La relazione di causalità è diventata uno dei temi di maggiore rilievo nel panorama epistemologico della seconda metà del 20° sec. sia per gli sviluppi della concezione neoempiristica sia per le teorie alternative che hanno messo in discussione alcuni principi fondamentali di quella concezione. Nell’ambito di un orientamento radicalmente antimetafisico, i neoempiristi avevano sostanzialmente ripreso l’analisi proposta da D. Hume verso la metà del Settecento, secondo la quale l’asserzione che un evento E1 è causa di un evento E2 si può parafrasare dicendo che: eventi simili a E1 risultano regolarmente congiunti nell’esperienza a eventi simili a E2; eventi simili a E1 precedono eventi simili a E2 con un intervallo costante; per associazione di idee siamo condizionati ad attenderci E2 ogniqualvolta osserviamo E1. In luogo del ricorso di Hume alla psicologia associazionistica, i neoempiristi introducevano la richiesta per cui gli enunciati che garantiscono l’inferenza da E1 a E2 devono essere non semplici generalizzazioni ma vere e proprie leggi di natura. Una parafrasi ancora più astratta delle asserzioni causali era stata elaborata nell’ambito della teoria neoempiristica della spiegazione, dovuta essenzialmente a C.G. Hempel, per la quale la spiegazione causale risulta un caso particolare di quella nomologico-deduttiva e le causa sono concepite come i fattori esplicativi di un dato evento. Oltre che per la teoria esplicativa della causalità, la concezione empiristica si è rivelata feconda anche per l’elaborazione delle varie teorie probabilistiche e funzionalistiche. Le prime costituiscono un tentativo di riformulare il punto di vista di Hume in un linguaggio probabilistico: il probabilismo è stato ritenuto inevitabile dopo che la meccanica quantistica sembrava aver messo in discussione il principio di causalità e il determinismo causale, ritenuti confutati dal comportamento prevedibile solo probabilisticamente delle particelle subatomiche. Nonostante questa tendenza verso l’indeterminismo, c’è tuttavia sufficiente accordo sul fatto che il principio di causalità può continuare ad avere un ruolo come postulato metodologico e che il linguaggio causale può continuare a convivere con quello probabilistico. Nella prospettiva probabilistica la relazione causale è interpretabile come l’incremento della probabilità del verificarsi di un evento E2 in seguito al verificarsi di un evento E1. Nella prospettiva funzionalistica, invece di parlare di correlazioni statistiche, si parla di dipendenza funzionale tra variabili.

Il funzionalismo, elaborato particolarmente da economisti e sociologi, risale almeno a E. Mach ed era stato teorizzato da B. Russell, secondo il quale in tutte le scienze avanzate, sull’esempio della fisica, le leggi causali sarebbero state rimpiazzate da relazioni matematiche funzionali. La previsione di Russell non si è tuttavia verificata: le scienze biologiche, quelle umane e la stessa fisica non hanno abbandonato la terminologia causale. Su ciò hanno peraltro insistito quanti propendono a interpretare la relazione causale non in termini di regolarità empiriche ma come trasmissione di energia, a volte parafrasata in termini di trasmissione d’informazione. A questa interpretazione sono riconducibili tanto la teoria della causalità di M. Bunge, per il quale essa è una relazione di produzione, quanto la cosiddetta teoria dei poteri causali di R. Harré. A conforto della tesi di Bunge vengono talvolta invocate le ricerche di J. Piaget sulla genesi del concetto di causa nei bambini, i quali sono coscienti prima di tutto della propria capacità di produrre o manipolare oggetti e attribuiscono poi la stessa capacità agli oggetti. Nel modo più chiaro e conseguente questa interpretazione è stata articolata da G.H. von Wright che, riprendendo tesi di R.G. Collingwood, ha basato la nozione di causa su quella di azione, cioè sul provocare intenzionalmente determinati effetti, connettendola a una concezione ‘sperimentalistica’ della causalità.

Nell’ambito del cosiddetto postpositivismo (T.S. Kuhn, P.K. Feyerabend, I. Lakatos) vi sono poi diversi spunti a favore di una concezione antiempiristica della causalità. In particolare, s’insiste sul fatto che le spiegazioni causali sono dipendenti dalle teorie di sfondo, per cui la risposta alla domanda «qual è la causa dell’evento En?» è diversa a seconda della teoria presupposta e degli obiettivi che si pone il ricercatore. A D.K. Lewis si deve infine la cosiddetta teoria controfattuale della causalità, fondata sull’antica nozione della causa come conditio sine qua non, che ha avuto un ampio ruolo nella filosofia del diritto (e che era stata utilizzata da M. Weber per la soluzione del problema dell’imputazione causale in storia). Mettendo in rilievo che una conditio sine qua non per un dato evento viene espressa attraverso un condizionale controfattuale, cioè un periodo ipotetico dell’irrealtà come «se quel fiammifero non fosse stato sfregato non si sarebbe acceso», Lewis, mediante gli strumenti della semantica modale, ha mostrato che un tale enunciato può essere parafrasato nel seguente: «in tutti i mondi possibili più simili all’attuale in cui il fiammifero non è stato sfregato, esso non si è acceso», ritenendo non essenziale per l’analisi della relazione di causa il ricorso alle problematiche leggi di natura ( legge).

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