Introduzione

Nel collegio dei gesuiti di La Flèche, seguì per nove anni (1605-14) il consueto curriculum delle classi di grammatica, umanità, retorica, filosofia; conseguì quindi a Poitiers il diploma di baccelliere e la licenza in diritto (1616). Gli esordi delle ricerche personali di Descartes si ricostruiscono con maggior precisione sulla base di certi frammenti giovanili – riferiti dal biografo A. Baillet e da Leibniz – originariamente intitolati Parnassus, Praeambula, Experimenta, Olympica e Cogitationes privatae (1618-21). Terminati gli studi, Descartes si era recato in Olanda (1618) e si era arruolato nelle truppe di Maurizio di Nassau statolder e capitano generale dei Paesi Bassi di religione protestante, di stanza a Breda. Lì fece conoscenza del medico olandese I. Beeckman, ed ebbe con lui un fitto scambio d’idee su questioni matematiche, fisiche e meccaniche; e a fine anno presentò all’amico il Compendium musicae, un trattato di musica. Dopo alcuni mesi di studi consacrati alle «Muse» (ossia alle scienze esatte), passò in Germania dove era scoppiata la guerra dei Trent’anni (1619) e si arruolò nell’armata cattolica di Massimiliano di Baviera, con l’intento d’integrare la sua cultura libresca con la lettura del «gran libro del mondo».

Nei primi giorni del novembre 1619, forse a Ulm, meditò in solitudine il progetto di una scientia mirabilis. Uno stato di «raptus» creativo, un sogno «simbolico» di cui lo stesso Descartes dette l’interpretazione razionale, lasciano intravedere – attraverso i frammenti giovanili e il racconto di Baillet – una profonda crisi intellettuale. Descartes si sentì investito da Dio di una grande missione di rinnovamento del sapere – missione insieme filosofica, scientifica, morale, religiosa – e decise di dedicarvi tutta la sua vita (assai dubbia è l’ipotesi di una ispirazione rosacruciana di Descartes, suggerita da un suo frammento intitolato Studium bonae mentis).

La riflessione sul metodo

Di qui la decisione di sradicare dalla propria mente tutte le opinioni apprese fino ad allora, e di ricostruire ab imis fundamentis, secondo un sicuro metodo di razionalità, chiarezza e distinzione, tutto lo scibile. «Proseguendo le ricerche relative all’applicazione della simbologia algebrica alla geometria, e lavorando alla soluzione d’una serie di problemi geometrici, notai – scrive – che procedevo secondo precise regole». Saggiò la certezza delle longues chaines de raisons di cui fanno uso i geometri nelle dimostrazioni dei teoremi, e si convinse di poterne estrapolare un metodo universale, applicabile a tutti i campi del sapere. L’esecuzione del progetto fu consapevolmente differita a una età assai più matura dei ventitré anni che aveva allora; nei nove anni seguenti «non fece altro che aggirarsi qua e là nel mondo, cercando d’essere spettatore piuttosto che attore di tutte le commedie che vi si rappresentano».

Fu dapprima in Francia (1622), poi in Italia (1623-25), dove sciolse il voto d’un pellegrinaggio a Loreto, e infine probabilmente a Parigi (1626-28). È del novembre 1628 il pubblico dibattito con Chandoux e l’incontro con il fondatore dell’Oratorio, il cardinale Pierre de Bérulle: Descartes ne trasse un ulteriore incoraggiamento a elaborare il suo metodo e a farne pratica applicazione nelle scienze, soprattutto in fisica e in medicina. Fu allora che decise di stabilirsi in Olanda, dove trascorse quasi ininterrottamente i successivi vent’anni cambiando spesso residenza. Aveva già composto le Regulae ad directionem ingenii (trad. it. Regole per la guida dell’intelligenza), che vedranno la luce, incompiute, soltanto nel 1701. È qui tratteggiato l’ideale di una mathesis universalis che riposi sulle solide basi delle tecniche razionali usate in aritmetica e in geometria analitica. Ma le matematiche non forniscono tanto a Descartes uno strumento per la conoscenza del mondo fisico, quanto un modello di ragionamento deduttivo: le leggi della natura, la genesi e la struttura dell’Universo potranno essere ricostruite a priori secondo le medesime articolazioni ipotetico-deduttive che concatenano l’uno all’altro i teoremi d’Euclide.

