Introduzione

Per le sue opinioni apertamente professate e sostenute, contrarie all’ortodossia religiosa, fu scomunicato dalla comunità ebraica sefardita (1656). Ritiratosi allora in varie località olandesi, vi fece vita modestissima e molto appartata dapprima esercitando la professione di preparatore di cristalli ottici e più tardi accettando qualche piccolo aiuto dagli amici. In vita pubblicò soltanto Renati Des Cartes Principiorum Philosophiae, Pars I et II, more geometrico demonstratae e Cogitata metaphysica (1663) e, anonimo, il Tractatus theologico-politicus (1670), che gli procurò tuttavia tali inimicizie da indurlo a rinunciare alla pubblicazione di quella che fu l’opera di tutta la sua vita e il suo capolavoro, l’Ethica. Alla sua morte, gli amici pubblicarono (1677) gli Opera posthuma, contenenti: l’Ethica ordine geometrico demonstrata; il Tractatus politicus (incompiuto); il Tractatus de intellectus emendatione (incompiuto); le Epistolae; il Compendium grammatices linguae hebreae. La formazione del pensiero di Spinoza non è documentabile; certo il Tractatus theologico-politicus e, più indirettamente, le altre opere attestano una cultura ebraica, com’è certo che Spinoza assunse lo schema e i termini delle questioni da opere scolastiche cinque e seicentesche. È probabile che, frequentando i “libertini“, abbia conosciuto gli scritti di G. Bruno. È difficile anche documentare un vero e proprio svolgimento del pensiero di Spinoza; si può parlare di una crescita, di una maturazione del pensiero spinoziano dal giovanile Breve trattato su Dio, l’uomo e la sua beatitudine (1660, noto solo da una trad. olandese) all’Ethica, ma non proprio di una evoluzione che l’abbia, nel tempo, condotto ad affermazioni via via diverse.

Muovendo dai problemi più tipici del cartesianesimo (concetto di sostanza, dualismo res cogitans-res extensa), Spinoza svolge la sua opera maggiore, l’Ethica, “ordine geometrico“, cioè dando al discorso una struttura di tipo euclideo, e quindi procedendo per definizioni, assiomi, dimostrazioni, corollarî, scolî. Centrale il problema della sostanza: sostanza è ciò che è in sé e viene concepito per sé, ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa; tale sostanza è causa sui: la sua essenza implica l’esistenza. Come tale la sostanza è unica e infinita, perché altrimenti sarebbe limitata e per ciò stesso condizionata da altro, il che è contro la definizione stessa di sostanza. Tale sostanza, che può appellarsi anche Dio o natura, si manifesta in attributi o proprietà infinite: ogni attributo è infinitamente perfetto nel suo genere, ma non assolutamente infinito, perché ciascuno è determinazione o manifestazione dell’infinita sostanza. Degli attributi (che nel loro complesso sono la sostanza stessa) noi conosciamo soltanto il pensiero e l’estensione: ci si manifesta cioè la sostanza sotto due forme, quella dei fenomeni materiali e quella dei fenomeni spirituali. Ogni attributo è concepito per sé (in quanto costituente la sostanza), indipendentemente da ogni altro attributo, ma non per questo gli attributi rinviano a sostanze distinte, bensì all’unica sostanza di cui sono concepiti per manifestarsi a noi. Ogni attributo si determina nei modi, affezioni della sostanza, che costituiscono l’insieme delle cose determinate e finite. I modi di ciascun attributo non agiscono sui modi dell’altro attributo (in quanto ogni attributo è concepito per sé e indipendentemente da ogni altro): ma i modi dell’attributo pensiero e i modi dell’attributo estensione si corrispondono perché hanno ciascuno per causa l’unica sostanza – o Dio – di cui gli attributi sono manifestazione. Spinoza può dire che “l’ordine e la connessione delle idee è identico all’ordine e alla connessione delle cose“, perché ciascun evento dell’una e dell’altra serie dei modi è lo stesso evento (data l’unicità della sostanza), visto ora sotto l’attributo pensiero, ora sotto l’attributo estensione: in questa prospettiva Spinoza ritiene di aver superato il dualismo cartesiano di anima-corpo.

Ricondotta tutta la realtà all’unica sostanza, ove quindi le cose particolari non sono altro che modi mediante i quali gli attributi di Dio sono espressi e determinati, quell’unica sostanza, o Dio o natura, è la causa immanente di tutta la realtà e ogni cosa dipende necessariamente da essa nel suo essere e nel suo operare; nulla è contingente. La sostanza così intesa è la natura naturante (Dio in quanto causa libera); la natura naturata è invece la molteplicità dei singoli eventi quale segue necessariamente dalla sostanza e dai suoi attributi. Solo una visione parziale, legata al primo e inferiore grado di conoscenza (l’immaginazione), può far ritenere autonomi e contingenti i singoli esseri finiti; una conoscenza più profonda, intellettuale, fa cogliere il fondamento di tutti gli esseri nell’unica sostanza rispetto alla cui immanente causalità tutto è intrinsecamente determinato. Ma questa assoluta necessità, propria della natura di Dio, si identifica con l’assoluta libertà, in quanto Dio agisce libero da ogni condizione, come causa sui. In questa prospettiva, gli individui (i modi) rientrano nell’ordine eterno della realtà e sono tutti necessitati: le distinzioni e i giudizî di valore derivano da una visione settoriale e parziale della realtà, così come le distinzioni di bene e di male che derivano dall’ignoranza e dal non vedere l’intrinseca necessità che regge gli atti di tutti gli individui; solo elevandosi alla visione dell’unica sostanza (visione intuitiva) si coglieranno le realtà singole come necessarie e determinate a esistere e a operare in un nesso infinito di cause. Giungere a questa visione della profonda unità del tutto (al di là quindi dell’immaginazione e anche della ragione che coglie discorsivamente il nesso causale del tutto) è proprio della forma più alta di conoscenza, la conoscenza intuitiva: conoscere diviene così ascesa da una conoscenza della realtà per frammenti a una conoscenza della realtà sub specie aeternitatis e con questa si realizza anche un compito etico, quello di liberarsi dagli errori dell’immaginazione e dalle passioni cui la mente è soggetta finché non ne ha un’idea chiara e distinta. Ultimo termine di questa conoscenza intuitiva, che è il coincidere della mente con l’idea della nostra mente in Dio, è l’amor Dei intellectualis che è l’amore stesso di Dio.

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