Ogni cosa che il soggetto percepisce come diversa da sé, quindi tutto ciò che è pensato, in quanto si distingue sia dal soggetto pensante sia dall’atto con cui è pensato. In questo senso, la parola non implica necessariamente l’esistenza in sé della cosa pensata; in altri casi, invece, indica una realtà che possiede un’esistenza propria, indipendente dalla conoscenza o dall’idea che ne può avere il soggetto pensante.

Antichità e Medioevo

Come termine filosofico, oggetto designa in generale la realtà nell’aspetto per cui essa si contrappone al pensiero che la conosce. Etimologicamente, il lat. mediev. obiectum corrisponde al gr. ἀντικείμενον «che giace contro» così come subiectum «soggetto» corrisponde a ὐποκείμενον «che giace sotto». Ma ἀντικείμενον è per gli antichi l’«opposto», cioè il concetto in quanto si contrappone a un altro secondo un’antitesi o di contrarietà o di contraddizione. La realtà delle cose, come «oggetto» del pensiero, è designata invece dal termine ὐποκείμενον, subiectum, sia nel significato di materia «soggetta» alla forma, sia in quello di sostanza individuata, ossia «sottoposta» ai singoli attributi, e quindi giustificante la sintesi che il giudizio opera connettendo appunto il «soggetto» con il «predicato». Dall’impostazione aristotelica (contenuta soprattutto nel De anima), la scolastica sviluppa invece il problema dell’oggetto in senso autenticamente gnoseologico, elaborando una dottrina delle species, sensibili e intelligibili. Le species, frutto del processo di astrazione, rappresentano le caratteristiche formali, sia a livello dei sensi, sia a livello dell’intelletto, colte dal soggetto conoscente; rappresentano dunque l’oggetto in quanto presente al soggetto. E Tommaso d’Aquino, considerando la relazione tra oggetto come species e oggetto come realtà in sé, sottolinea che le species sono soltanto «id quo res cognoscitur» e non «id quod cognoscitur». Per Duns Scoto le species sono considerate come ciò che fa le veci dell’oggetto, intendendosi con questa definizione mettere chiaramente in luce la distinzione netta tra species, da un lato, e oggetto, dall’altro (ma si apre così la via a quelle concezioni dell’oggetto che, abolendo la distinzione, identificheranno la conoscenza dell’oggetto con le modificazioni, sensibili e intelligibili, presenti nel soggetto: da Occam a Berkeley).

Gli sviluppi della gnoseologia moderna

Successivamente si tenderà a sottolineare il carattere indipendente dell’oggetto rispetto alla nostra conoscenza (ne sarebbe prova, per es., l’involontarietà delle sensazioni), onde nascerà, a partire da Descartes, il problema del raccordo di questo oggetto, avvertito come esterno e indipendente, con la rappresentazione (problema del rapporto res extensa-res cogitans). Le difficoltà insormontabili in cui s’imbatterà questo tentativo sono riflesse esemplarmente nella critica di Hume al concetto di oggetto, critica in cui si dimostra l’impossibilità di reperire alcun criterio adeguato a distinguere una doppia esistenza, cioè quella dell’oggetto e delle percezioni corrispondenti. Una complessa concezione dell’oggetto che tende a superare le difficoltà gnoseologiche tradizionali è quella kantiana: l’oggetto diventa per Kant oggetto fenomenico, prodotto dall’interazione tra categorie e intuizioni sensibili, oggetto indipendente dalle oscillazioni soggettive dei singoli soggetti empirici, in quanto relativo a strutture conoscitive valide per tutti e proprie quindi di una soggettività trascendentale («Ciò che nel fenomeno contiene la condizione di regola necessaria dell’apprensione è l’oggetto»). Ma in contrapposizione a questo oggetto fenomenico (Gegenstand), rimane per Kant, pur come concetto limite, la cosa in sé (Objekt), inattingibile dal processo conoscitivo, costretto nei limiti di una sensibilità configurata secondo specifiche modalità. Nei postkantiani e nei filosofi idealisti (soprattutto in Fichte e Schelling) si tende ad accettare la concezione kantiana dell’oggetto, eliminando peraltro il concetto di cosa in sé. Onde l’oggetto in senso etimologico è ciò che si contrappone alla sensibilità (Reinhold), mentre in Fichte è identificato con il non-Io concepito come ciò che si oppone all’Io e quindi a esso strettamente correlato (su questo tema della correlazione soggetto-oggetto insisterà largamente la gnoseologia ottocentesca). Un’articolata teoria dell’oggetto è stata fornita, nell’ambito del pensiero novecentesco, da Meinong. L’oggetto è qui colto a un livello piuttosto ontologico che gnoseologico, essendo indifferente, rispetto a una classificazione degli oggetti, l’esistenza reale degli stessi: si distingue in generale un oggetto della rappresentazione (Objekt; colori, numeri, ecc.) da un oggetto del giudizio (Objektiv; «che non esista tra i razionali √−2»). Lo stesso rifiuto di concezioni ­psicologistiche, la stessa indipendenza dagli aspetti soggettivi dell’esperienza (e di quella conoscitiva in partic.) caratterizzano anche le posizioni husserliane. Per Husserl l’oggetto è semplicemente il correlato intenzionale di qualsiasi attività teoretica o pratica (in questo seguendo le posizioni di Brentano). Particolarmente importante si rivela la concezione dell’oggetto quale correlato di un’intuizione eidetica, essenza pura dunque, eidos. Di qui la possibilità di distinguere «regioni ontologiche» diverse, costituite da particolari tipi di oggetto, e la proposta, su questa base (sempre nell’ambito della filosofia fenomenologica) di varie classificazioni degli oggetti.

    — &nbspDizionario di Filosofia (2009)

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