La considerazione filosofica della natura del piacere è oggetto di discussione vivacissima già nell’età socratica, in cui costituisce il tema fondamentale dell’antitesi fra etica cinica, che considera il piacere come il massimo nemico in quanto induce l’animo a schiavitù, e l’etica cirenaica, per la quale il piacere è il movente fondamentale dell’azione. Tra queste due estreme valutazioni il platonismo e l’aristotelismo assumono una posizione più o meno intermedia. Platone, rilevando che il motivo socratico della necessaria attraenza (cioè piacevolezza) del bene finisce per far coincidere il bene col piacevole, giunge nel Gorgia a una prima svalutazione del piacere e quindi nel Fedone alla teoria della necessaria liberazione dell’anima dalla corporeità del piacere. Per Aristotele il piacere accompagna sempre l’attività umana quando essa realizza e mette in atto le sue potenzialità: è massimamente buono e conveniente quando si accompagna ad attività teoretico-contemplative. L’epicureismo collega il piacere alla soddisfazione di un bisogno, ma preferisce a questo ‘piacere in movimento’ il ‘piacere stabile’, concepito come apatica assenza di dolore. Nel Medioevo, la tendenza ascetica e la rinuncia ai beni terreni conducono a una concezione negativa del piacere, che sarà rivalutato nell’Umanesimo e nel Rinascimento con la riscoperta dell’epicureismo ( Epicuro). Nel pensiero moderno, il problema del piacere si fonde in genere con quello più vasto della giustificazione pratica e morale dell’azione, e del ruolo che il movente edonistico o eudemonistico debba avere in essa.

    — &nbspEnciclopedia onlineTreccani

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