Ogni dottrina o concezione filosofica fondata sul riconoscimento del valore soltanto relativo, e non oggettivo o assoluto, sia della conoscenza, dei suoi metodi e criteri (relativismo gnoseologico), sia dei principi e dei giudizi etici (relativismo etico), variando tutti da individuo a individuo, da cultura a cultura, da epoca a epoca. Come orientamento filosofico, il relativismo può essere fatto risalire a Protagora, che con la famosa formula dell’«uomo misura di tutte le cose» sottolineò il ruolo ineliminabile dell’opinione nella conoscenza umana, negando la possibilità di conseguire una conoscenza oggettiva e immutabile. Sia in Protagora sia nella sofistica il relativismo investe non soltanto l’ambito della conoscenza, ma anche quello dell’etica, dove si caratterizza per la negazione dell’esistenza di giudizi e principi morali validi in assoluto: il giusto e l’ingiusto, il bene e il male dipendono, in questa prospettiva, da ciò che le varie comunità considerano tale, ed è soggetto a mutamento a seconda dei tempi e dei luoghi. Benché non esista, a rigore, una tradizione relativistica, il relativismo e gli atteggiamenti relativistici attraversano pressoché tutta la storia della filosofia, e la loro caratteristica è la messa in discussione dei sistemi di pensiero volti all’individuazione di principi assoluti e immutabili a fondamento dei giudizi conoscitivi ed etici. Si comprende pertanto come il pensiero classico abbia cercato di restaurare, contro le varie forme di relativismo, la dimensione della verità assoluta, perseguibile e conseguibile attraverso la purificazione dei procedimenti conoscitivi dagli elementi soggettivistici connessi alla sensibilità e all’opinione.

Il relativismo nel pensiero moderno


Il relativismo si ripropone nel pensiero moderno, soprattutto in connessione con lo scetticismo, come nel caso di Montaigne, che, sotto le suggestioni dei radicali mutamenti intervenuti nel sapere scientifico e delle recenti scoperte geografiche, metteva in evidenza, da un lato, la sostanziale precarietà e relatività storica di quelle che erano un tempo concepite come verità assolute (precarietà che nulla impediva quindi di attribuire anche alle nuove conoscenze), dall’altro lato, la mancanza di reale oggettività dei giudizi sulle culture ‘barbare’ del Nuovo mondo, fondati su un’illegittima assolutizzazione dei canoni di valutazione vigenti nella cultura europea. Pur tuttavia questa forma di relativismo si arrestava di fronte alla fede, senza spingersi a mettere in discussione l’autorità della religione cattolica (è il caso del seguace di Montaigne, Charron).

Lo storicismo


Un relativismo conseguente e sistematico non si svilupperà che a partire dalla fine dell’Ottocento, entro la corrente di pensiero nota come storicismo (➔). La relativizzazione storica di ogni manifestazione culturale e la molteplicità delle visioni del mondo (Weltanschauungen) rappresentano gli esiti più significativi dello storicismo di Dilthey, che con esse intendeva distruggere la fede nella validità universale e assoluta di qualsiasi singola forma di vita, sistema di valori, religione e filosofia, restituendoli a quella dimensione storica, parziale e determinata, entro cui sorgono e si esauriscono. Tali esiti sarebbero poi stati radicalizzati da Spengler entro una prospettiva metafisica per molti versi estranea a quella diltheyana: ogni cultura è per Spengler un organismo vivente, in quanto tale sottoposto a un ciclo vitale che va dalla nascita alla maturità alla decadenza; incomunicabili nei loro universi simbolici, tali organismi storico-culturali vivono ciascuno la durata della loro vita con i loro irriducibili sistemi di valori. Nella prospettiva del relativismo storicistico rientra in qualche misura lo stesso Weber, che, pur teorizzando l’oggettività della conoscenza storica attraverso la delineazione di criteri epistemologici di derivazione positivistica, riconosceva tuttavia l’inevitabile relatività, o «politeismo», dei valori.

La riflessione novecentesca


Dopo l’esaurirsi dell’esperienza storicistica, il relativismo ha interessato altri settori culturali del Novecento, come la sociologia, la filosofia analitica e la filosofia della scienza. Nella sociologia della conoscenza di Mannheim il relativismo si presenta nella forma del condizionamento storico e sociale dello stesso discorso conoscitivo, sicché non si darebbero conoscenze vere in assoluto, ma soltanto in relazione ai contesti storico-sociali e culturali. Relativistiche possono essere considerate anche le riflessioni del secondo Wittgenstein sulla dipendenza dalle convenzioni, dalle pratiche sociali e dalle «forme di vita» dei vari «giochi linguistici» che presiedono alla comunicazione, alle relazioni interindividuali nonché alle procedure conoscitive e ai criteri di razionalità. In parte influenzate da Wittgenstein, ma non del tutto estranee alla sociologia della conoscenza e allo storicismo, sono poi le tesi sostenute da Kuhn, che, relativizzando la conoscenza scientifica ai contesti culturali e storicamente mutevoli dominati dai «paradigmi» (➔ paradigma), è pervenuto a un’immagine della storia della scienza in cui ogni epoca ha propri presupposti metafisici, propri criteri conoscitivi, proprie procedure di verifica e proprie verità. Le tesi di Kuhn sono apparse a molti eccessive in quanto ritenute distruttive dell’idea stessa di razionalità scientifica. Un vivace dibattito ha caratterizzato la filosofia della scienza e del linguaggio nella seconda metà del 20° sec., e il relativismo dei «paradigmi», dei «quadri concettuali» e delle «forme di vita» è stato contestato da Popper, Quine (che pure ne è considerato un ispiratore), D.H. Davidson e Putnam, i quali hanno sottolineato in vario modo il suo carattere autoconfutante, che, mentre asserisce la relatività di ogni conoscenza, presupposto e valore, assume tuttavia l’oggettività e la validità incondizionata del suo punto di vista. Il relativismo ha interessato anche la linguistica e l’antropologia del Novecento. In ambito linguistico (e più propriamente etno-linguistico), va segnalata la cosiddetta ipotesi Sapir-Whorf (dai nomi di Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf), secondo la quale la struttura grammaticale di una lingua condizionerebbe il sistema cognitivo dei parlanti, sicché a lingue radicalmente diverse corrisponderebbero diverse concezioni del mondo. Nel più ampio settore antropologico si parla di relativismo culturale a proposito degli orientamenti di relativismo Benedict e M.J. Herskovits, entrambi allievi di F. Boas. In opposizione agli orientamenti antropologici, interessati alle analisi comparative delle varie culture al fine di individuare l’esistenza di principi comuni a tutte le società, il relativismo antropologico ha elaborato una prospettiva di studio che fa dell’analisi delle singole culture, storicamente e spazialmente determinate, il perno della ricerca antropologica. Da questo punto di vista ogni cultura va compresa come sistema olistico: i comportamenti, i valori e le credenze delle varie comunità vanno interpretati come parti di un autonomo sistema che conferisce loro significato. Di qui l’esigenza teorica, e insieme etica, di un atteggiamento intellettuale che eviti categorie estranee ai sistemi culturali studiati e giudizi di tipo etnocentrico.

    —  Dizionario di Filosofia (2009)

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