Anche se sarebbe più corretto parlare di ‘socialismi’ (più che di ‘socialismo’) per la varietà e l’evoluzione, nel XIX e nel XX secolo, delle dottrine e delle pratiche riassumibili sotto quel concetto, in generale si può definire il socialismo come un progetto e movimento di riforma della società nella libertà che, finalizzato all’estensione dei diritti di uguaglianza politici e sociali, pone al centro di una pratica solidaristica l’etica del lavoro e della persona umana e privilegia finalità e comportamenti collettivi contro l’esasperato utilitarismo individuale o di gruppo proprio del mercato capitalistico.
Le origini del socialismo sono state cercate perfino nell’antichità classica, suggerendo che l’idea della comunità fraterna sia stata elaborata sul modello dei concetti di ‘eunomia’, o fruizione egualitaria dei beni, e ‘isonomia’, o uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. È stato pertanto rappresentato come protosocialista lo stesso Platone, per le sue formulazioni di un generico comunismo integrale all’indomani della guerra del Peloponneso. A maggior ragione furono rintracciati prodromi di socialismo in talune prospettive di rigenerazione collettiva presenti nel confucianesimo, nel taoismo, nell’islamismo, e soprattutto nel cristianesimo delle origini, prima che diventasse la religione ufficiale del Sacro Romano Impero.

Anche se è controversa l’attribuzione al cristianesimo degli aspetti egualitari del pensiero greco, è un fatto che l’immagine del ‘Gesù socialista’ ebbe larga fortuna, in particolare tra Ottocento e Novecento. E ancora, furono colte anticipazioni del socialismo nell’invocazione dell’avvento del regno di Dio attraverso la trasformazione dell’ordine sociale e soprattutto nei movimenti millenaristici, per lo più a sfondo rurale, che con la crisi del sistema feudale si formarono in Inghilterra, in Boemia e in Westfalia, fino al movimento dei diggers e dei livellatori nel XVII secolo. L’idea della città ideale, fondata su un comunismo di ispirazione umanitaria ma ancor più religiosa, trovò espressione nel XVI e nel XVII secolo nelle utopie di Tommaso Moro e di Tommaso Campanella, e nel secolo successivo nelle teorie di Gabriel Bonnot de Mably, di Morelly e dell’abate Jean Meslier.

Nella seconda metà del XVIII secolo l’idea di uguaglianza sociale si secolarizzò con la proclamazione dei diritti dell’uomo in nome della ragione, della quale il socialismo fu presentato come l’evoluzione più logica sul piano sociale ed economico. Cosicché la congiura degli Eguali di Babeuf del 1796 – descritta in un saggio fortunato da Filippo Buonarroti nel 1828 – fu assunta come inizio autentico del ‘programma comunista’ della soppressione della proprietà privata e della comunione dei beni e del lavoro. Babeuf impersonò la figura del cospiratore rivoluzionario capace di guidare la massa con l’esempio e con la propaganda verso la società nuova, inaugurando una concezione dell’élite rivoluzionaria che avrebbe avuto seguaci in Blanqui, nell’ala più radicale del cartismo inglese, in alcuni protagonisti della Comune di Parigi e perfino in Lenin. D’altra parte, nelle istanze libertarie ed egualitarie della Rivoluzione francese così come nel tessuto associativo e sindacale inglese furono ricercate le basi del socialismo democratico inteso come movimento di riforma nella libertà, anche in riferimento ai valori della civiltà europea.

In termini cronologici, invece, le origini del socialismo vanno collocate tra gli anni venti e trenta dell’Ottocento, vale a dire quando le parole ‘socialista’ e ‘socialismo’ passarono dal linguaggio teologico o giuridico, in relazione all’origine contrattualistica o socialis dello Stato o alla socialitas umana, al linguaggio politico e poi, dal decennio successivo, al vocabolario comune per indicare una dottrina, un movimento, un comune sentire rivolti alla costruzione di una nuova organizzazione societaria o comunitaria del lavoro e, più in generale, della vita collettiva, in contrapposizione al disordine competitivo, all’individualismo egoistico, alla diseguaglianza sociale e allo sfruttamento del lavoratore attribuiti al “vecchio mondo immorale” (Owen) e/o al sistema capitalistico. Contemporaneamente prendeva corpo l’auto- o etero-rappresentazione del movimento, con la proiezione e l’interpretazione delle origini dettate dai mutevoli indirizzi culturali e dalle circostanze pratiche: l’esegesi dei ‘profeti’ e degli anticipatori va dunque collocata solo in questo capitolo.


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