Il marxismo nasce, negli scritti di Marx e di Engels degli anni quaranta dell’Ottocento, sotto forma di una scienza della società che intende fornire un’interpretazione complessiva della nascente società borghese-capitalistica e della sua direzione di sviluppo. Naturalmente il marxismo non è soltanto questo, e lo vedremo in seguito; ma fin dall’inizio è anche e soprattutto questo. A partire dal 1845, e ancor più esplicitamente nel Manifesto del partito comunista scritto alla vigilia della rivoluzione europea del 1848, Marx ed Engels hanno preso posizione nei confronti di quello che hanno definito il socialismo “utopistico”, contrapponendogli il proprio come socialismo “scientifico”. E nella prefazione al Capitale (1867) Marx ha dichiarato che oggetto della sua indagine era “il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono”, di cui si proponeva – in analogia con il procedimento delle scienze della natura – di scoprire le “leggi naturali”, cioè le tendenze “che operano e si fanno valere con bronzea necessità”. Questa rivendicazione di scientificità non è affatto estrinseca; essa è invece un elemento costitutivo dell’analisi marxiana (e poi marxistica) della società. Ciò che Marx ed Engels si propongono è infatti, in primo luogo, individuare gli aspetti caratteristici di una nuova struttura sociale che si è venuta affermando nel mondo europeo nel corso degli ultimi secoli, e di cui lo sviluppo dell’industria, dapprima sul suolo inglese poi anche nel continente, ha ormai posto in luce l’irriducibilità alle società del passato; in secondo luogo, spiegare il processo di trasformazione che ha messo capo ad essa e che potrà condurre, in futuro, alla nascita di un’altra società che ne costituisca il “superamento”.

La prima linea di analisi ha il proprio centro di gravità nel riconoscimento della struttura capitalistica della società moderna – una struttura assente nelle società del passato – la quale si è venuta costituendo nel corso di un processo secolare che ha avuto inizio nel tardo Medioevo. Questa struttura risulta caratterizzata dal prevalere della proprietà privata o, più precisamente, di un tipo particolare di proprietà privata – la proprietà capitalistica – che comporta, per un verso, la trasformazione delle forme di proprietà precedenti e, per l’altro, un processo di crescente concentrazione nelle mani di un determinato gruppo sociale, ossia della classe dei “capitalisti”. Caratteristica fondamentale della proprietà capitalistica è infatti la separazione tra capitale e lavoro, e quindi tra la classe che possiede i mezzi di produzione e quella che fornisce la forza-lavoro. Marx ha collegato questa analisi alla distinzione, formulata da Smith e largamente recepita dall’economia politica dei primi decenni del secolo XIX, tra salario, rendita e profitto, definendo il reddito del capitale investito in termini di profitto. Mentre la classe proprietaria di origine feudale aveva la propria base economica nella rendita, la classe capitalistica vive del profitto ricavato dall’investimento del capitale, e perviene ad accumulare capitale in misura crescente attraverso il profitto. […] Leggi il resto del capitolo Il marxismo come scienza della società

  1. Il marxismo come concezione generale della storia e come prospettiva rivoluzionaria
  2. L’analisi dello sviluppo capitalistico
  3. La critica dell’economia politica e la teoria del valore-lavoro
  4. Il rapporto con l’antropologia evoluzionistica e l’origine della società e dello Stato
  5. La teoria del crollo del capitalismo
  6. La teoria dell’estinzione dello Stato e il ruolo del partito
  7. Marxismo e scienza economica: dalla critica della teoria del valore-lavoro alle teorie dello sviluppo
  8. Marxismo e sociologia: la critica del materialismo storico e l’eredità della teoria delle classi
  9. Marxismo e antropologia: le ‘rivoluzioni’ produttive e la natura dell’economia primitiva
  10. Il marxismo tra concezione del mondo, critica delle ideologie e ideologia
  11. Conclusione dell’articolo
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