunciato o una credenza e le sue conseguenze pratiche: secondo W. James, che generalizzava idee espresse originariamente da C.S. Peirce nell’ambito metodologico della verifica sperimentale di ipotesi, la verità di un enunciato consiste nella sua utilità pratica, sia sul piano dell’organizzazione delle conoscenze sia su quello della convivenza sociale. Anche per questa concezione, tuttavia, si dovrebbe parlare di un criterio più che di una definizione di verità.

    —  Enciclopedia onlineTreccani

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