La fisica

Non fondandosi su sensate esperienze, ma partendo da postulati (principia) privi di controllo sperimentale, Descartes intraprese nel 1629 l’edificazione della sua fisica, che nulla ha di matematico tranne la struttura logica. Ciò non toglie che Descartes accogliesse nella trama del suo romanzo biologico, cosmologico, astronomico, meccanico, una quantità di fenomeni studiati dai naturalisti contemporanei, e cercasse anzi di darne a suo modo una spiegazione esauriente e coerente. La corrispondenza con Mersenne degli anni 1629-34 consente di cogliere la lenta e complessa elaborazione del sistema, condotta contemporaneamente in più direzioni. Doveva trattarsi inizialmente d’una spiegazione globale della natura, secondo il modulo della scientia mirabilis; ma il progetto si frammentò presto in varie trattazioni: Le monde, o Traité de la lumière (trad. it. Mondo o Trattato sulla luce), e De l’homme (trad. it. Trattato sull’uomo, che ne costituisce l’ultima parte), incompiuti, sono dedicati l’uno alla struttura corpuscolare del mondo fisico, alla natura della luce, alla teoria dei tourbillons (i vortici che trasportano i pianeti) e alle leggi del moto tra cui la legge d’inerzia; l’altro alla fisiologia, anatomia e psicologia umana.

Il tentativo di spiegazione per causas è rigidamente meccanicistico: tutti i fenomeni fisici, biologici e psicologici appaiono a Descartes conseguenze necessarie del moto di corpuscoli materiali, impresso in origine da Dio ma attualmente autonomo. Anche gli organismi viventi sono assimilati a macchine, e le loro funzioni a movimenti meccanici; soltanto l’uomo è fornito di un’anima immateriale che governa il corpo dalla ghiandola pineale, dove ha sede. In questo schema consequenziario i fatti sperimentali fungono semplicemente da controprove.

Attorno al 1632 i due scritti erano già a buon punto, ma per prudenza Descartes ne tralasciò il completamento e la pubblicazione, in seguito alla condanna di Galileo: se il sistema copernicano è erroneo – scrisse a Mersenne nel 1633 – lo sono anche tutti i presupposti della mia filosofia, che ne danno una dimostrazione evidente. I due trattati vedranno la luce postumi, nel 1662 e nel 1664. Descartes si limitò a un’esposizione parziale della sua fisica, sviluppandone gli aspetti più neutri: l’ottica fisiologica e geometrica nella Dioptrique (trad. it. Diottrica), la teoria dei fenomeni atmosferici nelle Météores (trad. it. Meteore). Redasse inoltre i libri della Géométrie (trad. it. Geometria), dove sono poste le basi della nuova geometria analitica ( oltre L’opera scientifica di Descartes).

A questi tre saggi premise, come prefazione e avviso, il Discours de la méthode (trad. it. Il discorso sul metodo), e li pubblicò tutti insieme a Leida nel 1637. Il Discours de la méthode si proponeva una funzione pedagogica e dimostrativa: promuovere per un verso l’emancipazione degli intelletti dalla cultura scolastica, per altro verso saggiare le reazioni ecclesiastiche in vista di una più ampia esposizione del sistema. Esso ricapitola lo svolgimento intellettuale di Descartes, ponendo al suo centro la critica della tradizione e dell’autorità. I temi del Discours e l’intento dichiarato di voler procurare il bene generale di tutti gli uomini, svelano la volontà pragmatica che animò Descartes nel pubblicare il Discours e le connesse ricerche: con l’uso del metodo «è possibile ottenere conoscenze utili alla vita; e sostituire, alla filosofia speculativa che s’insegna nelle scuole, una filosofia pratica».

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