Aristotele chiamò giudizio l’atto intellettuale di porre in relazione un soggetto con un predicato, atto espresso linguisticamente dall’uso copulativo del verbo essere in un enunciato dichiarativo (per es., Socrate è uomo). Dal punto di vista della ‘qualità’, Aristotele distingueva il giudizio in affermativo e negativo; dal punto di vista della ‘quantità’, in universale e particolare, a seconda che il predicato fosse affermato (o negato) da tutti o soltanto da alcuni dei componenti la molteplicità espressa dal soggetto. Una ulteriore distinzione aristotelica tra i giudizio (che affonda le radici nelle dottrine della sostanza e della definizione) dipendeva inoltre dal particolare tipo di relazione intercorrente tra soggetto e predicato, che può essere per Aristotele di semplice inerenza, di possibilità o di necessità ( modalità).

I. Kant riprese questa tripartizione aristotelica, liberata dai suoi presupposti ontologici, distinguendo, sotto il titolo della modalità, i giudizio in assertori, problematici e apodittici, a seconda che la relazione tra soggetto e predicato fosse di realtà (enunciazione di uno stato di fatto contingente), di possibilità o di necessità. Per quanto in una mutata prospettiva gnoseologica, Kant continuava la tradizione del formalismo aristotelico, la cui teorizzazione dei tipi di conoscenza in deduzione e induzione tenne presente nel distinguere i giudizio in analitici e sintetici. Distinzione da cui mosse la sua indagine gnoseologica, concepita come ricerca della possibilità di giudizio sintetici che fossero però a priori come gli analitici. Diverso da questi giudizio era quello a cui nella Kritik der Urteilskraft Kant attribuiva l’interpretazione estetica e teleologica della realtà, giudizio ‘riflettente’ e non ‘determinante’ come quello conoscitivo.

In seguito, in una prospettiva antipsicologistica e platonista, la nozione di giudizio è stata al centro delle riflessioni di giudizio Frege e A. Meinongiudizio Nell’ambito della sua teoria del significato Frege ha distinto tra il contenuto concettuale (o proposizionale) di un enunciato (il Gedanke), esprimibile linguisticamente da un enunciato interrogativo, e l’atto del giudizio, che equivale ad asserire la verità di quel contenuto. Una distinzione analoga è presente anche nella teoria degli oggetti di Meinong, che considera il giudizio come il riconoscimento o il disconoscimento di un ‘obiettivo’, ossia di un contenuto di pensiero che ne è l’oggetto.

    —  Dizionario di Filosofia (2009)

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