Introduzione

Nella filosofia scolastica, una delle posizioni nei riguardi del problema degli universali, consistente nell’attribuire ai concetti universali una realtà oggettiva. Nella filosofia moderna, ogni dottrina che consideri l’oggetto della conoscenza come esistente in sé, indipendentemente dall’attività conoscitiva. Questi due significati sono distinti, e sotto un certo aspetto antitetici.

Nella filosofia scolastica


Il primo significato è quello che il termine possiede nella filosofia scolastica, in rapporto con la grande questione degli universali (➔): ed è anzi proprio in tale occasione che il termine comincia a essere usato. «Realisti» (realistae, reales) vengono definiti coloro che sostengono la realtà oggettiva dei concetti universali, e che si oppongono perciò ai «nominalisti» (➔ nominalismo) e ai «concettualisti» (➔ concettualismo). Il realismo scolastico si presenta d’altronde in aspetto duplice, a seconda che la realtà degli universali venga concepita come trascendente rispetto agli individui (realismo estremo, platonico) o come immanente negli individui stessi (realismo moderato, aristotelico). Capo della scuola realistica propriamente detta è Guglielmo di Champeaux: tra i massimi seguaci del realismo scolastico sono da ricordare, oltre a Tommaso d’Aquino, Anselmo d’Aosta e Duns Scoto.

Nella filosofia moderna


L’altro significato del termine realismo è quello che esso assume nella filosofia moderna in forza dell’antitesi con l’opposto termine di idealismo: le diverse forme di realismo, pur affermando tutte genericamente l’indipendenza della realtà empirica e sensibile, in contrapposizione al tentativo idealistico di ridurla al mentale o spirituale, si differenziano tra di loro a seconda del diverso tipo di idealismo contro cui si polemizza. Così in nome del realismo si batté la corrente filosofica che, nata con l’Inquiry into the human mind (1764) di Reid, continuò poi con Stewart, Hamilton e altri pensatori di lingua inglese. Si faceva appello al senso comune per rifiutare il «sistema ideale» della conoscenza che, nato con Cartesio ed enunciato nelle sue forme più compiute da Locke, avrebbe caratterizzato la filosofia moderna, con la tendenza a considerare come oggetto specifico della conoscenza le «idee» e non gli oggetti e le cose; estrema conseguenza di questa posizione sarebbero le conclusioni scettiche di Berkeley e Hume. Positivamente gli esponenti di questa forma di realismo proponevano di identificare con le stesse cose reali l’oggetto proprio delle percezioni sensibili: una teoria che tra l’altro avrebbe avuto il merito di adeguarsi pienamente a ciò che implicitamente suggeriva la visione ingenuamente realistica del senso comune. In funzione anti-idealistica si richiamava al realismo empirico anche Kant, quando nella Critica della ragion pura (➔) (1781, 2a ed. 1787) intendeva con ciò affermare l’impossibilità di dedurre integralmente i fenomeni degli elementi a priori della conoscenza e dunque la necessità di riconoscere in essi un nucleo indipendente e reale che viene immediatamente percepito dal soggetto nella sensazione. Contro le varie forme di idealismo di Fichte, Schelling, Hegel, si schierava Herbart con un’ontologia pluralistica che riconosceva come esistenti al di fuori del soggetto conoscente una molteplicità di esseri o reali, relativamente alla cui natura intrinseca si riproponeva la tesi di un’inconoscibilità o trascendenza. Ancora in funzione anti-idealistica si presenta quel movimento verso l’oggettività e il realismo che ebbe tra i suoi iniziatori Brentano e Meinong e che suggerì a Husserl le linee fondamentalmente realistiche delle prime fasi della sua riflessione gnoseologica. È affermata la necessità di riconoscere l’autonoma realtà di ciò che la mente conosce, e nel momento stesso si rifiuta però l’identificazione del contenuto dell’atto mentale con l’oggetto reale. In difesa del realismo sono intervenuti, specialmente dopo il 1890, numerosi pensatori anglosassoni, contro le analisi idealistiche di Bosanquet, Bradley e Green. Così alla fine del 19° sec. J.C. Wilson iniziava quella confutazione dell’idealismo che troverà nelle pagine di Moore e Russell una più sistematica formulazione. Moore affermerà, contro la tendenza da lui considerata tipica dell’idealismo di ridurre l’esse al percepi, l’istanza realistica di un’irriducibilità del reale al mentale e della necessità di riconoscere nella sensazione la presenza di due elementi che sono in una relazione del tutto estrinseca tra di loro. S’impegnerà poi, principalmente nei Principia ethica (1903; trad. it. Principia ethica), nell’articolare una ontologia realistica, contrapponendo al monismo di Bradley un deciso pluralismo che riconosce autonomia e realtà peculiare oltre che alle qualità sensibili anche ai significati, agli universali e ai valori etico-estetici. Non diversamente Russell in una prima fase del suo pensiero non solo affermava l’irriducibilità del reale a ciò che è percepito, ma cercava di fondare le sue scoperte in logica e matematica su un’ontologia realistica, spesso caratterizzata come una forma di realismo platonico, che dava un’autonoma esistenza alle relazioni logiche, ai significati e ai numeri (Principia mathematica, 1910-13; trad. it. Introduzione ai Principia mathematica). Nel 20° sec. è stato in partic. il pensiero americano a riprendere la problematica del realismo, cercando di sviluppare in una forma più esauriente gli accenni gnoseologici contenuti nella confutazione dell’idealismo di Moore. Nel 1912 comparve un vero e proprio manifesto del neorealismo (➔) – i cui esponenti più significativi erano Montague, Perry, Edwin B. Holt, T.P. Nunn, S. Alexander – che, analizzando la sensazione, identificava il dato sensoriale oggetto diretto della conoscenza con le stesse cose e qualità reali. A questa conclusione si opporranno (1920) gli esponenti del realismo critico (per es. Lovejoy, Pratt, Santayana, R.W. Sellars), criticando l’ingenuo dualismo della gnoseologia dei neorealisti e avanzando invece una teoria della conoscenza umana che vede la presenza di almeno tre elementi: l’atto percipiente, il carattere o dato direttamente colto nella percezione e la cosa od oggetto extramentale a cui il dato, essendone un segno, rinvia. Nel corso della storia della filosofia moderna si sono altresì avute altre forme specifiche di realismo: sono da ricordare il realismo trasfigurato a cui Spencer si richiamava, intendendo affermare l’indipendenza della realtà oggettiva dal soggetto conoscente nel momento stesso in cui però ne rifiuta la coincidenza con le apparenze con cui ci mette in contatto la percezione sensibile; e ancora il tentativo di costruire un realismo assiologico in cui di volta in volta si sono impegnati vari pensatori, fino a J. K. Feiblemann, partendo dall’assunzione che gli universali, i valori etici e quelli estetici, pur se costituiscono un dominio separato dell’essere, sono reali non diversamente dagli oggetti fisici.

