Ogni stato di coscienza in quanto sia avvertito come prodotto da uno stimolo esterno o interno al soggetto. L’interpretazione della natura della sensazione costituisce uno dei temi principali dell’intera storia della gnoseologia. Il realismo gnoseologico dei Greci si manifesta, anzitutto, in un’interpretazione schiettamente materialistica della sensazione considerata semplice fenomeno fisico in cui l’organo corporeo di senso subisce passivamente l’influsso della realtà esterna (Empedocle, Democrito). Un primo avvertimento del carattere di soggettività del processo sensitivo si ha con Protagora. Ma l’instabilità, che appare costitutiva della conoscenza sensibile, fa sì che essa sia pienamente svalutata dalla gnoseologia di Platone, tutta orientata verso l’ideale eleatico, per cui non c’è conoscenza vera se non dell’eterno e dell’immutabile. D’altra parte, lo scetticismo sente nell’inevitabile elemento soggettivistico della sensazione, già rilevato dalla sofistica protagorea, solo la negazione della possibilità di raggiungere quella oggettività, che per tutto il pensiero antico è imprescindibile caratteristica del vero. S’intende quindi come la gnoseologia moderna, che s’inizia capovolgendo la posizione dell’antico scetticismo, e mostrando come la soggettività intrinseca al conoscere sia essa stessa il fondamento dell’oggettività di cui si andava in cerca, debba condurre a una rivalutazione della disprezzata conoscenza sensibile. Vero è che per Cartesio la conoscenza sensibile delle cose esterne resta ancora un confusus cogitandi modus rispetto alla chiarezza e alla distinzione delle innate nozioni razionali: e questa condanna della sensazione come conoscenza confusa si perpetua, attraverso Spinoza, in Leibniz, che pure insiste sulla necessità di concepire anche la conoscenza razionale come sviluppo della oscura conoscenza sensibile. Tuttavia Campanella, affiancando, sia pure con diversità di valore, il sensus abditus, corrispondente al cogito cartesiano, al sensus additus, attestante la realtà esterna, rivendica implicitamente il carattere sensibile di questa conoscenza. E questa rivalutazione trionfa nell’empirismo inglese, dalla lockiana riduzione associazionistica di ogni conoscenza razionale alla fonte della conoscenza sensibile, alla berkeleyana risoluzione di ogni essere della cosiddetta realtà esterna nel suo esser percepito nella sensazione. Così il sentire, già considerato come momento negativo e deformatore della realtà, finisce per occupare totalmente il posto della realtà stessa. D’altronde, per superare lo scetticismo di Hume, dissolutore di ogni sostanzialità sia materiale sia spirituale, la critica kantiana non può concepire la conoscenza se non come sintesi, di categorie intellettuali e di dati offerti dalle sensazione, concretamente attuantesi nella stessa esperienza sensibile. L’idealismo del primo Ottocento, negando il presupposto kantiano della cosa in sé e quindi dell’immediato contenuto sensibile che fornisce la materia prima di ogni elaborazione conoscitiva, giunge a una diversa valutazione del sapere sensibile, considerato come semplice grado dialettico di quel processo che conduce all’assoluta conoscenza razionale.

    —  Dizionario di Filosofia (2009)

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