Dottrina gnoseologica che limita ai fenomeni l’ambito della conoscenza umana. È un atteggiamento che può farsi risalire ad alcune correnti della filosofia greca: ai sofisti e, in particolare, agli scettici, i quali, ammettendo il carattere veritiero delle percezioni sensibili, sostenevano che non si potesse andare al di là di esse, non essendo possibile affermare nulla di certo sulla natura in sé delle cose.
Ma gli sviluppi più significativi del fenomenismo si hanno con la filosofia moderna, quando l’indagine sull’estensione e sui limiti della conoscenza diventa uno dei temi centrali della riflessione filosofica, sia nell’ambito dell’empirismo britannico sia nella formulazione del trascendentalismo kantiano. Ricollegandosi allo scetticismo, Hume esprime con chiarezza l’approccio fenomenistico della sua scienza sperimentale della natura umana: «finché limitiamo le nostre speculazioni alle apparenze degli oggetti ai nostri sensi, senz’entrare in disquisizioni riguardo alla loro vera natura e al loro modo di operare, siamo al sicuro da ogni difficoltà, e non possiamo mai trovarci in imbarazzo su nessuna questione».
Alla filosofia, come la intendeva Hume, nulla sembrava più adatto di «un moderato scetticismo» e di una «leale confessione d’ignoranza in quei soggetti che sorpassano ogni capacità umana». Oltre si era mosso Berkeley, il quale, estremizzando gli assunti dell’empirismo di Locke, aveva sostenuto non solo che i fenomeni percepiti dal soggetto sono le uniche cose conoscibili, ma che sono anche le uniche cose esistenti, riducendosi la realtà al suo essere percepita. Per questo motivo, quello di Berkeley è comunemente definito fenomenismo ontologico, in contrapposizione al fenomenismo gnoseologico di Kant; sulla base della distinzione tra fenomeno (ciò che appare ed è conoscibile) e noumeno (la cosa in sé, soltanto pensabile), Kant esclude, infatti, la conoscibilità di ciò che va al di là dei fenomeni, ma ne ammette l’esistenza.
Ricollegandosi a suo modo a Kant, Spencer ribadisce il carattere relativo della conoscenza umana e postula l’esistenza di un ‘inconoscibile’ come limite della stessa conoscenza fenomenica. Ma la vocazione radicalmente fenomenistica del positivismo è rivendicata da J.S. Mill con le parole stesse con cui Comte aveva definito la filosofia positiva: «noi non abbiamo conoscenza che dei fenomeni; e la nostra conoscenza dei fenomeni è relativa, non assoluta».
Nel ricostruire la genesi di questo atteggiamento, Mill risale alle origini della filosofia scientifica, a Galilei, Bacone, Newton, attribuendone poi a Hume la più compiuta elaborazione sul piano filosofico. Allo stesso Mill si deve l’elaborazione di una forma radicale di fenomenismo. Non insensibile alle istanze gnoseologiche fatte valere a suo tempo dall’empirismo berkeleyano, Mill cerca di risolvere il problema della permanenza degli oggetti in assenza di una loro percezione mediante la dottrina della «possibilità permanente delle sensazioni». Secondo questa dottrina, la concezione che ci formiamo del mondo esterno comprende, oltre al numero limitato delle sensazioni in atto in un particolare momento, una varietà illimitata di sensazioni possibili: quelle che l’osservazione passata ci dice che potremmo avere in circostanze note, ma anche altre che riteniamo possibili in circostanze che non ci sono ancora note.
Tra Otto e Novecento una formulazione rigorosa di fenomenismo si ha con l’empiriocriticismo di Mach. Le immagini del mondo su cui si costruisce la conoscenza e la stessa nozione di ‘io conoscente’ si basano unicamente sulle sensazioni: tutta la realtà è costituita di fenomeni che, collegati in modi diversi, danno origine alle varie esperienze fisiche e psichiche. L’idea di sostanze, materiali o psichiche, che sottostanno ai fenomeni, producendoli, è pertanto niente più che una costruzione illusoria del nostro intelletto: non sono i corpi a generare le sensazioni, bensì sono i complessi di sensazioni a generare i corpi, e la stessa distinzione tra apparenza e realtà diventa per Mach un falso problema.

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