Nella filosofia della scienza


Il problema del realismo ha ricevuto nuova attenzione nella filosofia della scienza contemporanea all’interno del dibattito sullo status ontologico delle entità teoriche (non osservabili) postulate dalle teorie scientifiche. Alle prospettive fenomeniste e convenzionaliste, tendenti a considerare le teorie scientifiche come utili strumenti per la sistematizzazione dell’esperienza, da valutare esclusivamente sul piano del loro potere predittivo, Popper ha contrapposto, sin dalla Logik der Forschung (1935; trad. it. Logica della ricerca scientifica), la tesi che le teorie scientifiche descriverebbero in modo sempre più adeguato una realtà indipendente. Entro tale prospettiva Popper ha ripreso la definizione semantica di verità di Tarski, riproponendo il concetto di verità come corrispondenza e considerando la successione storica delle teorie scientifiche come un continuo avvicinamento alla verità. Posizioni realiste ha sostenuto anche Putnam, che tuttavia, dall’originaria adesione a un realismo metafisico, per il quale esiste una totalità data di oggetti indipendenti dalla mente che le teorie scientifiche, se vere, descrivono oggettivamente, si è poi orientato, in parte sotto l’influsso di Goodman, verso un realismo interno che riconosce la parziale dipendenza della realtà dai modi in cui viene descritta e concettualizzata, senza per questo sconfinare nel relativismo. Va comunque rilevato che quest’ultima posizione, che solo in senso debole può dirsi realista, è soprattutto un tentativo di salvaguardare l’oggettività scientifica dal relativismo di Kuhn e Feyerabend, che dovevano ridimensionare la consolidata immagine del sapere scientifico come accumulo di teorie sempre più vere proponendo, in sua vece, la tesi della dipendenza delle ontologie scientifiche da presupposti e ‘schemi concettuali’ storicamente mutevoli. La prospettiva di Putnam si inquadra così nella crisi della teoria della conoscenza come rispecchiamento (o rappresentazione) e nel recupero della tradizione pragmatista rappresentato, tra gli altri, da Rorty, per il quale, più che nei termini della corrispondenza a una realtà data, il discorso scientifico va valutato in base alla sua conformità a sistemi di credenza e pratiche intersoggettivi.

    —  Dizionario di Filosofia (2009)

Similari
Percorso della filosofia
100% Filosofia
Determinare con rigore il significato, i compiti, i campi di indagine, o addirittura le probabilità di sopravvivenza della filosofia in questo secolo, è particolarmente arduo, …
Il Realismo
55% Realismo
Il realismo della filosofia scolastica Il termine realismo comincia a essere usato nella scolastica, in rapporto con la grande questione degli universali: sostenendone la realtà oggettiva, i si oppongono ai nominalisti (➔ …
Il neopositivismo
34% Neopositivismo
Come tutte le etichette filosofiche, anche quella di ‘neopositivismo’ (o, come pure si dice, di ‘positivismo logico’ o ’empirismo logico’) è ambigua. Sotto di essa si spa…
Il termine Romantico
32% Romanticismo
Movimento spirituale che, tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento, si estese a tutti i popoli d’Europa, determinando un profondo rinnovamento nelle lettere, nelle arti, n…
Il marxismo teorico
32% Marxismo
Il materialismo dialettico Il marxismo teorico del XX secolo è prevalentemente, sebbene non esclusivamente, ‘materialismo dialettico’. È materialismo dialettico l’ideologia dei…

Indice